Come Farah Al Qasimi risponde al Colonialismo

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Sembra che il lavoro di Farah Al Qasimi esposto come mostra permanente al Tate Modern di Londra abbia molto da dire. In particolare, il lavoro sembra rispondere a quella corrente di pensiero decoloniale che da Frantz Fanon a Edward Said ha segnato una parte importante della filosofia che riflette su dinamiche socioculturali e identitarie.

Se Fanon nella sua produzione filosofico-letteraria ha indagato l’alienazione interiore prodotta dallo sguardo coloniale sul soggetto colonizzato, d’altro canto Said ha mostrato come il potere coloniale costruisca e immobilizzi le identità. Osservando l’esposizione di Farah Al Qasimi è chiaro che l’artista scelga consapevolmente di posizionarsi in mezzo a tale tensione mista tra perdita e immobilità identitaria, decidendo di abitarla.

Le fotografie esposte sono scattate tra New York City e  Abu Dhabi, a esprimere la connessione che sta dietro alla storia coloniale, l’identità contemporanea e la cultura del consumismo.

Questa scelta emerge anche dalle parole della stessa artista, che spiega:

«Le fotografie hanno un senso della geografia disorientante, che suggerisce di trovarsi in molti luoghi complessi… che si tratti di comunità di immigratə negli Stati Uniti o di segni dell’influenza coloniale nell’Asia occidentale» (1).

Attraverso colori vibranti, scene domestiche e momenti di intimità quotidiana, Al Qasimi rifiuta lo sguardo esotizzante e documentaristico. Preferisce invece una prospettiva che volge lo sguardo sugli affetti, sui dettagli. Non c’è la necessità per i soggetti ritratti di esprimere un’identità culturale definita o una qualche appartenenza geografica. Tutt’altro: l’identità emerge come esperienza vissuta, frammentaria. Attraverso questi elementi, trova spazio il consumismo contemporaneo che si traveste da quei colori accesi e vibranti che l’influenza britannica e portoghese portò negli Emirati Arabi durante il colonialismo (2).

In questo senso, la fotografia diventa uno spazio di riappropriazione del sé, in linea con la riflessione fanoniana sulla necessità di sottrarsi allo sguardo che immobilizza e definisce.

Come scrive Fanon in Black Skin, White Masks:

«Non sono prigioniero della storia. Non dovrei cercarvi il significato del mio destino. Nel mondo attraverso cui viaggio, mi creo incessantemente» (3).

L’atto di rifiuto dell’oggettificazione dell’altro assume una dimensione profondamente incarnata: il soggetto colonizzato è “sovradeterminato dall’esterno”, costretto a vivere l’esperienza dell’essere visto più che quella del sentirsi e viversi. La manipolazione delle superfici, delle inquadrature e delle visibilità parziali operata da Al Qasimi interrompe questa dinamica. I suoi soggetti e i suoi spazi mantengono un grado di opacità, affermando la propria presenza senza offrirsi completamente allo sguardo.

La fotografia diventa così un mezzo di autodefinizione, che esige riflessione.

Allo stesso tempo, l’assenza di coordinate geografiche precise e la sospensione di ogni pretesa di autenticità culturale mettono in crisi il dispositivo orientalista analizzato da Said, che afferma:

«L’orientalismo non è un semplice tema politico […] è piuttosto una distribuzione della consapevolezza geopolitica all’interno di testi estetici, accademici, economici, sociologici, storici e filologici» (4).

Le immagini di Al Qasimi non spiegano, non traducono, non si offrono come accesso a un “altrove” culturalmente preciso e codificato. In questo modo, le categorie attraverso cui l’Occidente ha storicamente rappresentato l’Oriente perdono di senso, cessando di esistere

È dall’intreccio di questi elementi che lo spazio che ne deriva è uno spazio liminale, in cui i confini finiscono per dissolversi. Non si tratta di una condizione di perdita o di sradicamento, ma di una forma di instabilità produttiva, che riflette l’esperienza migrante come esistenza al di fuori di un’appartenenza univoca. In questo territorio intermedio, l’identità non è più qualcosa da affermare o da difendere, ma un processo aperto, continuamente in divenire.

(1) Intervista a Farah Al Qasimi. Originale: «the photographs have a confusing sense of geography that indicates that you are in a lot of complex places … whether they’re immigrant communities in the U.S. or signifiers of colonial influence in West Asia», trad. redazione.   

(2) Ibidem.

(3) Fanon, F. Black Skin, White Masks, Pluto Press, 1896, p. 224. Originale: «I am not a prisoner of history. I should not seek there for the meaning of my destiny. In the world through which I travel, I am endlessly creating myself», trad. redazione.

(4) Said, E.  Orientalism, Vintage Books, 1979, p. 12. Originale «Orientalism is not a mere political subject matter […] it is rather a distribution of geopolitical awareness into aesthetic, scholarly, economic, sociological, historical, and philological texts», trad. redazione.