Affrontare la malattia: l’importanza del linguaggio

C’è un modo giusto di reagire alla malattia? E uno sbagliato? Può la malattia essere un dono, come ha detto Nadia Toffa? La frase della giornalista ha scatenato l’ira di moltissime persone e, sinceramente, anche la mia. Probabilmente tutti abbiamo visto qualcuno soffrire e, a volte, purtroppo spegnersi a causa del cancro e, di conseguenza, ci appare tutt’altro che un dono.

Da quando riusciamo a tenere sotto controllo le malattie infettive che in passato diminuivano l’aspettativa di vita, sono emerse più che mai patologie che prima non avevano nemmeno il tempo di manifestarsi come quelle genetiche, neuro-degenerative e, per l’appunto, il cancro. È cambiato, inoltre, il linguaggio con cui ne parliamo. Questo perché la malattia non è solo qualcosa di biologico anzi, citando un bellissimo libro di Baroukh M. Assael Il gene del diavolo, «essa può elevare o annichilire, abbellire o deturpare, non solo in senso estetico, anche in senso morale» [1]. Tutto ciò è verissimo: pensiamo ai visi gonfi di chi fa la chemioterapia, alla magrezza, agli scatti di rabbia e all’egoismo a volte manifestato da chi è malato; pensiamo alle mani e alle gambe deformate di coloro che hanno una malattia genetica. Pensiamo alla perdita di autonomia, per lavarsi o andare in bagno. Una malattia rivoluziona la quotidianità, i confini tra il proprio corpo e quello degli altri; rivoluziona il proprio senso di vergogna e pudore. Costringe a fare cose che non si vorrebbero fare e a rivedere i propri piani per il futuro. La malattia è oggetto, per questo, di pratiche apotropaiche e la paura del male investe tutta la nostra vita e ciò si vede in maniera molto forte nel linguaggio. Da profani, parliamo della malattia usando tantissime metafore, fondamentali per creare un ponte tra conoscenza scientifica “pura” e società, permettendo a tutti di farsi un’immagine del proprio stato. Questa importanza del linguaggio metaforico si nota più che mai proprio da quando si sono manifestate prepotentemente le malattie genetiche e/o i tumori. Quando erano molto diffuse le malattie infettive si utilizzavano metafore descrittive ispirate alla guerra, perché il nemico era esterno. Si parlava di lotta contro queste patologie e i batteri e i virus che le causavano erano i nemici da cui difendersi. L’organismo possiede il sistema immunitario, comunemente rappresentato come una protezione naturale, una barriera, uno scudo. Con la (ri)comparsa di altre malattie, si è cercato di adeguare il linguaggio ai diversi paradigmi che sono emersi. Basti pensare alle malattie neurologiche, al cancro o anche alle malattie mentali.

Il nemico non è più esterno, ma fa parte della persona, è dentro, si insinua nel proprio corpo. Le metafore, allora, sono più oscure ed evocative, perché il male si annida in noi o nella famiglia, entra a far parte della struttura intima dell’individuo. È come se il diavolo si insinuasse nei geni, la malattia diventa un male ontologico. Nel già citato libro di Assael a ciò si collegano l’eugenetica e la prevenzione delle malattie genetiche. Insomma, oggi siamo in grado di prevenire alcune malattie genetiche grazie, ad esempio, a test pre-natali. Inoltre, grazie alle mappe del genoma umano e ai test genetici (ormai anche fai da te), si aprono scenari per cui in futuro sarà, forse, possibile prevedere e prevenire malattie genetiche e alcuni tipi di cancro.

Quotidianamente, però, questo futuro ci sembra lontano. Continuiamo a vedere i nostri cari soffrire e morire per queste malattie e molte persone continuano ad affrontare le spiacevoli, per quanto spesso efficaci, cure. Probabilmente faremo di tutto per avere la cura definitiva, ma per ora dobbiamo continuare ad affrontarle. Come farlo? Accogliendo queste malattie come una maledizione? Come una sorta di possessione?

Pensando alle parole della Toffa, mi è venuta in mente l’analisi di Assael: la malattia come dono.

Ecco perché questo termine ha scatenato la rabbia di tutti: perché va contro i paradigmi e i linguaggi comuni. Una malattia come il cancro ci appare come qualcosa di terribile che si insinua dentro la persona, è qualcosa di interno e infausto; la Toffa ha completamente ribaltato il tutto: per lei la malattia può essere qualcosa di positivo che ci viene dato, che viene dall’esterno.

Da divulgatrice, non ha usato le parole giuste: non ha adeguato il proprio linguaggio a quello comune. Non vi è dubbio che, però, l’ira suscitata contro di lei (che, personalmente, non apprezzo come giornalista e come personaggio pubblico) è qualcosa di estremamente negativo, la solita dimostrazione dell’enorme diffusione dei cosiddetti “leoni da tastiera”, cioè di quanto sia facile comportarsi da bulli, soprattutto sul web. Tutto ciò, però, dovrebbe farci riflettere sul perché lei abbia usato quelle parole: perché è il suo modo di affrontare la malattia. C’è chi si deprime, chi si dispera, chi fa cose mai fatte prima: perché se la malattia inficia alla vita quotidiana, è necessario ripensare al modo di viverla ed affrontarla; e nessuno può giudicare, prevedere e criticare come l’altro decide di affrontare e gestire se stesso e le proprie giornate.

FONTI

[1] Assael B.M., Il gene del diavolo, Bollati Boringhieri, Milano 2016.