Le trappole della buona educazione

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Accade spesso che durante una serata con lə miə amicə si finisca a parlare di quali cartoni animati guardassimo da piccolə o di quali libri siano stati alla base della nostra formazione letteraria.

Con il tempo ho imparato a riconoscere un pattern che si ripete tutte le volte in cui i miei interlocutori sono uomini: quasi tutti sono cresciuti guardando Ben10, i Pokémon o i Gormiti e hanno divorato Geronimo Stilton, ma nessuno di loro ha mai sentito parlare delle Totally Spies o delle Pretty Cure, né ha mai letto Elisabetta Gnone o Licia Troisi, nomi che invece sono ben noti a molte delle mie amiche. 

Ovviamente ci sono delle eccezioni, ma nella maggior parte dei casi mi rendo conto di come il doppio standard culturale di cui parla Maša Grdešić ne Le trappole della buona educazione (1) non sia solo uno strumento di analisi estetica, ma anche una realtà esistente nella vita di tuttə. 

Il saggio dell’autrice croata è prima di tutto un’opera volta a evidenziare questo duplice standard che divide i prodotti pop “femminili” da quelli che la critica definisce universali, cioè maschili.

Grdešić sostiene che se gli uomini scartano per principio opere ideate da autrici, con personaggi femminili, «le donne non possono ignorare nello stesso modo la cultura prodotta dagli uomini» (2). 

Fin da molto piccole alle bambine vengono presentate le vite e le opere di filosofi, scienziati e artisti uomini, mentre «è altamente probabile che i ragazzi (maschi), dopo qualche titolo tra le letture scolastiche obbligatorie, non debbano più leggere nemmeno un solo libro scritto da un’autrice» (3). 

La cultura “femminile” diventa perciò un genere a sé stante, una categoria separata che tratta storie e aspetti propri delle donne con cui solo loro si identificano. Le opere e i personaggi femminili sono recepiti dalla critica e dai fruitori maschili come non universali, come delle rappresentazioni particolari che loro percepiscono come qualcosa in cui non possono riconoscersi.

Questo aspetto appare piuttosto strano se pensiamo a come alle donne non risulti invece difficile immedesimarsi nei prodotti chiaramente ideati da e per uomini che vengono proposti loro fin dalla più tenera età. 

Grdešić scrive che «l’idea attualmente dominante di universalità letteraria è essa stessa un’idea politica, poiché proclama un gruppo privilegiato di scrittor* rappresentante dell’universale» (4), escludendo così tutte le altre forme di letteratura sulla base della loro diversità rispetto all’unico parametro di riferimento possibile, ovvero quello maschile.

Ma l’incapacità da parte degli uomini di apprezzare le opere “femminili” deriva anche dal pregiudizio secondo cui esse fanno parte della cultura pop media (se non addirittura bassa) e quindi siano scadenti.

Nella difesa dei prodotti pop, Grdešić adotta un approccio shustermaniano (5), cioè porta avanti diverse argomentazioni volte a dimostrare come dalla cultura popolare si possa imparare, pur non esitando a evidenziarne i difetti. 

Uno dei generi televisivi su cui l’autrice si concentra per spiegare i pregi della produzione pop è quello della soap opera, considerato spesso «il peggio della televisione» (6) (7). Grdešić scrive che, grazie agli studi culturali femministi britannici che negli anni Settanta hanno iniziato la loro avanzata, oggi è possibile vedere le soap opera sotto un’altra luce. Infatti, in una società patriarcale in cui i modelli di riferimento sono perlopiù maschili, le soap opera offrono un punto di vista anche femminile, mettendo in primo piano la vita delle donne e dando spazio e voce ai loro desideri.

Ma, secondo i critici il problema principale della cultura pop “femminile” sta proprio nel fornire modelli negativi, ragazze e donne superficiali ed egoiste in cui riconoscersi.

È a questo punto che scatta il doppio standard:

«Orde di fan (in modo del tutto legittimo) si identificano con i bad men e i difficult men, citano Rust Cohle di True detective o si chiedono tormentosamente se debbano tifare per Walter White di Breaking Bad, ma Hannah Horvath di Girls è proprio la personificazione della nullità morale» (8).

L’asimmetria che vede come accettabili personaggi maschili quantomeno ambigui e condanna quelli femminili a causa delle loro imperfezioni sottolinea ancora una volta come le uniche rappresentazioni di donne da considerarsi accettabili secondo la critica siano quelle ideate da uomini.

I modelli di riferimento per le donne devono essere figure ausiliarie, docili, sorridenti, meglio se belle e mai fatali. 

