Space Force: il lato oscuro di un nuovo allunaggio

Space Force

La nuova comedy Space Force racconta in modo innovativo e paradossale gli scopi e i mezzi di una missione spaziale, gettando una luce ironica e disincantata sull’America contemporanea.

Distribuita da Netflix il 29 maggio scorso, la serie segna il ritorno del mitico duo Greg Daniels e Steve Carell, di nuovo insieme dopo il grandissimo successo di The Office (2005-2013). Steve Carell, alias Mark Naird, è un inappuntabile generale quattro stelle che ogni mattina si stira con orgoglio la divisa dell’Esercito degli Stati Uniti e si prepara a servire il proprio Paese.


Con suo sommo malgrado, la Casa Bianca gli affida la gestione di un nuovo reparto militare poco gettonato, la Space Force, con lo scopo di ritornare sulla Luna e conquistarla prima che lo faccia la Cina.


Il generale Naird si trasferisce con la figlia e la moglie (Lisa Kudrow) in un’afosa cittadina del Colorado, per dirigere una base segreta (non tanto segreta) il cui nucleo centrale è il reparto scientifico, sotto il comando del dottor Adrian Mallory (John Malkovich). Moltissime sono le comparse che gravitano negli ampi spazi della base militare e attorno a cui si muovono i due personaggi principali, l’integerrimo generale e l’insofferente scienziato, continuamente in preda a scontri verbali all’insegna del conflitto tra ragioni militari e ragioni scientifiche.

I loro dialoghi sono il vero punto di forza di una serie divertente e pesantemente ironica nei confronti del mondo americano di cui abbiamo imparato a ridere, guardando film e serie tv. Al di là del duo Carell/Malkovich, gli altri personaggi colpiscono per il loro essere completamente inadatti al compito che li aspetta: Brad, generale ad una stella e assistente di Naird, incapace persino di sorvegliare l’ufficio del suo capitano; Tony Scarapiducci, giovane social media manager sempre prodigo di inutili tweet; Yuri detto Bobby, spia non molto furtiva del governo russo, che esce con la figlia del capitano per estrapolarle informazioni.


Il circo della Space Force, nonostante tutto, procede nella sua impresa, grazie alla guida di Naird, personaggio assolutamente diverso dall’amato Michael Scott.


Infatti, la Space Force è in grado di farcela perché il suo leader non è un uomo imbarazzante e incapace, ma un fiero combattente che ha fatto la guerra e s’impegna nel suo nuovo indesiderato incarico, nonostante la continua denigrazione degli altri reparti militari, i veri macho dell’esercito. Naird ha l’abilità di convincere tutti del successo della sua impresa: la comunità di scienziati poco sicuri dell’affidabilità di un gorilla-astronauta per una missione spaziale, la commissione di bilancio a Washington preoccupata delle spese dei contribuenti. La sua è spesso una retorica priva di argomentazioni valide, ma è dotata di una grande fascino persuasivo: l’uomo giusto nel mondo d’oggi non è quello che sa di più («uno scienziato è leale alla ragione. Perciò è inaffidabile» dice ironicamente Naird a Mallory), ma quello che comunica con grande carisma.

La grande passione del generale Naird è motivata da una forte adesione alle cause del governo americano, di cui rappresenta l’emblema: l’eroe che risolverebbe tutto sganciando una bomba, quello che crede nel valore della guerra e nella sacralità della bandiera americana. Ma sono poi così nobili le cause governative? Lo scopo della Space Force è rimettere piede sulla Luna non per “esplorare strani, nuovi mondi in cui nessun uomo è mai giunto prima”, ma per una corsa con la Cina che di scientifico ha ben poco e ricorda la frenetica competizione con l’Unione Sovietica durante la Guerra Fredda. Cambia l’avversario, ma la storia è quella dei corsi e ricorsi vichiani.


Se le situazioni narrate nei vari episodi appaiono al limite del ridicolo, è agghiacciante pensare che la serie non sia tutto frutto della genialità degli sceneggiatori: nel dicembre 2019 Donald Trump annuncia la decisione di creare il sesto reparto militare degli Stati Uniti, la United States Space Force.


