
In questa versione aggiornata di Contro la politica delle briciole. La mostruositrans e altre mitologie femministe, filo sottile riporta un ampliamento nel primo pamphlet del 2020, proponendo un più sostanzioso simposio tra diverse creature crepuscolari (viste dagli esseri terrestri come degli alieni) che mostrano aspetti diversi e inediti di personaggi dell’immaginario culturale e letterario come: Pinocchio, Cappuccetto Rosso, il mostro di Frankenstein, Gregor Samsa e molti altri.
Queste figure diventano funzionali per trattare la questione di genere e il tema della transessualità e ci accompagneranno in brevi quanto significativi interventi all’interno del libro: Cappuccetto Rosso, per citarne una, nella sua rivendicazione al ruolo di Sex worker; ma ancora l’importanza centrale del corpo, l’omologazione alla norma per partecipare alla vita quotidiana che sia lavorativa o scolastica, la lotta perpetua tra ciò che la natura (o il padre, per il mostro di Frankenstein) ci ha fornito rispetto a quello che interiormente percepiamo.
Viviamo infatti in un’epoca e in una società nelle quali il binarismo detta le regole di tutto, in cui vige la gerarchia del patriarcato e dell’egemonia della sua lingua rispetto alla moltitudine.
«Visto da qui il genere ha un aspetto diverso da quello che pare ai terràni umani. A noi appare come qualcosa che non è proprio della persona, piuttosto come un codice, come una lingua, che permette di riconoscere la propria persona e le altre e metterle in relazione. Non è qualcosa di dato, ma costruito, come un linguaggio; non è qualcosa di fisso, ma che si evolve; non è qualcosa di univoco, ma di plurale e multiforme, che ha mille gerghi e dialetti al suo interno (…) La situazione reale è tutt’altra: è un po’ come se una ristretta élite avesse imposto una sola lingua, un solo pensiero e tentasse di stabilire l’unica maniera in cui devono vivere tutte le altre persone.» (1)
Siamo chiusə all’interno di un rigido confine di genere, quando invece si dovrebbe elogiare la “gioiosa insubordinazione delle vite mostruose e irregolari” delle persone trans. (2)
Siamo incasellatə come i personaggi di un presente, ognuno di noi all’interno dei ruoli ben precisi delle nostre attività, del nostro genere e nelle nostre gerarchie. Eppure è insito dentro tuttə noi quell’istinto alla curiosità, al sapere e all’esplorazione.
A che cosa si può infatti associare il termine “trans” se non all’immagine del transito, di un movimento verso tutto ciò che ci circonda, un fluido errare verso il tutto?
La scrittrice ci parla di una norma vigente, chiaramente patriarcale: una logica cristallizzata che cancella la moltitudine. L’esistenza trans stessa è però la confutazione di questa idea ristretta secondo cui i generi sono ermeticamente chiusi nel binomio semplicistico uomo/donna al quale siamo abituatə sin dalla nascita.
«Questo significa che, se il fascismo è riduzione all’uno, culto dell’unanimismo, egoismo, odio per tutto ciò che è escluso dalla comunità immaginata dai vertici, il femminismo è costitutivamente antifascista: orizzontale, plurale, composito, meticcio, frammentario persino e conflittuale. E significa anche che abbiamo bisogno di un’analisi che oltre all’oppressione di genere tenga conto dei piani della classe, della razza, dello stato di salute e della norma anatomica.» (3)
I nomi e pronomi scelti dalla comunità trans sono spesso considerati come un capriccio, ma hanno un valore importante e da non sottovalutare, come nel mito del golem E-met: una lettera può cambiare il significato e passare alla verità (Emet) alla morte (Met). (4)
E allora perché privarci di questa accuratezza semantica del termine?
Le parole hanno il potere di cancellare così come quello di manifestare l’essere e l’esistenza: negare il prossimo del proprio pronome è di fatto come eliminare la sua presenza, relegarlo ad una entità indefinita e di poca importanza. Definire il proprio pronome e nome è invece sinonimo di essenza, di essere un individuo ben strutturato nel mondo, riconosciuto nel suo genere e nel suo orientamento, ma soprattutto secondo la propria norma e non quella imposta dalla natura.
La disforia di genere porta alla visione del corpo come prigione, una gabbia di genere che trova un grosso ostacolo nella medicina cisgender: numerosi sono difatti i test che puntano a diagnosticare clinicamente questo disagio psicologico, ma per arrivare a cosa? Ad un’ulteriore cella, sempre più piccola e vincolata dal sempre eterno binomio uomo/donna.
«Per noi l’affermazione di genere va oltre il coltivarci le tette con gli ormoni, progettare un intervento che ce le tolga, vestirci come ci pare, usare il pronome che meglio ci rispecchia. Tutto questo, benché ci faccia stare meglio, potrebbe persino essere accessorio: fondamentali sono le domande sorte prima. Siamo contronatura? Dobbiamo continuare a mascherarci, a vergognarci, a sentire le voci nella testa? Chi ci suggerisce i pensieri che ci annichiliscono? Abbiamo deciso di difenderci dal veleno della norma eterocispatriarcale. L’apprendistato femminista, il confronto con altre persone frocie e le buone letture ci hanno dato consapevolezza e orgoglio. Abbiamo infilato una piastra di acciaio sotto la pelle della fronte.» (5)
filo sottile pone l’attenzione anche sul disagio economico, e non solo morale, che vivono le persone transessuali: la rilevazione conclamata della disforia di genere, alla quale seguono numerose relazioni psichiatriche, visite dall’endocrinologə per procedere poi alla terapia ormonale, sino al giudice che autorizza l’intervento demolitivo e la rettifica anagrafica. Un lungo calvario che mette a dura prova la psiche e che per di più vede la sua piena realizzazione solo nell’eventuale raggiungimento e ottenimento dei documenti.
Chi si ferma nel mezzo, chi decide per le ragioni più varie di interrompere le cure o di non demolire totalmente il proprio genere resta “fattə a metà”, fermə in un limbo.
Ed è lì che subentra il mancato riconoscimento nella gerarchia della società.
Ci si chiede allora se occorrano dei documenti per attestare la propria esistenza nel mondo, carte che non mostrino discrasia tra genere e nome, ma che ci assoggettino alla società come Pinocchio che diventa un bambino vero e perde il suo essere burattino, per farsi accettare e riconoscere a scuola, a lavoro, in un qualsiasi contesto.
E allora cosa conviene essere? Bambinə o burattinə?
La domanda rimane aperta.
Grazie Tamu edizioni!
(1) filo sottile, Contro la politica delle briciole. La mostruositrans e altre mitologie femministe, Napoli, Tamu edizioni, 2025, pp. 17-18.
(2) Ivi., pp. 37-38.
(3) Ivi., p. 109.
(4) Ivi., p. 101.
(5) Ivi., p. 97.
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