Velo o non velo? Una questione culturale

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Oggi, primo febbraio, è la giornata mondiale del velo, anche detta World Hijab Day.

Ad istituirla è stata la bangladeshe Nazma Khan nel 2013, che con lo scopo di sensibilizzare sulla questione del velo islamico, invita tutte le donne ad indossarlo – contro la discriminazione – per un giorno intero.

Molto spesso, ancora oggi, quando si parla di donne e Islam ci si domanda soventemente perché queste lo portino, se per caso non si sentano discriminate rispetto agli uomini o violate nella loro libertà di espressione.

Con questo articolo spero di poter chiarificare la differenza tra hijab e burqa, indumenti spesso confusi tra di loro, quando in realtà vi soggiace un simbolismo nettamente discorde.

È innanzitutto necessario distinguere le tipologie di velo che sono presenti nei paesi arabi e non (si pensi alla Bosnia).

La versione più comune è senz’altro l’hijab: l’etimologia del termine deriva dall’arabo hjb*, il cui significato per l’appunto è celare, nascondere [1]. Le donne che utilizzano questa tipologia di velatura coprono principalmente il loro capo, lasciando scoperto completamente il viso. Si pensi che la maggior parte di queste indossano vestiti “all’occidentale”, ad esempio indossando dei pullover e dei jeans. Una forma di abbigliamento, insomma, che non sembra minimamente ledere i diritti delle donne – se scelto liberamente.

Altrettanto famoso è il chador, prevalentemente usato in Iran [2], e consiste in una veste che lascia scoperti il viso e le mani di colei che lo indossa.

Il khimar, impiegato per lo più nel Medio Oriente [3], è una veste che arriva ad altezza ginocchio, molto simile all’hijab e lascia scoperto il viso della donna.

Infine, abbiamo il niqab e il burqa, noti principalmente per il loro valore denigratorio e mortificante, dettato non da un principio religioso, bensì da una concezione radicale della religione islamica.

Il niqab è una tipologia di veste che lascia scoperti solo gli occhi e si sviluppa in due pezzi: un lungo abito, spesso di colore nero e un copricapo.

Il burqa, invece, è la forma più estremizzata dell’esempio poc’anzi citato, in quanto impedisce all’osservatore esterno la visione degli occhi, che restano invisibili dietro alla trama dello stesso. Quest’ultimi sono tipici dei paesi vicini all’integralismo islamico più intransigente, come l’Arabia Saudita, l’Afghanistan e alcune zone del Pakistan [4].

Questi due esempi sono chiari segnali di una vera e propria violazione dei diritti umani e largamente criticati in tutto il mondo, in quanto impediscono il riconoscimento del volto.

Di origine antica e datata nel tempo, il niqab e il burqa sono simbolo di forte radicalismo e sottomissione della donna rispetto all’uomo, libero di circolare senza veli.

La mancata conoscenza circa la cultura musulmana e i suoi principi ha portato al fraintendimento del reale senso di questa giornata, protestando affinché se ne istituisca una che celebri il suo esatto contrario – tuttavia altrettanto utile, viste le circostanze che ruotano attorno ad alcune tipologie di copricapo femminile. Ma gli effettivi insegnamenti del Whd sono l’integrazione, il rispetto e la libertà di culto.

Il significato di questa giornata non contempla in nessun modo l’utilizzo del burqa o di quelle tipologie di velo che celano totalmente la donna, giacché segno di radicalismo nella lettura coranica: la paura che la donna venga vista, venga desiderata e che incorra nel peccato. In realtà nel Corano l’hijab è piuttosto descritto come la totale devozione verso il proprio Signore, e come tale va dunque rispettata e onorata.

