Unorthodox: la ricerca dell’identità

«Esty: Da dove vengo siamo pieni di regole.
Professore: Nella musica devi saperle infrangere per creare un capolavoro.»

Unorthodox è una serie originale di Netflix ambientata a Williamsburg, un quartiere di Brooklyn (New York) dove vive la comunità Satmar. I componenti di questa comunità sono ebrei chassidici originari dell’Ungheria. La maggior parte di essi discendono da sopravvissuti all’Olocausto, cosa che li differenzia da altre comunità chassidiche, poiché svilupparono la loro identità in base a questo fatto storico.

«La fondarono persone che hanno sofferto il più grande trauma che si può immaginare. Per la prima generazione, o addirittura per le prime due generazioni, questo trauma fu il motore delle strutture ideologiche» (1), queste parole sono di Deborah Feldman autrice del libro autobiografico Unorthodox: The Scandalous Rejection of My Hasidic Roots sul quale è basata questa miniserie di quattro episodi da circa cinquanta minuti ognuno. La serie, per metà in lingua yiddish, rappresenta dettagliatamente i costumi e i rituali di un mondo ultraortodosso che si caratterizza per il modo di vestire e di portare i capelli, per i riti che si professano e per una meticolosa repressione sessuale. Un micro-mondo sconnesso dalla modernità.

In questo contesto nasce e cresce Esther Shapiro, Esty, senza ricevere un’educazione laica, senza sapere nulla del mondo di fuori, senza avere il diritto di parlare o cantare in pubblico; sposata a diciassette anni attraverso un matrimonio combinato che la unisce a un uomo che non ama, obbligata per il resto della sua vita alla routine tipica di una sposa: cucinare, fare la spesa e procreare, tenendo in conto che l’atto sessuale è considerato «fisica elementare. L’uomo è il donatore. La donna è il recipiente».


Gli imperativi religiosi non tardano a perdere pregnanza man mano che la sua infelicità cresce.


Di fronte a una comunità che le nega qualsiasi forma di espressione personale e la annichila come soggetto, la protagonista matura la disperata necessità di fuggire, sebbene sia verso l’ignoto, alla ricerca di se stessa e di un’altra possibilità d’esistenza. «Dio si aspettava troppo da me», questo è ciò che risponde ai giovani dell’Accademia di musica che conosce poco dopo essere atterrata nella cosmopolita Berlino, e che la accolgono immediatamente come una di loro. Il contrasto tra questa nuova comunità in cui entra a far parte e quella da cui proviene è estremamente interessante.

Esty non comprende appieno i codici del nuovo mondo in cui si sta addentrando, eppure proprio di fronte all’eterogeneità di quel contesto sente di potere farsi spazio. La protagonista avanza nella sua impresa emulando i nuovi costumi e disfacendosi lentamente di ciò che forzatamente ha appreso nel luogo da cui proviene. La ricerca dell’incontro con l’Altro, con il differente, con il nuovo, con ciò che non capisce e che perfino la fa sentire estranea, non fa altro che alimentare la sua volontà d’essere, d’affermarsi, di vivere.


La costruzione della sua identità transita attraverso l’interazione con il mondo circostante, in un cammino che, ad ogni modo, non cessa d’essere arduo e totalmente incerto.


Nonostante ciò, Esty si nega a permanere passiva, per lei esistere significa rimodellare l’esistenza. Come recita una frase attribuita a Simone de Beauvoir «l’essere umano non è né una pietra né una pianta, e non può giustificarsi a se stesso per la sua mera presenza nel mondo» (2).

Considero una soluzione brillante rappresentare il culmine dell’affermazione personale della protagonista nel canto che chiude il quarto e ultimo episodio. Al di là della metafora del trovare la propria voce nel mondo, questa scena riflette la radice antropologica che sta alla base di ogni espressione artistica. Infatti, secondo una concezione che risale al Darwin di The Descent of Man, and Selection in Relation to Sex, l’arte, prima di ogni altra cosa è ornamento, ovvero una forma di presentazione del Sé, nella stessa maniera in cui piume, colori, manti e orpelli sono segni visivi della distinzione delle specie animali tra loro.


Ogni manifestazione artistica, indipendentemente dai suoi significati più profondi, più elevati o intellettuali, è in primo luogo veicolo di identità. È segno distintivo (3).


A questo proposito voglio segnalare un’altra produzione cinematografica, The Piano (1993) film scritto e diretto da Jane Campion, la cui protagonista, oltre a condividere con Esty l’essere stata sposata con un uomo sconosciuto e il suo non conformarsi al ruolo di sposa assegnatole, trova nel mezzo musicale l’impulso per esprimere il proprio Io.





(1) Netflix, episodio speciale Unorthodox – Dietro le quinte.

(2) https://www.abc.es/cultura/abci-simone-beauvoir-palabras-201604141257_noticia.html (traduzione mia).

(3) Y. Michaud, L’arte allo stato gassoso. Saggio sul trionfo dell’estetica, Mimesis, Sesto San Giovanni (MI), 2019, pp. 152-173.

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