Festival Filosofia 2018

Buongiorno a tutte e tutti!

In questi giorni siamo state presenti al Festival della Filosofia di Modena, Carpi e Sassuolo.
Abbiamo seguito quante più lezioni ed eventi possibili e ci siamo dedicate al live blogging!

Trovate contenuti non solamente in questa pagina, costantemente aggiornata, bensì anche su Instagram (cliccando qui) e Twitter (cliccando qui).

Venerdì 14 settembre

Enrico Berti, Metafisica di Aristotele, Modena, ore 10

La lezione di Berti non è “semplicemente” una spiegazione della Metafisica aristotelica, bensì una lezione di attualità sul principio primo di Aristotele.

Il principio di non contraddizione come fondamento della nozione filosofica di verità.

La verità secondo Aristotele è una proprietà del pensiero e del discorso, non dell’essere. Pertanto essa non è oggetto della metafisica (scienza dell’essere), ma della logica (scienza del logos). Verità è presupposto non solamente di Filosofia e Scienza, bensì anche del senso comune, che individua discorsi veri e discorsi falsi.

Il principio di non contraddizione difeso da aristotele nel quarto libro della Metafisica recita: è impossibile che una stessa cosa appartenga e non appartenga a un’altra e stessa cosa nello stesso tempo e sotto lo stesso aspetto. Ossia è impossibile che un soggetto possieda una qualità e non possieda la stessa qualità nello stesso tempo e sotto lo stesso aspetto. Per esempio: una persona può essere bianca in un certo momento. In seguito magari si abbronza, ma rimane impossibile essere bianchi e non bianchi contemporaneamente.

Da ciò si evince come il principio di non contraddizione sia il fondamento della comunicazione, poiché se comunicando utilizzo una parola e anche il suo opposto, non vengo compreso.

Infine, il principio di non contraddizione non è da confondersi con il principio di identità, secondo cui l’essere è l’essere. Questo principio, sviluppato dalla scolastica medievale e portato avanti fino a Kant, è stato definito da Leibniz come vuota tautologia, non come un principio.

Maria Michela Sassi, Apologia di Socrate, Carpi, ore 10

Sassi presenta l’opera platonica raccontando la vita di Socrate, paladino della verità nell’Atene dei suoi tempi.

Socrate concepisce la filosofia come l’arte della vita e del vivere bene, concezione che verrà poi abbandonata dai filosofi successivi che concepiranno la filosofia da un punto di vista teoretico e non più pratico.

Egli rimane fedele ai suoi ideali fino all’ultimo, quando di fronte al tribunale che lo accusa di empietà e di corruzione dei giovani, decide di continuare a dire la verità anche se questo gli costa la pena di morte.

La ricerca della verità è un’analisi della vita e una vita non esaminata non vale la pena di essere vissuta.

Judith Revel, Il coraggio della verità, Carpi, ore 11:30

È l’ultimo Foucault quello che ci parla dell’importanza della storicizzazione della verità e che è stato esposto da Revel. Ne Il coraggio della verità Foucault riprende tanto Socrate quanto i cinici per dimostrare come il concetto di verità odierno abbia di fatto una base storica. Così come Socrate e i cinici non avevano paura di dire il vero anche quando non era la decisione più consona per la società, ognuno dovrebbe cercare di appellarsi alla verità sempre e osare, senza mai accontentarsi di ciò che viene passato per vero anche se non lo è.

Massimo Recalcati, Edipo, Sassuolo, 16.30

Massimo Recalcati espone con la sua lezione magistrale sull’Edipo una duplice concezione della verità.

La prima è quella che riguarda la luce che porta la nascita di un figlio. Questo evento comporta la necessità di un genitore di confrontarsi con la verità della propria morte, nel passaggio dall’essere un figlio al divenire genitore a sua volta. Ogni figlio – dice Recalcati – compie un parricidio simbolico quando nasce. Riprendendo la narrazione del mito, emerge come Edipo soffra in realtà del complesso di Laio, ossia un padre che non sopporta il superamento da parte della progenie.

