
Sarà capitato anche a voi di scrollare video sui social ed essere vittime dell’algoritmo beauty e di tutti quegli esempi di skin/hair care routine perfetta, l’allenamento in palestra più efficace e tips per acconciature spettinate ma alla moda: questo fenomeno, esistente da anni e che periodicamente torna alla ribalta, ha un nome ed è That girl.
Questo modello è facilmente riconoscibile da alcune caratteristiche, vale a dire: calmə, cool, sempre sorridentə al mattino, l’instancabile routine fitness, meditazione, ore di skin care e wellness e, magari, casa da rivista tirata a lucido, il tutto come se non si facesse altro tutta la giornata (1). L’immagine distribuita vorrebbe essere quella di una maggiore attenzione verso la salute mentale, il rispetto dei propri limiti e il desiderio di prendersi cura di sé, dedicando del tempo alla propria persona e a ciò che la rilassa o supporta.
Eppure all’interno di questa presunta trasformazione positiva verso una vita più clean – a partire da un make up meno appariscente e più nature, fino a un’organizzazione del tempo verso di sé che finisce per essere estenuante anziché rigenerativo – vige un’estetica di un contesto quotidiano irrealistico, che induce al pensiero del fallimento tanto quanto lo sprone alla produttività.
Siamo di fronte a una regola che non descrive la realtà arrivabile, ma categorie in cui ci si cerca di incastrarsi: modelli culturali che ci definiscono e generano la versione migliore e più “corretta” di noi.
Identità preconfezionate che ci donano la parvenza di libertà e controllo di noi stessə ma che sono in fin dei conti dei meri prodotti.
Se nella vita reale, fatta di incombenze tra cui sì, sarebbe sacrosanto preservare del tempo per sé, quest’ultimo diventa un insieme di altri compiti – altrimenti non lo stiamo facendo abbastanza, non lo stiamo facendo nel modo giusto – allora si tratta dell’ennesimo obiettivo irraggiungibile che, non conseguito, ci butta in una nuova FOMO (2), quella di perderci l’esperienza della pace personale. Il sentimento di FOMO sta via via crescendo in un’epoca in cui, anche là dove sembra che tu abbia il diritto di decelerare, funzioni se sei veloce come gli aggiornamenti del mondo e persegui standard irrealistici volti alla perfezione e mascherati con altro.
Nell’era della self-optimization, l’empowerment diventa performance: produttività – sia essa fast productivity o slow productivity, cura del proprio aspetto, l’allenamento, l’essere emotivamente stabilə ed economicamente indipendentə, ma soprattutto sempre felicə. Si tratta di un fittizio meccanismo che cela attraverso l’arte del rallentare un perverso autosfruttamento del proprio essere, rendendoci manager perfettə di noi stessə e della nostra oppressione.
È il mondo descritto da Byung-Chul Han ne La società della stanchezza: non vivi più nella società del “devi”, ma in quella del “puoi”, ben più pericoloso perché non ci sono limiti. Si passa da una società disciplinata – come quella definita da Michel Foucault, basata su divieti e coercizione (3) – a quella della prestazione, posta sull’auto-ottimizzazione e iperattività.
«Il soggetto di prestazione tardo-moderno non si dedica ad alcun lavoro obbligatorio. Le sue massime non sono obbedienza, legge e compimento del dovere, bensí libertà e libera volontà. Dal lavoro egli si aspetta soprattutto il raggiungimento del piacere e non dipende dal comando dell’Altro. Piuttosto, dà retta principalmente a se stesso. Si svincola, cosí, dalla negatività delle pretese altrui. Questa libertà dall’Altro, però, non è soltanto emancipante e liberatoria. La fatale dialettica della libertà fa sí che quest’ultima si rovesci in nuove costrizioni» (4).
La società è ora un progetto, una spinta motivazionale alla miglioria di sé, ma che spesso sfocia nella ricerca, invano, della perfezione e, contestualmente, al disagio psicologico.
