Intimità radicale

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“Il personale è politico”: i femminismi degli anni Sessanta e Settanta hanno avuto il merito storico di abbattere la soglia tra privato e pubblico, rivelando la dimensione di potere che attraversa i corpi, i vissuti e le vite delle persone socializzate come donne. 

È a partire da questa eredità che Sophie K. Rosa costruisce la sua analisi, mostrando come il capitalismo – il sistema che bell hooks definisce «patriarcato imperialista, capitalista e suprematista bianco» (1) – predetermini e plasmi desideri, sentimenti e possibilità di esistenza nelle sfere più personali.

Attraverso concetti e dimensioni dell’intimità quali l’amore romantico, la famiglia, la casa, la morte e l’amicizia, l’autrice di Intimità radicale rintraccia le origini dell’oppressione e normalizzazione del potere nelle vite di tuttə noi. 

Il saggio si apre con una critica radicale alla naturalizzazione dei rapporti sociali: l’autrice parte dall’amore romantico, mostrandone la costruzione storica e politica attraverso la sua riduzione a un modello prestabilito,  monogamo ed eterocisriproduttivo. Allo stesso modo, la forma preimpostata della famiglia nucleare – composta da due genitori che crescono figliə tra le mura di un’abitazione privata – ha subito un processo di naturalizzazione e de-storicizzazione venendo imposta come unica forma accettabile di famiglia funzionale alla logica produttiva e riproduttiva del sistema. 

«Organizzare le società in unità atomizzate […] favorisce la riproduzione di persone che lavorano per il capitalismo, rafforza i rapporti di proprietà attraverso il matrimonio e l’eredità e limita le opportunità di solidarietà contro lo Stato.» (2) 

Immaginare forme di amore, cura e parentela non biologiche che scompaginino quelle dominanti, non solo rappresenta un metodo di sopravvivenza per soggetti maggiormente oppressi e marginalizzati, ma diventa un modo per vivere bene.

Coltivare rapporti comunitari e forme di intimità estese dà vita a pratiche politiche di mutuo-aiuto, forme di condivisione e collettivizzazione delle risorse, rafforzando la nostra capacità di resistenza. 

Tra le analisi più coinvolgenti e allo stesso tempo perturbanti del saggio vi è quella riguardante la morte, intesa qui non in quanto fatto naturale ma come prodotto di relazioni e dinamiche strutturali di potere. Il capitalismo globale, nella sua dimensione più violenta, rappresenta quello che Mbembe definisce sistema «necropolitico» (3): un ordine in cui alcune morti valgono più di altre e alcune vite sono strutturalmente più sacrificabili.

Non si tratta solo delle morti più visibili, come quelle sul lavoro, ma anche di quelle apparentemente “naturali”, che sono spesso il prodotto silenzioso di condizioni strutturali: dove nasci e chi sei determinano le tue possibilità di sopravvivenza

Ma l’autrice non si ferma alla denuncia strutturale: propone di restituire alla morte e al lutto uno sguardo che la cultura dominante rifiuta, sottraendola alle logiche di mercato che ne fanno una fonte di profitto.

Rosa ci invita infatti a guardare al lutto nella sua dimensione più trasformativa e rivoluzionaria. 

Il lutto «ci blocca, ci ferma, rende impossibile ogni collusione con la logica capitalistica: può lasciarci incapaci di “fare” qualsiasi cosa, se non semplicemente esistere» (4). 

È in quella sosta forzata, in quel rifiuto temporaneo della produttività, che si apre un momento inatteso di connessione e resistenza. Inoltre, le pratiche funebri possono diventare spazi inaspettati di solidarietà e coscienza condivisa con un potenziale trasformativo in cui la rabbia e il lutto collettivo si intrecciano e si trasformano in una forma concreta di intimità radicale e politica (5). 

Infine l’amicizia, denigrata e posta al gradino più basso della gerarchia delle relazioni, diventa nel saggio il modello relazionale più liberatorio e sovversivo.

Diversamente dalla coppia o dalla famiglia nucleare – caratterizzate da una forma insulare rivolta verso l’interno-  l’amicizia mantiene più facilmente l’apertura verso l’esterno e una disposizione ad estendersi. Per questo, rappresenta una relazione di per sé ingovernabile che permette di ampliare la rete sociale e quindi di incrementare legami di solidarietà e alleanza. Come scrive l’autrice nel capitolo conclusivo del saggio, coltivare e nutrire legami di solidarietà può e deve rafforzare la nostra azione politica. 

«Impegni intimi sempre più ramificati destabilizzano lo Stato capitalista, minando il suo tentativo di consolidare il potere attraverso la strategia del divide et impera. Prendersi cura l’una dell’altra, in modi indeterminati, genera potere dal basso e si oppone alle forze oppressive» (6). 

Sophie K. Rosa mostra come l’intimità sia il centro della nostra vita affettiva ed emotiva, il nucleo fondamentale della riproduzione della vita stessa.

Per questo, i nostri movimenti, le nostre piazze e le nostre assemblee da una parte e la dimensione intima dall’altra, possono e devono contaminarsi a vicenda. Se «il potere strutturale plasma in modo profondo la sfera intima; anche la sfera intima deve organizzarsi per sfidare il potere strutturale» (7). 

Per sopperire alla condizione di deprivazione e regolamentazione ad opera del capitalismo, è necessario rivendicare forme di intimità queer per tuttə ripensando il modello dominante di famiglia, mettendo in discussione l’eteronormatività, dando vita a rapporti di cura interdipendenti e comunitari e lottando per un fine vita dignitoso per tuttə.

L’autrice contamina l’esercizio di critica politica con riferimenti alla cultura pop e con un archivio di pratiche politiche queer decoloniali e transfemministe. 

Intimità radicale è dunque un testo accogliente che ci invita a fare dello spazio privato e intimo un luogo di cura, resistenza, una fucina di idee e pratiche politiche per immaginare un mondo altro.

Un invito a tessere relazioni amiche – umane e non – di alleanza e a comporre universi affettivi che ci consentano non solo di sopravvivere ma anche di farci agenti resistenti. 

Grazie effequ!

S. K. Rosa, Intimità radicale. Contro il mito della felicità individuale, effequ, Firenze, 2025.

(1 ) S. K. Rosa, Intimità radicale. Contro il mito della felicità individuale, effequ, Firenze, 2025, p. 16. 

(2) Ivi., p. 202. 

(3) A. Mbembe, Necropolitica, Ombre corte, Verona, 2024. 

(4) S. K. Rosa, Intimità radicale. Contro il mito della felicità individuale, p. 263. 

(5) Gli altari commemorativi eretti nei luoghi delle morti causate dalla violenza sistemica – come quelli per le vittime dell’ICE negli Stati Uniti – ne sono un esempio eloquente.

(6) S. K. Rosa, Intimità radicale. Contro il mito della felicità individuale, p.282. 

(7) Ivi., p. 136.