Filosofia e Lavoro. La svalutazione della cultura Umanistica

erodoto in ufficio immagine di lisa per articolo di silvia

Questa non è l’ennesima riflessione riguardo l’importanza e l’utilità della formazione umanistica o, per lo meno, non lo vuole essere nell’intento.

Tuttavia, non si può ignorare la pericolosa tendenza sociale che alimenta la svalutazione della cultura umanistica, colpevole di non essere sufficientemente pertinente con la realtà e di non contribuire allo sviluppo e miglioramento della stessa.

È una convinzione, un luogo comune, una credenza reiterata e ostinatamente diffusa, vuota nella forma così come il pensiero che la genera.

Recentemente mi è capitato di leggere con maggiore frequenza articoli di opinione impegnati a sottolineare, sulla scia del cambiamento culturale, l’inutilità, oggi, del sapere umanistico tacciato di delirio intellettuale.

“Radical chic” è considerato un insulto, lo sfoggio di sapere merita la lettera scarlatta della colpa, avere lauree e titoli accademici è etichetta certa di nullafacenza, perdita di tempo e scarsa produttività.

Perché oggi è necessario essere produttivi per rispondere alle leggi economiche di mercato, mentre la mentalità aziendale ha preso il sopravvento nella formazione culturale.

Non troppo tempo fa un ragazzo, appena diplomato, poco più che ventenne operante nel settore bancario (una mosca bianca nell’immenso panorama della precarietà lavorativa italiana), nel raccontarmi il suo lavoro ha affermato: “Non saprei fare altro”. Questa frase mi risuona ancora nelle orecchie con l’eco terrificante che può essere prodotta soltanto dall’incapacità di immaginare, a solo poco più di vent’anni, nuove alternative possibili per reinventarsi, nuove risorse da scoprire e far fruttare rapidamente per essere trasformate in nuove competenze lavorative.

In altri termini: tutto quello che, oggi, il nuovo panorama lavorativo richiede, tutto quello che una formazione umanistica offre. Ed è forse in questo che si cela il vero valore della formazione umanistica e filosofica: l’apertura alle possibilità.

Le continue pressioni ministeriali a cui le università sono costrette a soggiacere in cambio di finanziamenti promessi (tagliati preventivamente dalla riforma Gelmini in poi), richiedono la produzione di personale qualificato e specializzato spendibile nelle aziende e la richiesta è rivolta a tutti, dipartimenti umanistici compresi.

Una possibilità, dunque, di collocare i poveri laureati in lettere e filosofia che, altrimenti, rimarrebbero in coda negli uffici di collocamento. Un fine nobile se non ci fossero diverse considerazioni al riguardo.

La prima, la più ovvia, la più importante: il compito di tutti i dipartimenti universitari, inclusi quelli umanistici, non è quello di addestrare lavoratori capaci, ma quella di formare un pensiero consapevole. Gli strumenti che le università sono chiamate a fornire sono quelli culturali, intellettuali e di capacità critica (condizioni necessarie per affrontare qualsiasi tipo di compito lavorativo).

Chiunque si è sentito formulare almeno una volta la classica domanda: che lavoro ti aspetti dalla tua laurea? Domanda che io ho sempre trovato irritante e fastidiosa.

Dovrebbe essere chiaro ed evidente che in Italia, oggi, non ci si aspetta alcun lavoro dalle lauree, soprattutto da quelle umanistiche.

Se i giovani umanisti non riescono a inserirsi facilmente nell’ambito del lavoro non è per colpa della formazione culturale accademica ma, semmai, del sistema lavorativo italiano in crisi irreversibile. Non è un caso se i neo-laureati umanisti italiani che cercano di collocarsi trovano lavoro all’estero e non è un caso se, viceversa, non si può sostenere lo stesso dei laureati stranieri in Italia.

E ancora: la collocazione dei giovani umanisti all’interno delle aziende venduta dalle Università, che cercano di tirare acqua al proprio mulino, è pura retorica. Perché il lavoro a cui vengono chiamati a rispondere (inviati dalle Università stesse) consiste in contratti di collaborazione di tre o sei mesi e perché l’opinione pubblica, sempre meno colta e sempre più strumentalizzata, penalizza la qualifica a priori.

Quelle che ci offrono come lavoro sono esperienze. Utili? Forse, come tutte le esperienze.
Richiedono una formazione umanistica? Non necessariamente.

Si deduce che la formazione umanistica non serva a nulla? No, si deduce che ci troviamo davanti ad una realtà socio-economica in cui si cerca prepotentemente di svalutarla, ed è a questa che si deve resistere.

Come? Studiando.

La verità è che quelle esperienze di tre o sei mesi possono diventare le prime di molte tappe lavorative e questo dipende dalle capacità di adattamento e apprendimento del singolo. La cultura umanistica è necessaria non per trovare lavoro ma per mantenerlo, per crearlo. Il processo di creazione è tra le strade più feconde e preziose che vengono aperte dalla cultura e dall’esercizio di pensiero.

La cultura umanistica è necessaria per non dire mai “non saprei fare altro”. Perché di altro e di tutto, oggi, si lavora e si vive. Perché prima del fare esiste la possibilità del saper e poter fare. Se è vero che il posto fisso non esiste più è altrettanto vero che il sistema economico è per natura oscillante. Perché se è vero che i laureati in lettere o filosofia non possono fare altro che insegnare è altrettanto vero che la richiesta aumenta da più realtà lavorative nuove ed esistenti e, se non aumenta, la si crea la si cerca.

Combattere la svalutazione della formazione umanistica è responsabilità degli umanisti stessi. Accademici ed intellettuali.

Infine: sono previste 6 mila assunzioni per ricoprire il ruolo di Navigator, la figura responsabile di aiutare ed assistere i percettori del reddito di cittadinanza. Tra i requisiti richiesti lauree in Scienze Politiche, Giurisprudenza, Economia, Psicologia, Scienze della Formazione. Sono escluse, tra le altre, lauree in Filosofia, Storia e Lettere. L’esclusione di tali qualifiche potrebbe essere un caso, potrebbe essere dovuta alla disattenzione del governo o, forse, dalla sua stessa volontà.