Intervista a Belle di faccia

Ci avete viste?

Siamo tutte diverse. Eppure, nessuna di noi è meno di un’altra.

In questa serie di articoli che andranno a comporre la nostra nuova rubrica Filososhapes, cercheremo di approfondire e scardinare quelli che sono i principali stereotipi sui corpi di tutte e tutti, con lo stile che contraddistingue Filosofemme – ovviamente.

A chi rivolgerci dunque per avere linee guida se non a Belle di faccia?
Abbiamo intervistato Chiara e Mara per poter creare un quadro generale grazie al bellissimo progetto che hanno creato e che tanto ci piace.

Buona lettura!

S: Vi è una forte corrispondenza tra negazione del corpo grasso e negazione del corpo disabile: in entrambi i casi vigono stereotipi sociali che si basano su canoni dettati da fat-shaming e abilismo. Credete che questi due ambiti possano essere uniti per la lotta a favore del movimento body positive e per la liberazione dei corpi stessi?

Belle di faccia: Il body shaming e la grassofobia sono il frutto di molteplici oppressioni e discriminazioni: l’odio razziale, il suprematismo bianco, l’abilismo, l’omotransfobia, il sessismo. Ogni corpo che si discosta dall’ideale magro, bianco, abile e cisgender viene considerato in qualche modo non conforme. Esistono tante similitudini tra le due cose: una certa forma di pietismo e di inspiration porn è riservata anche alle persone grasse, i corpi molto grassi devono fare i conti con un mondo che non è fatto per accogliere i loro corpi (un esempio sono i sedili troppo stretti e le cinture di sicurezza degli aerei e le sedie e poltrone di molti luoghi pubblici); anche le persone grasse sono spesso ridotte a uno stereotipo e ricevono micro-aggressioni sotto forma di complimenti come “che peccato, hai un così bel viso” paragonabili ai “che peccato, una così bella ragazza sulla sedia a rotelle”.

Pensiamo sia fondamentale che tutte le forme di oppressione legate al corpo vengano combattute e che essere uniti sia fondamentale.

S: Sappiamo che una delle accuse che vengono rivolte alle persone grasse è di non curarsi della propria salute, e nel momento in cui si mostrano vengono tacciate con sdegno di diffondere un ideale di bellezza malsano e anti-salutista. Allo stesso tempo il corpo disabile è visto come un corpo malato, privo di salute e prestanza fisica, e per questo non considerato come bello e desiderabile. In entrambi i casi viene usata la scusa di una ipotetica malattia per marginalizzare le persone e stigmatizzarle, gli uni con repulsione e derisione, gli altri con pena e pietà. Vedete una correlazione in questi atteggiamenti sociali?


Belle di faccia: Sì, si tratta di due facce della stessa medaglia e di due modi complementari di stereotipare le persone: le persone grasse sono tutte malate, pigre, ingorde, senza forza di volontà e un peso per la società; i disabili invece sono tutti sfortunati, vittime ed esempi di coraggio e virtù a priori.

In entrambi i casi viene negata la possibilità di essere felici del proprio corpo così com’è e di essere individui completi la cui vita va oltre l’aspetto fisico, la disabilità e lo stereotipo che viene loro assegnato.


C: Parliamo di fatphobia. Come spieghereste di cosa si tratta a chi non ne ha mai sentito parlare? Quali sono alcuni esempi di questo atteggiamento che possiamo riscontrare nella vita quotidiana o nei mass media?


Belle di faccia: La grassofobia o fatphobia è una discriminazione sistematica delle persone grasse profondamente radicata nella società, che non si limita ai semplici commenti non richiesti e insulti sul proprio corpo, ma diventa discriminazione sul lavoro (le persone grasse si vedono spesso negare opportunità lavorative perché considerate poco professionali, pigre e non adatte a lavorare con il pubblico), nel trattamento sanitario (a causa dei pregiudizi di medici e operatori sanitari che tendono a sottovalutare i sintomi dei pazienti grassi e a giudicarli come semplice conseguenza del peso, spesso arrivando a diagnosi sbagliate; inoltre, in alcuni paesi, le persone grasse pagano di più per l’assistenza sanitaria e si vedono negate alcune procedure mediche) e nella vita sociale. Le persone grasse vengono rappresentate quasi sempre negativamente dai media, usati come esempi negativi, ridicoli o come inspiration porn (vedi le varie trasmissioni di successo come Vite al limite, Teenager in crisi di peso e The biggest looser) e la diet culture, ovvero la cultura delle diete, rivolta principalmente alle donne, è tutta incentrata sulla rappresentazione negativa del grasso e sull’utilizzo dei corpi grassi come immagine negativa del “prima” paragonato al fantastico risultato del “dopo”.


