La Palestina è una questione femminista

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Anche se in questi ultimi giorni, a seguito dell’inizio della guerra con l’Iran, si è distolta l’attenzione nei confronti degli orrori perpetrati da Israele a Gaza – le torture e i soprusi nei confronti del popolo palestinese sono tutt’altro che terminati.

Seppur buona parte della stampa sostenga che tutto ciò sia una risposta a quanto Hamas ha compiuto il 7 Ottobre 2023, il sionismo e le conseguenti violenze nei confronti delle persone palestinesi hanno origini ben più “antiche”, che risalgono anche a prima del 1948, l’anno di proclamazione dello Stato di Israele.

Un libro da tenere assolutamente in considerazione per avere una visione non banale della situazione è La Palestina è una questione femminista di Nada Elia (1). 

Sin dal titolo, che ha un che di provocatorio, l’autrice mette al centro le donne e le persone queer palestinesi e il loro attivismo. Con una visione del femminismo di tipo intersezionale, però, Nada Elia include la necessità di considerare tutte le oppressioni subite dalle persone palestinesi:

«la Palestina è una questione anticarceraria, viste le persone palestinesi sbattute nelle carceri israeliane […] per l’unica colpa di essere palestinesi nella propria terra. La Palestina è una questione anticoloniale, perché il sionismo è colonialismo d’insediamento […]. La Palestina è una questione antirazzista, poiché il sistema giuridico in Israele ci priva […] dei diritti civili. La Palestina è una questione ecologista, a causa della devastazione duratura che Israele infligge alla nostra terra […]  nell’intenzione di rendere il suolo inabitabile, sterile, tossico. […] E, naturalmente, la Palestina è una questione femminista» (2).

Come emerge da queste righe, l’autrice ci dà una visione particolare di Israele, ossia quella di uno Stato colonialista. 

Anche se è sempre più crescente la focalizzazione sul concetto di apartheid, per l’autrice c’è qualcosa di più: Israele ha letteralmente colonizzato la Palestina e non lo ha fatto per motivazioni economiche, ma con la volontà di sostituire la popolazione preesistente, eliminando lə nativə. Questo progetto risulta essere estremamente simile allo sterminio compiuto dai coloni giunti negli Stati Uniti nei confronti delle popolazioni indigene americane, oggi rinchiuse in riserve e private della propria cultura originaria.

Nell’ottica di Nada Elia dunque, la Resistenza del popolo palestinese che si oppone alla propria stessa distruzione, non deve essere vista come “terrorismo” perché è semplicemente difesa. 

In questo contesto di violenze di ogni tipo, un prezzo molto alto è pagato in modo particolare dalle donne, che sono soggette alla violenza sessuale israeliana utilizzata come arma di guerra.

Non solo: anche le persone palestinesi queer subiscono i peggiori soprusi, nonostante il professarsi di Israele come stato aperto e gay friendly.

Secondo Nada Elia, inoltre, etichettando “semplicemente” come apartheid quanto fatto da Israele si perdono alcune sfumature fondamentali.

L’apartheid, infatti, si basa su argomentazioni giuridiche che non spiegherebbero sufficientemente la complessità delle esperienze palestinesi. Inoltre, parlando della questione in questo modo si potrebbe avere la percezione che, una volta abolito l’apartheid dal punto di vista giuridico, ogni conflitto presente venga magicamente risolto. Proprio l’esperienza sudafricana, per Nada Elia, dimostra potentemente che non è così: le persone nere continuano a vivere nelle baraccopoli vite disagiate e sono spesso costrette alla criminalità. Non c’è stata, insomma, una risoluzione definitiva del conflitto sociale presente in Sud Africa Per questo secondo l’autrice è più corretto parlare di colonialismo e considerare in questa maniera anche la questione palestinese. 

Nei confronti di questo fenomeno, le donne palestinesi, hanno dimostrato una forte agency, «immaginando e mettendo in atto alternative alla violenza coloniale» (3).

Il loro attivismo, è vero, pare diminuito a seguito della Seconda Intifada, a causa dell’istituzione dell’Autorità palestinese e al ritorno al potere di politici palestinesi maschi a seguito degli accordi Oslo del 1993. In realtà, esse continuano, anche se nell’ombra, a lottare contro la «violenza di genere del colonialismo d’insediamento e le restrittive norme culturali palestinesi» (4).

Questa loro lotta è di frequente ignorata dalle femministe bianche che sono spesso simpatizzanti di Israele, in quanto credono sia l’unico stato “avanzato” del Medio-Oriente.

Non è, però, conciliabile il femminismo con il sionismo, come spiega la femminista palestinese Mariam Barghouiti, citata da Nada Elia:

«Quando sento qualcuno che promuove il sionismo e che allo stesso tempo si identifica come femminista, il mio primo pensiero sono le immagini dei raid notturni, le torture dei bambini e l’abbattimento delle case. Essere femminista e sionista è una contraddizione in termini, perché una femminista sionista da un lato si rende complice della perpetrazione della supremazia e del dominio su un popolo, mentre dall’altro invoca la fine del patriarcato»(5).

Il femminismo, insomma, non può coniugarsi con il sionismo, ma deve lottare contro di esso. 

Nada Elia approfondisce all’interno del proprio testo le varie forme di agency portate avanti dalle donne che, nonostante tutto, continuano a portare speranza nella devastazione. Lo fanno in modo similare alle popolazioni indigene americane e ad altri popoli spazzati via dal colonialismo: tra di essi – consciamente o inconsciamente – si creano legami unici e commoventi fatti di volontà di libertà dalle oppressioni e di condivisioni di sofferenza. 

Insomma, da femministə non possiamo non considerare la questione palestinese e non possiamo pensare di liberarci da un’oppressione, il patriarcato, senza liberarci da tutte le oppressioni.

«Dal momento che il colonialismo d’insediamento, la violenza di stato e il femicidio sono riconducibili a un unico disegno, la lotta palestinese va intesa come una lotta femminista e abolizionista intersezionale»(6).

La Palestina è una questione femminista, quindi, è un libro importante per comprendere più profondamente la guerra tra Israele e Palestina, ma anche per approfondire le nostre conoscenze sul femminismo, senza cui Filosofemme non esisterebbe.

Grazie Edizioni Alegre!

N. Elia, La Palestina è una questione femminista, trad.it M. Napolitano e A. Rizzi, Edizioni Alegre, Roma, 2024.

(1) N. Elia, La Palestina è una questione femminista, Edizioni Alegre, Roma, 2024.

(2) Ivi, pp.17-18.

(4) Ivi, p.33.

(3) Ivi, p.32.

(5) Ivi, p.115.

(6) Ivi, p.32.