La nuova “risorsa” americana sotto il comando del generale Jay Raymond nasce per difendere l’America dalla presenza di pericolosi satelliti nemici. Infatti, il rapporto della DIA che annuncia l’esistenza di sistemi anti-satelliti all’avanguardia in Russia e in Cina, ha spinto il presidente Trump a giocare al rialzo, mettendo in secondo piano i gravi problemi che attraversano il Paese, dalle manifestazioni del Black Lives Matter all’emergenza del Covid-19. Questa smaniosa politica concorrenziale, per quanto venga ritenuta necessaria per la salvaguardia dei cittadini, comporta il progressivo dimenticarsi di altre priorità, come il diritto all’uguaglianza per cui si stanno battendo gli attivisti americani (e non solo) o il diritto alla salute che medici e infermieri cercano di tutelare nelle strutture ospedaliere.

Di fronte ai numerosi problemi che affollano le pagine dei quotidiani, la soluzione privilegiata è quella proposta semplicisticamente dal generale Naird: una bomba o, comunque, una corsa agli armamenti. È triste constatare che il nuovo progetto militare statunitense, quello di Trump e non della serie Netflix sfortunatamente, comporterà un aumento del 3% del budget militare. Il motore trainante della società non è il coraggioso tentativo di affrontare i limiti umani, né la capacità di creare collettivamente qualcosa di duraturo da lasciare ai posteri, ma il fine ultimo è sempre il desiderio di acquisire un potere superiore agli altri per sopraffarli, garantendo ai vincitori una sicurezza che sembra essere raggiungibile solo con la forza e non con la cooperazione.


Ciò che muove le vicende umane ancora oggi è la lotta di classi di cui Marx parla nel Manifesto o la guerra di tutti contro tutti del Leviatano di Hobbes che ci invitano amaramente a ipotizzare di non aver mai abbandonato un primordiale stato di natura.


Oggi, anziché plebei e patrizi o borghesi e aristocratici, abbiamo americani contro cinesi, cinesi contro russi, russi contro americani, insomma il mondo contro se stesso. La guerra non è più, o non solo, guerra tra ceti o tra classi, ma guerra tra Nazioni che, tuttavia, hanno vissuto la globalizzazione e dovrebbero imparare a ragionare su obiettivi comuni. L’assurdo perpetuarsi di questo conflitto emerge perfettamente nella serie in cui in si capisce che è inutile ostentare un fervente nazionalismo in una missione che comprende un team scientifico di indiani, belgi, cinesi; così come è esilarante parlare di una missione che metterà di nuovo gli stivali americani sulla Luna, se gli stivali sono made in China. Per questo è fondamentale l’eccentrico Mallory che con il suo brillante sarcasmo demolisce la visione semplicistica del generale.

Per Mallory la guerra è una battaglia di testosterone, per Naird è portatrice di democrazia; per Mallory è la scienza a dover stabilire a quali condizioni ambientali lanciare un razzo, per Naird bisogna affidarsi all’intuito e al rischio. Mallory è la controparte di Naird, la nemesi a cui continuamente obietta tutto: l’outfit, la camminata poco virile, i dispendiosi metodi di ricerca. Ciononostante, il brillante scienziato è il primo a cui Naird si rivolge per scegliere un completo elegante o per risolvere un conflitto con i suoi superiori.


Attraverso il confronto con il fedele Mallory da un lato e i consigli della stravagante moglie Maggie dall’altro, Naird impara a ragionare seguendo un’etica personale che non si colori necessariamente di stelle e strisce bianche e rosse, ma gli consenta di agire scegliendo quale ruolo sociale abbia la precedenza: il ruolo di padre e non di comandante, di uomo indipendente e non di pedina del governo.


Tuttavia, bisogna dire che lo sviluppo del personaggio di Carell non è lineare nei vari episodi, in quanto alterna momenti in cui si comporta come il perfetto soldato e altri in cui riscopre una morale autonoma. Dopo un pilot esilarante e un secondo episodio che preannuncia una storia di grosse risate, la serie risulta un po’ fiacca, forse proprio per l’eccessiva l’ostentazione di un americanismo che abbiamo imparato a riconoscere per quello che è: anacronistico e fuori luogo, quanto i tweet del presidente Trump a cui vari episodi strizzano ironicamente l’occhio. Vale comunque la pena di guardare questa prima stagione, oltre che per i siparietti Naird-Mallory, anche per godere di un memorabile Steve Carell che balla sulle note dei Beach Boys.




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