C: Un aspetto particolarmente difficile da combattere sono i pregiudizi e la fobia interiorizzata: continuando a ricevere feedback negativi sul nostro corpo, finiamo spesso per odiarlo noi stessi, convincendoci che è necessario cambiarlo per adeguarlo agli standard socio-culturali. Come si può combattere questa tendenza e creare un clima di accettazione, dove ogni corpo ha il diritto di esistere al pari di ogni altro?


Belle di faccia: Liberarsi dei sentimenti negativi verso se stessi e la propria immagine corporea dopo decenni di messaggi negativi non è facile e per molte persone richiede anni di lavoro e anche di terapie. Il consiglio che possiamo dare, non come esperte perché non lo siamo, ma come persone che ci sono passate, è di smettere innanzitutto di giudicare e commentare continuamente il corpo altrui, di diversificare le proprie amicizie e di seguire online persone con tutti i tipi di corpi, di cercare il più possibile di essere gentili e normalizzare ai propri occhi la diversità, la varietà e la libertà dei corpi. In questo clima di non belligeranza verso il corpo altrui sarà leggermente più facile essere gentili con il proprio. Un’altra cosa che consigliamo è di sfidare le proprie paure un passo alla volta: indossare una cosa che ci piace ma pensavamo di non poter mettere, non cancellare una foto in cui secondo noi non siamo al meglio ma goderci il ricordo di una serata divertente tra amici, andare al mare o in piscina e godersi il proprio corpo come quando eravamo bambini, prima che ci programmassero a non farlo. Ovviamente l’accettazione di sé non cancella il body shaming e bisogna anche lottare costantemente contro i pregiudizi.


G: Nell’ampio ambito del body shaming, rientra anche il cosiddetto “Skinny/Thin Shaming”. Potete spiegare in che cosa consiste attraverso qualche esempio?


Belle di faccia: Lo skinny shaming è, appunto, l’atto di criticare l’aspetto fisico di una persona magra. Chi pensa che la body positivity sia una guerra delle persone grasse contro le magre spesso cade in questo tipo di tranello utilizzando espressioni sessiste e orribili come “le vere donne hanno le curve”, “le ossa ai cani”, “manico di scopa” e via dicendo. Anche questa è una cosa che capita statisticamente più alle donne, ma anche agli uomini molto magri viene contestato l’essere “poco virili”. Sono, ovviamente, tutte cose che condanniamo fermamente.


G: Apparentemente lo Thin shaming è comparabile al Fat Shaming: in quest’ultimo una persona viene offesa e discriminata perché “grassa”, mentre nel primo perché “troppo” magra. Da un vostro interessante post, però, voi sostenete – con ragione – che, per quanto ugualmente negativo, lo Skinny Shaming non è la stessa cosa del Fat shaming. Potete esporre le motivazioni?


Belle di faccia: Ovviamente ricevere commenti sul proprio aspetto fisico non fa piacere a nessuno e può creare insicurezze, sofferenza e ferite, ciò però non toglie che la magrezza sia comunque considerata un valore e un obiettivo da raggiungere nella nostra società per essere considerati esseri umani validi, normali e accettabili. Anche la magrezza estrema, seppur soggetta a critiche – molto spesso sessiste da parte di chi pensa che le donne esistano solo per compiacere lo sguardo maschile e che debbano incarnare uno stereotipo di bellezza il più vicino possibile al loro impossibile ideale – , è comunque considerata più accettabile della tanto temuta obesità. I corpi magri, nella società attuale, sono privilegiati e non subiscono una sistematica discriminazione come quelli grassi, per le ragioni di cui abbiamo già parlato nella definizione di grassofobia.

