Il “post partum” come esperienza di sparizione e perdita di sé

Nel precedente articolo abbiamo provato a pensare la gravidanza come una soglia: non una semplice attesa di unə figliə, ma esperienza liminale in cui l’identità della donna viene messa in questione, attraversata, trasformata, persa, alienata.
Abbiamo mostrato come felicità e terrore coabitino nel corpo gravido non come contraddizione emotiva, ma come segno di un soggetto che si apre al nuovo senza garanzie di controllo.
E adesso si vuole analizzare il momento della nascita, della creazione del nuovo, di una nuova vita, di un nuovo corpo, della madre e di una donna trasformata.
Cosa avviene dopo la nascita?
Questo secondo contributo nasce dallo stesso sondaggio anonimo che ha dato origine al primo articolo e si concentra sulle risposte relative al post partum. Se la gravidanza era il tempo dell’esposizione, della prima trasformazione, del controllo, il post partum appare come il tempo della sparizione.
Non esiste un dopo nascita lineare e continuo, ma un momento di frattura in cui l’identità materna e della donna si ridefiniscono in assenza di un adeguato riconoscimento psicologico, relazionale e simbolico.
Il post partum è ciò che accade dopo l’attraversamento, la separazione e il ricongiungimento, il dolore del corpo.
Ed è proprio qui che il racconto si sfuma.
La nascita del bambino, celebrata e narrata, esaltata, coincide spesso con una zona di silenzio e solitudine che avvolge la madre, la sua zona d’ombra. Il corpo che ha partorito, la soggettività che si è trasformata, la donna che continua a esistere vengono progressivamente sottratti allo sguardo, alla parola, all’attenzione e all’indagine.
Dalla gravidanza fino alla nascita, la donna-madre è osservata, monitorata, controllata perché deve stare al sicuro, protetta poiché il suo unico scopo è custodire, e farlo al meglio, la vita che ha in grembo.
Dopo, il nulla.
Interrogare filosoficamente il momento del post partum significa allora proseguire una domanda già aperta: che cosa accade alla donna-madre che genera, quando l’evento della nascita è concluso con il parto?
E che tipo di realtà creiamo quando celebriamo la vita che inizia, lasciando senza parola, un linguaggio, chi l’ha messa al mondo?
Con il post partum, quindi, la madre scompare.
Dopo la nascita del bambino, l’evento sembra concluso. La vita è salva, il corpo ha svolto la sua funzione, il compito è stato assolto. Eppure, per molte donne, è proprio in questo momento che inizia la fase più complessa, destabilizzante, meno raccontata, più solitaria dell’esperienza materna.
Il post partum è un luogo della perdita, della crepa. Un tempo in cui l’identità della donna-madre, già attraversata dalla gravidanza, si ritrova senza parole, senza sguardi, senza un orizzonte simbolico e di senso capace di riconoscerla e in cui riconoscersi.
Il dopo nascita ha questi volti:
“La mia vita era stravolta. Mi sono annullata come donna, come compagna e come amica.” (1)
“Mettere insieme l’amare e aver paura che potesse succedere qualcosa a tua figlia e allo stesso tempo rifiutare in toto la maternità, ti toglie tutta la salute psico-fisica.” (2)
“Fatica e senso di frustrazione” (3) e “Tutto mi ha sconvolta”. (4)
Il senso di solitudine (5).
Dalle risposte al sondaggio emerge con forza un vissuto condiviso: il post partum è spesso percepito come un’esperienza di annullamento soggettivo.
Molte donne parlano di smarrimento, di perdita di sé, di una sensazione di essere diventate esclusivamente funzione di cura. Non si tratta di una mancanza di amore verso lə figliə, ma della difficoltà di continuare a esistere come soggetto distinto.
Non è la madre che viene meno, anzi è la sua presenza totalizzante e l’essere sempre richiamata alla cura materna che non lascia spazio.
In termini filosofici, potremmo dire che il post partum rende evidente una crisi tra evento biologico e riconoscimento simbolico.
La maternità continua, ma la donna smette di essere pensata, non esiste più.
