Arabə e queer. Storie Lgbtq+ dal mondo arabo

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«Un corpo queer è una struttura molto sola» (1).

Questo è il sentimento che permea l’intera struttura del volume edito da Tamu edizioni e che oggi vi proponiamo: Arabə e queer. Storie Lgbtq+ dal mondo arabo, un’opera corale che raccoglie le testimonianze, le voci – in arabo Sawt, termine molto presente lungo tutta la lettura – della comunità araba Lgbtq+. Un’opera che ci mostra, con un occhio diverso, la durezza del periodo del Covid nei paesi arabi e il percorso di numerose storie di fuga, una diaspora fatta anche di grandi ritorni, ma in particolar modo di forte resilienza.

È facile pensare che all’interno dei paesi non occidentali essere queer sia frutto di una sorta di imposizione esterna, magari un modo di omologarsi a quella che può essere sostenuta come una “tendenza”, quando in realtà alle spalle si celano anni di lotte, interne ed esterne, bullismo e solitudine. La queerness è piuttosto una «resistenza critica e politica non solo alle culture arabe etero-normative, ma anche alle categorie Lgbt basate su una lettura occidentale e bianca delle stesse» (2).

Essere queer, specie in un contesto islamico, è trasgressione, violazione di un sistema perfetto e ben costruito che elogia il gruppo.

È una liberazione da una società retrograda e ricca di fobie, le quali rivestono una dimensione socio-politica e religiosa ben radicata, dove non può vigere l’individualismo ma una continua visione di branco e omologazione.

Le persone narrate nel libro si rifugiano così nell’anonimato per non far vergognare la propria famiglia, arrivando alla fuga e alla contestuale ricerca di una dimensione propria di libertà, tesa all’altro lato del cordone ombelicale familiare, e spesso provocando altrettanto dolore o trauma.

Ci troviamo come in bilico tra il costante rifiuto di una sorta di concetto queer occidentalizzato e il tradizionalismo islamico:

«Mi sentivo un po’ come se fossi un tumore, attaccato come qualcosa di estraneo dalla risposta immunitaria di autoconservazione della famiglia. È stato infernale ed estenuante; non solo sono stato vittima di ogni genere di abusi emotivi e psicologici, ma ho anche imparato fin da piccolo a vedermi come un’interferenza guasta in un sistema altrimenti perfetto» (3).

Attraverso quest’opera si cerca di smentire, tra i tanti stereotipi e pregiudizi, quella sorta di fiaba del “pene magico” (4) secondo cui la penetrazione maschile eterosessuale permetterebbe il cambiamento della donna.

L’accettazione del proprio corpo, delle sue pulsioni, così come il suo rifiuto e il tentativo di cambiarlo anche attraverso operazioni, lascia segni dolorosi nella mente.

Una delle testimonianze, ad esempio, racconta di chi con la voce lavora e dopo l’assunzione di testosterone ha subito l’allontanamento delle persone amate, che godevano di questa voce. Ma ci sono anche ricordi dove ci si prende quasi gioco di questo cambiamento, di come il corpo cambi e possa cambiare, facendone strumento verso la propria indipendenza.

Il mancato individualismo nel contesto arabo si caratterizza con l’immagine della singola persona come il prolungamento della propria famiglia e delle sue tradizioni, il cui compito è preservare la sopravvivenza di queste ultime. Essere queer in un contesto di branco significa appropriarsi del proprio corpo, della propria persona e del proprio piacere, il quale chiaramente non coincide con ciò che viene considerato “corretto”, “pulito” e “accettato” dalla tradizione. Non sono concepite menti curiose e molte delle voci all’interno del libro mostrano come tutta la famiglia intervenga in questo processo di ridimensionamento della pecora nera.

Ci si sente pertanto in errore rispetto a questo sistema ritenuto giusto e inviolabile, il tutto aggravato dagli insegnamenti islamici e da un contesto dove perfino chi si professa ateo sente su di sé lo sguardo punitivo divino. 

«Ci sono volte in cui mi è stato detto che la mia mera esistenza è un affronto all’Islam e alle norme culturali arabe; altre volte ho cercato di trasgredire queste norme in prima persona, sul palco, come strumento di emancipazione. Ci sono volte in cui le mie trasgressioni sono qualcosa che cerco disperatamente di celare, per paura di una punizione – reale o metafisica – e altre in cui le ho ostentate di proposito. La trasgressione mi è stata inflitta e io l’ho accolta, mi ha portato al successo ma mi ha anche messo in pericolo» (5).

Un’ interessante problematica discussa nel testo riguarda i casi di feticizzazione razziale, dove essere arabə viene visto come un plus di attrazione, ma in un senso malsano e non di mero interesse verso l’altra cultura.

Casi in cui lo scontro tra la bianchezza occidentale e la cultura araba trova uno terreno più fisico e che rivela un razzismo malcelato e stereotipato.

Tutte queste storie, malgrado l’estrema sofferenza, segnano un avvenire fatto di redenzione e di libertà. Abbiamo tanto parlato di voce in quanto è solo tramite questa che comunità come quelle di cui Arabə e queer si fa parola scritta possono esistere, anziché limitarsi a sopravvivere, e darsi man forte. Tramite la scrittura, il giornalismo, le proteste o anche solo vivendo le storie diffuse in queste pagine ci insegnano a resistere e a rispettare sempre in primo luogo la nostra persona e la nostra identità – di genere e non – e soprattutto: 

«Siate voi stessi. Il vostro voi migliore è ogni vostro voi. Il vostro voi donna. Il vostro voi uomo. Il vostro nessun voi. Il vostro inconoscibile voi. Il vostro voi più bello. Il voi tenero bambino. Nessun altro che voi» (6).

Questo è il più sentito augurio e insegnamento che questo volume ci può lasciare.

Grazie Tamu edizioni!

E. Jahshan (a cura di), Arabə e queer. Storie Lgbtq+ dal mondo arabo, traduzione di Giorgia Sallusti, Tamu, 2024

(1) E. Jahshan (a cura di), Arabə e queer. Storie Lgbtq+ dal mondo arabo, traduzione di Giorgia Sallusti, Tamu, 2024, p. 65.

(2) Ivi, p. 10.

(3) Ivi, p. 89.

(4) Ivi, p. 33.

(5) Ivi, p. 86.

(6) Ivi, p. 245.