L’Italia senza casa

0
1

La casa è il grande problema quotidiano del nostro tempo.

Non perché non ci siano fisicamente abbastanza abitazioni anzi, come emerso dal nuovo studio della Fondazione Ifel (Istituto per la Finanza e l’Economia Locale dell’Anci), ci sono quasi dieci milioni di case vuote in Italia (1). La vera motivazione è il fatto che la casa abbia perso il suo senso originario. Se prima era il luogo dell’abitare, del creare un progetto di vita e del radicamento, oggi è una mera questione finanziaria. Questa è la riflessione alla base dell’ultimo libro di Sarah Gainsforth, L’Italia senza casa (Laterza, 2025). 

«La casa e il lavoro, la sanità, la giustizia, i diritti: questo paese sta distruggendo tutto ciò che serve alle persone normali per vivere» (2).

La questione delle case inaccessibili, soprattutto per questioni economiche, è infatti sempre più evidente, principalmente nelle grandi città come Milano, Bologna o Venezia.

I costi aumentano sempre di più, le politiche abitative vengono abbandonate eppure i salari non crescono per compensare queste problematiche. La base di questa crisi abitativa contemporanea è il progressivo slittamento della casa da bene d’uso a investimento finanziario e non coinvolge solo la parte più povera della popolazione ma anche i ceti medi (3). Sia la locazione che il mutuo, le due forme più usate per l’accesso alle case, non sono più sostenibili per la famiglia media italiana e non funzionano per coloro che cercano una casa da abitare. 

Il saggio di Gainsforth delinea un cambiamento antropologico e politico molto profondo.

Se un tempo la casa di proprietà rappresentava per le famiglie italiane una tappa sociale accessibile anche ai ceti medi, oggi quella stessa proprietà è diventata uno strumento di accumulazione per pochə e di esclusione per moltə. Il passaggio cruciale, lo slittamento dalle politiche sull’offerta (costruzione di edilizia pubblica e regolazione degli affitti) a politiche orientate alla domanda (sussidi individuali), ha finito per rendere lə cittadinə strumenti utili per nutrire la rendita immobiliare.

Ed è proprio questo passaggio che non consente più alle persone di avere il cosiddetto “diritto alla città”, come definito da Lefebvre (4). Secondo il sociologo francese, il diritto alla città è, insieme alla libertà individuale, una delle forme superiori di diritto ed è caratterizzato sia dalla possibilità di partecipare alle attività interne alle città sia dal diritto di usare la città (5). 

Senza la possibilità di possedere una casa, il diritto alla città è uno dei diritti che vengono meno.

Il mercato, infatti, è ormai dominato dal rent-gap, ovvero la differenza di redditività tra l’affitto residenziale e quello a breve termine. Il risultato è il seguente: come Gainsforth aveva spiegato anche nei suoi libri precedenti (Airbnb città merce, DeriveApprodi, 2019; Abitare stanca, effequ, 2022), lə turistə rendono più dellə studentə, che a loro volta rendono più delle famiglie.

E di conseguenza, le città sono meno abitate da residenti a lungo termine per trasformarsi in “Paesi-albergo”. Affitti brevi ed Airbnb hanno sostituito la casa di proprietà (6).

L’Italia senza casa non è, dunque, solo un saggio di urbanistica, ma uno specchio delle contraddizioni delle città contemporanee. Ci ricorda che se la città diventa una merce, lə cittadinə diventano clienti (o scarti, se non possono permettersi il bene in questione).

Uscire da questa condizione richiede sicuramente una mobilitazione collettiva, sia essa dal basso o dall’alto con leggi apposite: alla base di essa, c’è comunque sicuramente il tornare a rivendicare il diritto ad abitare una casa, non solo a possedere un immobile (7).

Grazie Laterza!

S. Gainsforth, L’Italia senza casa, Laterza, tempinuovi, Bari-Roma, 2025.

NOTE

(1) https://www.fondazioneifel.it/documenti-e-pubblicazioni/item/11942-l-offerta-di-abitazioni-in-italia-un-quadro-generale?intcmp=skytg24_schede_interlink_text

(2) S. Gainsforth, L’Italia senza casa, Laterza, tempinuovi, Bari-Roma, 2025, p. 3.

(3) Ivi, p. 9.

(4) H. Lefebvre, Le droit à la ville, Anthropos, Parigi, 1968.

(5) Per Lefebvre, la partecipazione comprende, da una parte, il coinvolgimento attivo degli abitanti nei processi decisionali che producono lo spazio urbano, mentre, dall’altra, l’uso della città si riferisce alla possibilità di appropriarsi degli spazi urbani e di fruirne nella vita quotidiana, oltre la sola dimensione economica o proprietaria (cfr. Lefebvre op. cit.).

(6) Gainsforth riporta la possibile soluzione proposta a livello nazionale del social housing e le problematiche annesse (op. cit., p. 106-111).

(7) Ivi, p. 172.