La seconda verità è quella per cui Edipo, di fatto, cerca il colpevole dell’uccisione anteponendo la verità al bene e quindi anche proiettando le sue colpe all’esterno. Edipo è colpevole e innocente allo stesso tempo: colpevole perché sa quello che fa, innocente perché non si rende conto delle azioni che compie.

Ricercare il vero è fondamentale, ma quanto ne possiamo sopportare?

Sabato 15 settembre

Wolfram Eilenberger, verità è austerità, Modena, ore 10

Heidegger e Wittgenstein condividono la posizione secondo cui il linguaggio che siamo stati abituati ad utilizzare per secoli basati sui principi della logica, sia in realtà un linguaggio errato attraverso cui pronunciamo frasi senza senso.

Wittgenstein ritiene che molte delle frasi filosofiche che vengono ritenute vere, siano in realtà senza senso. Egli quindi fonda un criterio che sancisce una separazione tra ciò che noi riteniamo essere vero e l’inesatezza dello stesso: questo criterio è lo scandalo, secondo il quale le frasi che si basano sulla logica sono insensate. Per Wittgenstein ci sono due verità: quella scientifica e quella esistenziale. Quest’ultima non può essere modificata dalla filosofia, in quanto anche qualora si riuscissero a risolvere tutte le questioni del mondo non si riuscirebbero a risolvere quelle esistenziali. La scienza è l’unica ad essere vera perché può essere comprovata da fatti.

Tale posizione è condivisa anche da Martin Heidegger il quale vuole trovare una lingua che vada al di là della scienza e dell’ideologia. Il quesito dal quale parte Heidegger è “che cosa esiste?“; aprendo gli occhi vediamo un mondo che ci parla e che ha un senso linguistico per noi. Sviluppa quindi il concetto di dasein, esser-ci, che significa essere un uomo, ossia un uomo che si trova all’interno del senso. Per noi è impossibile vedere la verità a causa dei metodi linguistici che usiamo, sbagliando da secoli. L’uomo crea verità nel momento in cui cerca verità.

Salvatore Natoli, Parresia, Modena, ore 11.30

Qual è il legame che unisce la verità alla sincerità?

La verità è la corrispondenza tra l’ intelletto e la cosa. Attingere la verità è afferrare la cosa nella sua piena identità: su questa visione si fonda la verità scientifica.

La verità è sempre presente, ma non incondizionatamente. Ciò non implica un relativismo perché essa si basa su condizioni rigide che una volta poste non si possono cambiare – qualora si volessero mutare, richiedono giustificazioni valide.

A sua volta la sincerità si iscrive nella dimensione soggettiva della verità. Essere sincero significa dire le cose senza infingimenti. In questo senso, il sincero dice la verità perché non mescola le verità, non risulta tale solo per le informazioni che fornisce, ma anche per quelle che non da. Un individuo per essere sincero deve: sapere che ciò che dice è oggettivamente vero, avere una predisposizione spontanea a non ingannare e qualora dovesse sbagliare si tratta di ingenuità.

Maurizio Ferraris, Fare la verità, Sassuolo, ore 11.30

La classe dell’intervento di Ferraris al festival sta innanzitutto nel sarcasmo con cui ha coinvolto il pubblico di Sassuolo nel trattare il problema della postverità del nostro contemporaneo.