Accettare la propria posizione di privilegio non significa che non si abbiano problemi o che non si abbia mai sofferto, ma rimane necessario il prenderne atto.


L: Un altro veicolo di discriminazione dei corpi è il tema del veganismo: con la sua esplosione, il pregiudizio vuole che chi sceglie questo stile di vita lo faccia in virtù di considerazioni salutistiche o che comunque questa decisione automaticamente rimandi a una certa fisicità. Quanto è diffuso questo stereotipo secondo un vostro riscontro?


Chiara (la vegana del duo): Il mondo vegan è pieno di persone compassionevoli e interessate ad abbattere ogni forma di oppressione, purtroppo però la sua variante mainstream si è incentrata moltissimo sulla salute e sulla forma fisica e ha riproposto al suo interno tutte le scale di valore e di privilegio della società: le star vegane sono bianche, abili, magre e via dicendo. Lo stereotipo è molto diffuso e per questo spesso mi trovo a convincere le persone che io sia veramente vegan.


L: Dunque nella sua accezione qualunque forma di alimentazione escluda qualcosa viene considerato necessariamente sinonimo di magrezza/forma fisica ideale. Da dove nasce, a vostro avviso, l’equazione secondo cui sottrazione = dimagrimento?


Belle di faccia: sicuramente dalla diet culture, che da sempre propone diete restrittive, fad diets (le diete modaiole che ogni tanto saltano fuori) e regimi alimentari che escludono interi gruppi di alimenti considerati i responsabili dell’aumento di peso. Sin dall’alba dei tempi ci è stato insegnato che la bellezza va conquistata ad ogni costo attraverso sacrifici e sofferenze – basti pensare ai corpetti che fratturavano le costole, la ceretta, interventi invasivi di chirurgia estetica – ed è per questo che la privazione viene vista come moralmente accettabile, mentre una donna vorace è dipinta come una persona che non ha il controllo dei propri istinti, incapace di controllarsi e per tanto grassa e non degna di rispetto. Anche la diet culture deriva da uno stereotipo sessista che vede la donna come un essere angelicato che non indugia nei piaceri, modesta e sommessa in ogni sua manifestazione.


C: Avete scelto di chiamare il vostro progetto “Belle di faccia”. Potete spiegarci il perché di questa scelta, le reazioni che avete riscontrato e quali sono i principali obiettivi che intendete perseguire in questa forma?


Belle di faccia: Il nome è volutamente ironico, visto che per una vita ci siamo sentite dire cose come “se dimagrissi saresti bellissima, con quel viso” o “peccato”, a sottolineare non molto velatamente che la nostra bellezza fosse appunto limitata al nostro viso. Se per anni ci è sembrato abbastanza essere almeno belle di faccia, come se fosse il male minore, un giorno ci siamo finalmente rese conto che quello che incassavamo come premio di consolazione non era altro che una micro aggressione. Abbiamo trasformato quella che per noi era una micro aggressione in un progetto volto a sensibilizzare riguardo il vero scopo della body positivity, alla fat acceptance e la sorellanza. In questo percorso abbiamo raccolto molte reazioni positive e interessate ma anche molte critiche da instancabili troll. Tra i concetti più difficili da metabolizzare c’è sicuramente quello del thin privilege.


S: Parliamo di attivismo e azione del singolo per validare i corpi marginalizzati: voi avete una pagina Instagram e un gruppo Facebook seguitissimo, che sta diffondendo cultura e sta aprendo le menti degli utenti che vi seguono. Cosa può fare una persona nella vita di tutti i giorni per rendersi parte attiva del movimento body positive e cercare di diffonderlo il più possibile?


Belle di faccia: Non per forza grandi cose, sicuramente smettere di commentare il corpo altrui, smettere di vedere il dimagrimento come cosa positiva, evitare il fat talk e i commenti sul proprio corpo (è dimostrato che parlare negativamente del proprio corpo provoca sentimenti di insoddisfazione anche in chi ascolta), non diffondere meme e immagini che denigrano l’aspetto fisico, intervenire e correggere il body shaming, informarsi e informare gli altri.

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