Uno dei nuclei più forti emersi dal sondaggio riguarda il corpo nel post partum. Un corpo stanco, dolorante, trasformato, spesso attraversato da ferite fisiche, cicatrici e punti e da una profonda estraneità. Molte donne raccontano di non essere state preparate a ciò che sarebbe accaduto dopo il parto: il dolore che persiste, le difficoltà legate all’allattamento, la fatica estrema, i cambiamenti intimi.
Il corpo del post partum appare come un corpo funzionalizzato: serve alə bambinə, a soddisfare i suoi bisogni primari ma non è più il corpo della madre e lo è ancora meno come corpo della donna.
La filosofia femminista, però, ci insegna che i corpi non riconosciuti sono corpi più esposti alla vulnerabilità. Il corpo della madre, dopo la nascita, rientra pienamente in questa zona d’ombra.
Un altro dato trasversale riguarda la solitudine prima menzionata.
Anche in presenza di partner e familiari, molte donne si sentono sole. Il carico della cura fisica, emotiva, mentale ricade quasi interamente sulla madre, mentre il contesto relazionale fatica a ridefinirsi.
Il partner spesso “aiuta” ma anche se presente in una co-cura, co-presenza, co-responsabilità il peso resta materno. I familiari offrono sostegno pratico, ma raramente riconoscono la profondità della trasformazione in atto. In questo squilibrio, la donna interiorizza un senso di inadeguatezza, di incapacità causata da un’asimmetria strutturale del riconoscimento.
L’identità è sempre relazione.
Quando la relazione non si riconfigura insieme al cambiamento, la soggettività resta esposta e fragile.
Molte risposte del sondaggio riportano, inoltre, vissuti riconducibili al baby blues o alla depressione post partum che aggravano e appesantiscono la condizione della madre e il gestire e curare una nuova vita e fase esistenziale. Tuttavia, ciò che colpisce non è solo la diffusione della sofferenza, ma la difficoltà a riconoscerla e a parlarne. Il dolore materno viene spesso normalizzato, minimizzato o vissuto come colpa.
Qui si manifesta un nodo profondamente culturale: la maternità ammette la fatica solo se silenziosa, solo se volta al sacrificio e solo se taciuta. La madre che soffre troppo e ne parla disturba l’ordine simbolico, la narrazione della super mamma soddisfatta e realizzata nel suo ruolo, perché incrina l’immagine idealizzata della cura. La tristezza materna, ad esempio, come anche la rabbia sembrano emozioni scomode. E così tutto il ventaglio di quelle emozioni negative, vengono respinte e represse.
Uno dei risultati più filosoficamente significativi del sondaggio è la capacità delle donne di tenere insieme amore e rifiuto dell’esperienza materna. Molte dichiarano di amare profondamente lə propriə figliə e, allo stesso tempo, di non idealizzare il post partum, di non desiderare di riviverlo. C’è un dislivello tra la maternità come esperienza e maternità narrata, istituzionalizzata, per cui l’amore per lə figliə convive con una critica radicale delle condizioni in cui la maternità viene vissuta.
Quasi tutte le risposte convergono, poi, su un punto: il post partum non viene adeguatamente accompagnato. I corsi pre-parto si concentrano sul parto, le informazioni psicologiche sono scarse, gli spazi di parola quasi inesistenti.
Il dopo resta affidato alla resilienza individuale.
Questa assenza produce sofferenza, isolamento, senso di colpa. Preparare al parto senza preparare al post partum significa ridurre la nascita a evento tecnico, ignorando la trasformazione esistenziale che segue.
Il post partum è un passaggio decisivo, in cui l’identità della donna-madre rischia di dissolversi se non trova ascolto, relazione, riconoscimento, sostegno.
Dare parola a questa esperienza non significa negare la potenza della maternità, anche la sua bellezza se vogliamo, ma sottrarla alla retorica che la rende illusoria. Come già emerge nel precedente articolo sulla gravidanza, anche qui la filosofia può svolgere un compito essenziale: restituire pensiero a ciò che è stato naturalizzato, e parola a chi, nel generare la vita, continua a esistere come soggetto.
La domanda che si dovrebbe mantenere viva sia filosoficamente, socialmente, culturalmente e politicamente è: quando nasce, chi si prende cura della madre?
(1) Risposte sondaggio anonimo sulla maternità reale.
(2) Ibidem.
(3) Ibidem.
(4) Ibidem.
(5) Ibidem.
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