Dovremmo fare come Truman Burbank

Noi accettiamo la realtà del mondo così come si presenta, è molto semplice.

Così recitava Ed Harris nei panni di Christof, il regista del reality show basato sulla vita di Truman Burbank (Jim Carrey), uomo cresciuto fin da neonato in una realtà costruita solo per lui, ad hoc. Truman non ha veri amici, né veri famigliari. Tutto ciò che lo circonda – dalla propria casa, al lavoro, fino addirittura al mare su cui si affaccia la cittadina Seahaven – è una rappresentazione della realtà, un riflesso di ciò che esiste fuori dagli studi televisivi, senza i drammi della vita vera. Ma questo Truman non lo sa: egli vive indisturbato ogni giorno della sua esistenza con sincerità e ignaro di ciò che lo circonda.

Ciò che Peter Weir ha messo in scena nel suo The Truman Show è nientepopodimeno che il mito della caverna di Platone. La premessa che sta alla base di questa allegoria è semplice: esistono due mondi, quello sensibile (o empirico) che corrisponde all’opinione (doxa), e quello pensabile (o ideale) che corrisponde alla scienza (episteme). Questi due gradi della conoscenza si presentano separati, senza alcuna possibilità di contatto o comunicazione tra loro.

Questa teoria “dei due mondi” viene, però, rettificata nel VII libro della Repubblica. Socrate, il protagonista indiscusso della maggioranza dei dialoghi platonici, espone la condizione umana mediante la rappresentazione del mito della caverna. Un gruppo di prigionieri vive in una caverna incatenati sia al collo che agli arti, del tutto impossibilitati nei movimenti e con lo sguardo rivolto verso una parete. Alle loro spalle si innalza un grande fuoco, davanti al quale si trova un muretto che viene percorso per tutto il tempo da uomini che, a loro volta, sorreggono figure di oggetti, animali e persino altri uomini. Queste statuette che vengono fatte sfilare davanti al fuoco, riproducono delle ombre che si riflettono sulla parete osservata dai prigionieri. Costoro, che vivono in catene fin da quando hanno memoria, sono convinti che le ombre che vedono dinanzi a loro siano la realtà e dunque la conoscenza di questi uomini sarà sensibile, cioè basata sull’opinione e non su qualcosa di epistemicamente provato.
Se tuttavia un prigioniero venisse liberato dalle catene, inizialmente vivrebbe uno stato confusionale e metterebbe in dubbio ciò che vede. Ma una volta uscito dalla caverna e scoperto che ciò che riteneva fosse la realtà, non era altro che una mera riproduzione del mondo esterno, entrerebbe finalmente in contatto con la conoscenza pensabile, ideale. L’ascesa del prigioniero rappresenta, quindi, la possibilità di un movimento conoscitivo che permette di passare dal piano della doxa a quello dell’episteme, che non sono più due mondi separati.

Qui emerge l’allegoria: lo scioglimento delle catene che imprigionano l’uomo non è altro che la sua liberazione da tutti quei vincoli delle credenze e delle opinioni che provengono dall’ambiente sociale in cui vive. L’ex prigioniero, che nella realtà sarebbe il filosofo, ha ora un compito fondamentale: quello di ridiscendere nella caverna e liberare i suoi compagni mostrando loro la luce. Così si pronuncia Socrate rivolgendosi a Glaucone:

Dovete dunque, quando è venuto il vostro turno, ridiscendere là dove vivono gli altri e abituarvi a osservare le immagini oscure; una volta assuefattivi, le vedrete mille volte meglio di quelli di laggiù, e di ognuna delle immagini saprete che cos’è e che cosa rappresenta, grazie all’aver visto il vero intorno a ciò che è bello e giusto e buono. E così per noi e per voi la città sarà retta nell’ordine della realtà e non del sogno, come invece accade per la maggior parte di quelle di oggi, i cui cittadini si battono fra loro per delle ombre e si contendono il potere, quasi fosse un gran bene. Ma questa è la verità: la città in cui è destinato al potere chi meno desidera esercitarlo, avrà necessariamente il miglior governo e sarà la più aliena da conflitti civili, quella invece che ha governanti del genere opposto, si troverà nella situazione opposta.

Repubblica, 520c

L’invito di Platone, attraverso le parole di Socrate, è dunque quello di conoscere la realtà che ci circonda, di abbattere quelle barriere socio-culturali che spesso non ci permettono di vedere il mondo con obiettività. Dovremmo allora fare come Truman, che appreso di aver vissuto nella finzione, decide di salire le scale che conducono all’uscita dal set televisivo ed entrare finalmente nella vera realtà.

FONTI

Platone, Repubblica, Bur, Milano 2006.

Vegetti M., Quindici lezioni su Platone, Einaudi, Torino 2013.

Monica Cattabriga

Author: Monica Cattabriga

Redattrice di Filosofemme. Si laurea due volte in Filosofia (perché una non le bastava) presso l’Università di Bologna, prima in Storia della Scienza, poi in Filosofia del Diritto, sulla filosofia di Mary Wollstonecraft. È redattrice anche dell’Enciclopedia delle donne. Attualmente frequenta il Master in Editoria presso la Fondazione Mondadori a Milano.