Tinder e Platone

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Tinder

«Occorre, sulla base di quanto abbiamo convenuto, che i migliori si uniscano con le migliori il più spesso possibile, e il contrario quelli e quelle dappoco […] se il gregge dev’essere della qualità più elevata. E tutto questo dovrà accadere all’insaputa di tutti salvo che dei governanti» (1).

Scordate il romantico mito del Simposio per cui gli esseri umani inizialmente erano una sola unità composta di due corpi, quattro gambe, quattro braccia e due visi che poi l’invidioso Zeus ha spaccato in due così da condannarci a cercare la nostra metà complementare per tornare ad essere interi e felici nell’amore. Questo mito platonico è sicuramente tra i più famosi e pervasivi nel mondo occidentale, ha influenzato il nostro modo di vedere la vita e l’amore, contribuendo a formare quella cultura che ci spinge alla ricerca del partner ideale come qualcosa di vitale per la nostra felicità.


Ma nel Platone più politico de La Repubblica quello che leggiamo riguardo l’amore è molto diverso.


Nella città ideale tracciata dal filosofo, le donne e gli uomini “sono in comune” e gli accoppiamenti in vista della riproduzione devono essere stabiliti dai giudici per il miglioramento e rafforzamento della specie. Tutto ciò deve essere fatto in modo tale che i cittadini e le cittadine ne restino all’oscuro, Platone stesso sottolinea che «bisognerà fare raffinati sorteggi, in modo che l’individuo mediocre dia ogni volta la colpa dell’accoppiamento alla sorte e non ai governanti» (2). 

Questa tesi è così ardita che risulta improponibile su un piano di realtà, potrebbe essere realizzata solamente nell’utopico (o dispotico?) mondo ideale di Platone… o così pensavo fino a che non ho iniziato a interessarmi a come funzionano gli algoritmi di certi social network


La giornalista francese Judith Duportail, in seguito alla fine di una relazione romantica durata cinque anni, prende due decisioni: iscriversi in palestra e a Tinder.


Nel libro L’amore ai tempi di Tinder racconta il suo viaggio all’interno dei meccanismi della celebre app per incontri. La prima presa di coscienza sconvolgente è che a ogni utente è attribuito un Elo score, una sorta di punteggio di desiderabilità in costante aggiornamento. Ricevere un mi piace da qualcuno fa aumentare il proprio punteggio, ma ciò avviene in maniera proporzionale al punteggio dell’utente con cui si è interagito. Se l’utente che si incontra ha un punteggio più alto del nostro il suo mi piace varrà di più, allo stesso modo però se qualcuno con un punteggio più basso del nostro non ci mette mi piace noi perdiamo punti. In base a questo punteggio vengono proposti agli utenti “match alla propria altezza”, favorendo l’incontrarsi di profili con punteggi simili (i profili non vengono nascosti ma gerarchizzati, in maniera da presentare quelli con cui l’algoritmo ritiene ci possa essere più affinità).


«È il crimine perfetto. Tinder ha creato un algoritmo ingiusto che mette i brutti con i brutti e i belli con i belli?» (3) si chiede Duportail.


La giornalista racconta di sviluppare contemporaneamente una vera e propria ossessione per scoprire a tutti i costi il proprio punteggio e una dipendenza dall’app, combattuta tra «l’ego, il desiderio di essere bella e quello di fregarmene, il desiderio di sedurre e quello di essere considerata come una persona e non una cosa, tra frivolezza e femminismo» (4).

La giornalista nella sua indagine scopre anche l’esistenza di un success rate per le foto di ogni profilo (la percentuale di mi piace che ricevono le foto di una persona) e soprattutto che nel proprio brevetto Tinder, in maniera quanto mai maschilista «disegna un algoritmo che prevede la possibilità di favorire l’incontro di uomini più vecchi con donne giovani, meno ricche e con meno titoli di studio» e soprattutto «un algoritmo che permette anche di lasciare credere agli utenti che gli incontri avvengano casualmente, favorendo l’idea che sia tutto frutto di un destino comune» (5). Non vi ricorda Platone? 


In seguito a numerose polemiche, nel 2019 Tinder ha pubblicato un post nel proprio blog in cui sostiene che l’Elo score fa parte ormai del passato dell’app che ora si vale di altri sistemi per far incontrare gli utenti, favorendo ad esempio i profili più attivi (6).


Inoltre ha rilasciato un comunicato in cui annunciava di aver modificato il proprio brevetto. Se le pressioni hanno fatto davvero sì che l’app abbia cambiato i suoi metodi questo non può che essere positivo. Ma c’è comunque da interrogarsi sui meccanismi adoperati fin qui e su quelli ancora in uso nelle diverse app che utilizziamo quotidianamente. Soprattutto c’è da riconoscere qual è lo scopo dietro questa meccanica degli incontri. Se per Platone il fine che giustificava il mezzo era il rafforzamento e il miglioramento della sua città ideale, è difficile pensare che lo scopo di chi controlla queste app sia diverso dal proprio profitto

Non basta dire “tanto questa app non la uso” per tirarsi fuori dalla conversazione. Duportail porta la nostra attenzione sul fatto che la nostra realtà virtuale viene costantemente confezionata sul momento, mentre navighiamo. Non stupisce che dopo aver fatto la ricerca di qualche prodotto su Google ce lo ritroviamo come pubblicità in tutti i social che apriamo. Ma proviamo a rapportare questo dato alla realtà concreta.

Immaginiamo di aver cercato su Google un certo prodotto, per esempio uno zaino. Immaginiamo la mattina dopo di uscire di casa e camminando per strada di trovare cartelloni pubblicitari alle fermate dei bus con quello zaino e quel prodotto nelle vetrine dei negozi dove passiamo. Immaginiamo che tutto quello che viene esposto su quella strada, che magari percorriamo tutti i giorni per andare a lavoro, sia pensato in base alla nostra età, al sesso, allo stato emotivo. Immaginiamo addirittura che se entrassimo in un bar troveremmo solo uomini o donne del nostro livello di bellezza e desiderabilità.


Questa strada così pensata e così “aderente” a noi esiste già, ed è internet.


Le app monetizzano i nostri dati vendendoli ad aziende che targettizzano la loro pubblicità per renderla il più appetibile possibile per noi. Il problema risiede tutto nel fatto che per Duportail «internet è la vita reale e se il mio spazio virtuale è limitato lo è anche la mia libertà. Tutte le decisioni vengono prese in modo arbitrario e segreto da soggetti privati a partire dai dati che mi riguardano, e non posso nemmeno chiedere loro come procedono» (7). Ciò che scrive Tinder nel suo comunicato è: «Anche se non possiamo svelare tutti i nostri segreti, pensiamo che sia arrivato il momento di condividerne alcuni con te» (8).


La domanda da porci è: l’amore ai tempi di internet è ancora un segreto?






(1) Platone, La Repubblica, V, pp. 459-462.

(2) Ibid.

(3) J. Duportail, L’amore ai tempi di Tinder, Fabbri Editori, Milano, pp. 68-69.

(4) Ivi, p. 30.

(5) Ivi, pp. 158-59.

(6) https://blog.gotinder.com/powering-tinder-r-the-method-behind-our-matching/

(7) J. Duportail, L’amore ai tempi di Tinder, Fabbri Editori, Milano, pp. 79-80.

(8) https://blog.gotinder.com/powering-tinder-r-the-method-behind-our-matching/