Che cos’è la postverità? Non è semplicemente una menzogna, perché la menzogna presuppone l’intenzione di costruire consapevolmente qualcosa di falso; chi enuncia una postverità lo fa nella convinzione di dire una cosa vera, allo stesso tempo accusando gli altri di essere bugiardi. Tutto ciò è evidente dal momento in cui il web è diventato il mezzo comunicativo per eccellenza (in particolar modo sui social network): la documentalità si è unita alla medialità; nasce una “documedialità” che comporta una produzione impressionante di messaggi comunicativi. Spieghiamoci meglio: per documentalità intendiamo l’insieme dei documenti senza i quali la società non potrebbe essere regolata, dagli orari dei treni ai documenti dei notai. Se prima erano prodotti da un gruppo ridotto di persone, oggi basta navigare in rete per produrre documenti, dati: quali siti visitiamo, che cosa acquistiamo… e sono dati veri, perché si rifanno ad azioni che effettivamente compiamo. La medialità riguarda la comunicazione, che non è più mittente-ricevente (ad esempio una telefonata) o mittente-più riceventi (come una trasmissione radiofonica): ogni ricevente è anche mittente, in una rete fitta e collettiva in cui la medialità è facilmente soggetta alla menzogna (dei fabbricatori di fake news o dei profili falsi) e alla postverità (“quando sei imbecille ma vuoi esprimerti lo stesso” e sei convinto che la terra sia piatta). Insomma, quando Nietzsche diceva “non esitono fatti, solo interpretazioni”… non si prospettava esattamente questo scenario!

Massimo Cacciari, Aletheia, Modena, ore 16.30

Massimo Cacciari ci conduce in un discorso principe del tema di questo festival della filosofia: aletheia, verità. Ella fa capolino per la prima volta nel mito di Esiodo. Le muse, figlie di Zeus, si rivolgono a Esiodo per dirgli:

Noi sappiamo dire molte cose false, ma quando vogliamo sappiamo anche annunciare a voce alta le cose vere.

È in un passo della Repubblica di Platone, però, che si apre la concreta questione intorno alla verità:

Il bene fornisce verità alle cose conosciute così come fornisce al conoscente la facoltà di conoscerle.

La verità è dimensione del sentore nella sua disvelatezza, ma non solo: come fornisce verità, cioè la disvelatezza, così fornisce anche a noi la possibilità di conoscenza. Da qui, il dibattito ha corso lungo lo scorrere dei secoli. Fino ad oggi.

Un’ultima sorpresa per voi…

Domenica 16 settembre

Alberto Oliverio, falsi ricordi, Sassuolo, ore 10

Quanto è affidabile la memoria? Possiamo affidarci ad essa per trasmettere verità certe?

Insomma. Si pensava che l’esperienza venisse incisa nella memoria e conservata stabilmente, deteriorata solo dal passare del tempo e dal trascorrere dell’età, ma è ormai appurato che la memoria ricostruisce e rielabora: non incameriamo passivamente i ricordi delle nostre esperienze, ma vengono categorizzati e rielaborati dal nostro cervello in base a una molteplicità di varianti.

Ne deriva che così come la memoria può essere potenziata, allo stesso modo può essere manipolata. I ricordi più suscettibili a manipolazione sono quelli con forte connotazione emotiva: se viene interrotta con dei betabloccanti l’attività dell’amigdala, che si attiva quando si prova un’emozione, si può ridurre l’impatto emotivo di un ricordo. In questo modo, ad esempio, si può ridurre l’effetto negativo di un evento traumantico (il che causa un interrogativo in ambito bioetico, circa la liceità di tale intervento).

Incidono sull’affidabilità del ricordo anche la selezione che ogni individuo opera inconsapevolmente, ma anche la ricostruzione dei fatti mediante le parole: se dopo un incidente automobilistico si chiede agli interessati quale fosse la velocità sostenuta dalle vetture, la loro risposta riporterà una velocità maggiore in proporzione alla gravità allusa dal verbo utilizzato nella domanda. Non indifferente, inoltre, è l’influenza degli stimoli quali un racconto, un’immagine, un video, dai quali siamo bombardati continuamente: non abbiamo certezza che un ricordo sia completamente nostro o se sia stato rielaborato sulla base di altro.

Anche una domanda convincente come “ma come, non ti ricordi quella volta…?” può portare a una risposta confabulata, ovvero all’invenzione da parte dell’interlocutore di un aneddoto circa il ricordo di quell’evento che in realtà non ha vissuto, perché viene messa in crisi la certezza di ricordarsi o meno quel dato evento.

Insomma, non esiste attività mentale che non sia ricostruzione, quindi la memoria, quanto a testimoniare la verità, si rivela più che fallibile.