Il burnout oggi non arriva solo perché qualcunə ti sfrutta, ma perché non smetti mai di spingerti.
Il problema non è più la negatività bensì l’eccesso di positività: i troppi stimoli, il troppo performare non fa che generare ansia, depressione e, appunto, burnout. Secondo Han, difatti, lo scacco arriva dalla commistione tra la massima realizzazione e l’autodistruzione: più cerchi di migliorarti e più ti consumi.
«Il burnout, che precede spesso la depressione, non rinvia tanto a quell’individuo sovrano al quale manca la forza “di essere padrone di se stesso”, ma è piuttosto la conseguenza patologica di un autosfruttamento volontario. L’imperativo di ampliare, trasformare e reinventare la persona – il cui rovescio è la depressione – presuppone un’offerta di prodotti legati all’identità. Quanto più spesso si cambia identità, tanto più è incentivata la produzione. La società disciplinare industriale è connessa a un’identità immutabile, mentre la società della prestazione post- industriale esige che la persona sia flessibile, cosí da incrementare la produzione» (5).
Questo incessante tentativo di miglioramento, di cambiamento, può generare un risvolto malsano e deleterio e allora la domanda vera non è: “Come posso migliorarmi ancora?” bensì “Cosa succede se mi ascolto?”.
(1) Cfr. https://www.popsugar.com/beauty/tiktok-that-girl-beauty-aesthetic-essay-48778603
(2) Acronimo odierno per Fear Of Missing Out, in italiano “paura di perdersi qualcosa”.
(3) In una delle sue opere il filosofo definisce: «La “disciplina” non può identificarsi né con una istituzione, né con un apparato; essa è un tipo di potere, una modalità per esercitarlo, comportante tutta una serie di strumenti, di tecniche, di procedimenti, di livelli di applicazione, di bersagli; essa è una «fisica» o una «anatomia» del potere, una tecnologia. E può essere presa in carico sia da istituzioni «specializzate» (i penitenziari o le case di correzione del secolo Diciannovesimo), sia da istituzioni che se ne servono come strumento essenziale per un fine determinato (istituti di educazione, ospedali), sia da istanze preesistenti che vi trovano il mezzo per rinforzare o riorganizzare i loro meccanismi interni di potere (sarà necessario un giorno mostrare come le relazioni intrafamigliari, essenzialmente nella cellula genitori-figli, si siano «disciplinate», assorbendo dopo l’età classica schemi esterni, scolastici, militari, indi medici, psichiatrici, psicologici, che hanno fatto della famiglia il luogo di emergenza privilegiato per la questione disciplinare del normale e dell’anormale); sia da apparati che hanno fatto della disciplina il loro principio di funzionamento interno (disciplinarizzazione dell’apparato amministrativo, a partire dall’epoca napoleonica), sia infine da apparati statuali che hanno la funzione, non esclusiva ma principale, di far regnare la disciplina a scala dell’intera società (la polizia). Possiamo dunque parlare, nell’insieme, di formazione di una società disciplinare in quel movimento che va dalle discipline chiuse, sorta di «quarantena» sociale, fino al meccanismo indefinitamente generalizzabile del “panoptismo”». Cfr. M. Foucalut, Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, Einaudi, Torino, 1976, p. 235.
(4) Byung-Chul Han, La società della stanchezza, trad. it. di Federica Buongiorno, Nottetempo, Milano, 2012, p. 49.
(5) Ivi, pp. 54-55.
Surrogata universale. Rovesciamo la famiglia
5 Giugno 2026L’educazione della bambina nel binarismo di genere
31 Maggio 2026Democrazia e linguaggio
24 Maggio 2026
-
Il mistero di Van Gogh
20 Dicembre 2019 -
Le italiane e la sessualità
28 Gennaio 2019 -
In questo mondo libero (?)
13 Gennaio 2025
Filosofemme è un progetto che nasce dal desiderio di condividere la passione per la filosofia tramite la figura delle filosofe.

Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Privacy PolicyCookie Policy