È evidente che questi esempi vengono proposti alle donne con l’auspicio di essere replicati anche nella vita reale, ma ciò che sfugge ai critici letterari è che è molto più semplice identificarsi in personaggi verosimili, che ci assomigliano e che dunque condividono con noi difetti e insicurezze, piuttosto che ritrovarsi in eroine perfette e sempre coraggiose. In altre parole, nonostante la cultura patriarcale spinga le donne a rivedersi in Cenerentola, è molto più naturale per loro simpatizzare con protagoniste vulnerabili e impacciate.

Le donne di cui leggiamo o che vediamo sul piccolo e grande schermo sono così importanti perché è anche da loro che impariamo, assimilando comportamenti e interessi, ma questa può diventare una trappola se i loro insegnamenti si limitano alla passività.

La buona educazione diventa un inganno tutte le volte in cui viene detto alle donne di abbassare la voce, di non essere così radicali nelle loro posizioni o di non “fare scenate”.

Nelle loro argomentazioni devono essere sempre pacate e razionali, non devono mai cedere all’emotività e lasciarsi andare, perché sanno benissimo che quel tremolio nella voce o quel rossore in viso sminuirebbe le loro idee e finirebbe con il mostrarle come persone deboli e irrazionali. 

La buona educazione è quindi estremamente problematica per le donne e ciò è evidente se teniamo, per esempio, conto di come siano “programmate” per sorridere anche davanti alle molestie.

Grdešić scrive che gli uomini contano sul fatto che siano troppo educate, di conseguenza passive, dunque impaurite per poter anche solo pensare di urlare in pubblico al fine di mettere in fuga il loro aggressore. Insomma, quello che il bon ton consiglia alle donne è di non incarnare la “femminista guastafeste” di cui parla Sara Ahmed, figura che Grdešić riprende, cioè di non essere la persona che rovina l’atmosfera mostrando a chi le sta attorno il sessismo di cui è vittima.

La femminista guastafeste è un modello da cui stare alla larga, soprattutto perché rappresenta tutto ciò che rende la causa femminista ostile agli uomini.

Se, come suggeriva la versione croata di Cosmopolitan nel 2016, il femminismo deve essere hot e divertente per guadagnarsi il rispetto e l’interesse degli uomini che ne garantiscono la legittimità, allora mostrare loro il privilegio di cui godono fin dalla nascita forse non è la mossa giusta. 

Le riviste come Cosmopolitan sono uno dei motivi per cui difendere a spada tratta la cultura pop destinata alle donne è quasi impossibile. L’autrice riprende le parole di Nina Power che nel 2009 scriveva di come gli slogan “femministi” utilizzati da questi prodotti siano quasi sempre problematici, perché svuotano il movimento femminista della propria connotazione politica, presentandolo come «il nuovissimo accessorio must-have» (9). 

Il femminismo non può essere qualsiasi cosa e soprattutto non può perdere quella rabbia che da sempre lo alimenta.

«Forse il femminismo non è abbastanza divertente e hot? Forse è ancora un problema, una minaccia, un pericolo. Ed è così che il femminismo deve essere per avere un senso» (10).

Grazie asterisco!

M.Grdešić, trad. it. di S. Latorre, Le trappole della buona educazione, Milano, asterisco Edizioni, 2023. 

Note

(1) M.Grdešić, Zamke pristojnosti. Eseji o feminizmu i popularnoj kulturi, Croazia: Maša Grdešić and Fraktura, 2020; trad. it. di Sara Latorre, Le trappole della buona educazione, Milano, asterisco Edizioni, 2023. 

(2) Ivi, p.18.

(3) Ibidem.

(4) Ivi, p.205.

(5) Richard Shusterman è un filosofo statunitense pragmatico. In Estetica pragmatista dedica diversi capitoli alla difesa dell’arte pop, illustrandone pregi e meriti. 

(6) Ivi, p.119.

(7) I fruitori della cultura alta vedono nelle soap opera delle storie scritte male, inverosimili, esagerate e ideate per un pubblico di massa scarsamente istruito, principalmente femminile. Inoltre, questa visione negativa sostiene che i drammi televisivi abbiano lo scopo di incantare le donne per impedire loro una qualsiasi emancipazione, trascurando il valore politico di questi prodotti. Secondo l’autrice il merito di questi prodotti è quello di porre al centro «una giovane donna che tenta di battersi per l’autonomia all’interno del sistema sociale patriarcale, e non più la madre ideale che sopporta gli abusi e si immola costantemente per il benessere altrui». 

(7) Ivi, p.125.

(8) Ivi, p.151.

(9) Ivi, p.61.

(10) Ivi, p.63.