وَ لاَ يُبْدِيْنَ زِيْنَتَهُنَّ إِلاَّ مَا ظَهَرَ مِنْهَا وَ لْيَضْرِبْنَ بِخُمُرِهِنَّ عَلىَ جُيُوْبِهِنَّ…
“…e di non mostrare, dei loro ornamenti, se non quello che appare; di lasciar scendere il loro khumur fin sul petto…” [5]

In questo passo, Allah ordina alle donne di lasciare i due estremi dei loro veli (khumur) «estendersi fino al loro petto, così da poter coprire le loro orecchie, collo e anche la parte sporgente dei seni»[6]. Non viene dunque contemplata alcuna velatura dell’intera faccia (come con il burqa), né tantomeno che possano essere mostrati solo gli occhi (come con il niqab).

Leila Djitli, giornalista algerina residente da tempo a Parigi, focalizza l’attenzione sull’importanza della scelta del velo come segno religioso, che può assumere declinazioni più o meno negative a seconda della professione della religione stessa e negli occhi di chi guarda le ragazze che lo indossano.

«Lo vedi: si velano e si truccano, portano tacchi alti, gioielli, pantaloni aderenti. Si velano e guardano i ragazzi! È impressionante vedere quanto questo atteggiamento sia diffuso. Soprattutto se si pensa che il velo è, prima di ogni altra cosa, un segno. Se viene scelto liberamente, è il segno di un impegno sincero, totale. Un segno che distingue e separa dal mondo laico e dalle sue distrazioni materiali le donne che lo indossano. È il segno di un’adesione a valori profondi e rispettabili […] Di fronte all’immagine fuorviante del velo, due atteggiamenti sono possibili: accettazione o rifiuto. Rifiutare, significa considerare il velo semplicemente come un segno religioso. Accettare, significa ammettere che il segno religioso non ha più, o non solo, importanza […] l’abito non fa il monaco. Ed è ciò che dicono e fanno le ragazze e le donne che portano un segno religioso, senza tuttavia esserne schiave. Queste ultime non fanno alcuna fatica a lasciarlo quando entrano, per esempio, in classe o sul luogo di lavoro. Sono coerenti. Come credenti hanno capito che la loro fede è altrove, è più grande di quel pezzo di tessuto al quale non possono essere ridotte (e al quale, infatti, non accettano di essere ridotte). Ma le altre, quelle che in classe si rifiutano di toglierlo, sotto quale pressione agiscono? Ribellione, accanita affermazione di sé o… integralismo?» [7]

Rimandiamo la discussione sull’utilizzo intrinsecamente libero in una concezione religiosa ad un altro articolo. Per questa giornata internazionale abbiamo quantomeno fatto chiarezza sui punti cardinali dei significati del velo. Che sia un bel World Hijab Day, dunque! Con la speranza che il concetto di emancipazione venga saldamente legato anche a quello di libero esercizio del proprio Credo, in tutte le sfumature pacifiche esistenti.

NOTE

[1] Cfr. https://www.huffingtonpost.it/nicola-lofoco/proviamo-a-fare-chiarezza-sul-velo-delle-donne-musulmane_a_22025174/

[2] Ibidem.

[3] Ibidem.

[4] Ibidem.

[5] Cfr. https://www.al-islam.org/it/hijab-labbigliamento-delle-donne-musulmane-islamico-o-culturale-sayyid-muhammad-rizvi/il-corano-e-l

[6] Ibidem.

[7] Djitli, Leila, Lettera a mia figlia che vuole portare il velo, Piemme editore, Milano 2005, pp. 53-55.

FONTI

Djitli, Leila, Lettera a mia figlia che vuole portare il velo, Piemme editore, Milano 2005

SITOGRAFIA

https://it.euronews.com/2017/02/01/la-giornata-mondiale-del-velo-per-dire-stop-alle-discriminazioni

https://www.al-islam.org/it/hijab-labbigliamento-delle-donne-musulmane-islamico-o-culturale-sayyid-muhammad-rizvi/il-corano-e-l

*grazie a Chiara Lana per la correzione della parola

Ilaria Luciano

Author: Ilaria Luciano

Si laurea in Filosofia con una tesi in Storia della Scienza e della Tecnica e poi in Filosofia del Diritto. Scrive di filosofia del linguaggio, diritto dell’individuo e delle donne.