Identità e privilegio in Malcolm & Marie

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A suon di frasi come “non tutto è politico” e “non si può far dipendere tutto dall’identità”, Sam Levinson sfrutta gli straordinari John David Washington e Zendaya, due attori neri, per parlare di sé: un regista, uomo, bianco. In maniera non troppo subdola, egli ha nascosto le sue idee sul cinema, e sul ruolo che l’identità gioca in questo, dietro a una storia di amore e di conflitto, dimostrandosi molto meno visionario di quanto voglia far credere.


Nel film, Malcolm è un regista e lui e Marie sono appena tornati dalla premiere del suo film più importante. Proprio a seguito di questa cruciale serata, i due protagonisti si trovano ad affrontare una notte di innumerevoli scontri, che toccano, tra gli altri, anche il tema del cinema. 


Malcolm è soddisfatto di essersi finalmente vendicato, grazie al successo del nuovo film, nei confronti di una critica cinematografica che in passato l’aveva stroncato. L’uomo inizia così a parlare di quanto il mondo della critica non lo capisca, perché tende sempre a vedere in lui, prima di ogni altra caratteristica sua e dei suoi film, il suo essere nero, e a trasformare dunque ogni suo messaggio artistico in uno politico. Il protagonista afferma invece che il suo non è un film politico e né vuole esserlo. 

La prima riflessione che sorge da questo discorso è che in questo sfogo del protagonista si nota al meglio il problema del film, e cioè che la sceneggiatura è quella di un uomo bianco e dunque privilegiato. Infatti, poter scegliere di non badare alla politica è un privilegio: chi non è consapevole di ciò, molto probabilmente non si è mai trovato in una situazione di discriminazione che lo abbia spinto a riflettere e a occuparsi necessariamente di certi temi e certe lotte. Chi è costantemente vessato dalla società a causa della propria identità, sa benissimo di non poter essere neutrale. O meglio, sa che scegliere di essere neutrale, o “apolitico”, è sempre e comunque una scelta politica



Si nota allora una sorta di iato tra l’identità del protagonista e le sue parole, e dietro la maschera di un personaggio nero troviamo le idee di un uomo bianco.


Ciò è reso possibile solo grazie a un atteggiamento fondato sulla colorblindness, letteralmente una “cecità ai colori”. In base a questa prospettiva, il gruppo privilegiato all’interno della società, quello dei bianchi, può affermare che non è importante parlare di categorizzazioni come “bianchi” o “neri”, perché tutti sono uguali e tutti hanno le stesse opportunità, basta lavorare sodo. La colorblindess è la dannosa prospettiva che permette di affermare “all lives matter” al posto di “black lives matter”, quella che permette di ignorare il razzismo sistemico e di inquadrare tutti i problemi delle persone nere come individuali e non sociali (ad esempio, se qualcuna di queste non riesce a trovare un lavoro è perché non ha abbastanza capacità, non perché ci sia un pregiudizio nei suoi confronti).

Nel caso di Malcolm & Marie, la colorblindess è la prospettiva che permette di far pronunciare al proprio personaggio, un regista nero, frasi come “i film politici sono estenuanti”, quando nella realtà di tutti i giorni i registi neri si battono per raccontare finalmente le proprie storie e la propria visione, con l’orgoglio di essere neri, e non con l’obiettivo di vedere la propria identità cancellata per l’ennesima volta. 

Voce del contrasto nel film, che ovviamente viene sempre sminuita, è Marie, che non solo chiarisce a Malcom che in realtà tutto è politico, ma lo mette anche davanti a un’altra questione: si chiede infatti se una particolare scena del film del compagno sarebbe stata diversa se a scriverla e girarla fosse stata una donna.


La discussione allora si estende a una riflessione più generica: quanto deve contare l’identità del creatore di un’opera nel giudizio sulla stessa?


Tutta la sceneggiatura di Levinson punta a comunicare che non dovrebbe contare per nulla. Si dovrebbe giudicare un’opera così com’è, senza pensare a chi c’è dietro o a come potrebbe essere stata diversa. 

Tuttavia, un autore, un regista, o qualsiasi altro creatore, impregna sempre di sé la sua opera, quindi non solo è lecito, ma anche giusto, discutere di ciò che c’è all’origine di questa. E ovviamente questa indagine non deve trattenersi dallo smascherare quanto di problematico può esserci in qualsiasi prodotto. 

All’importanza dell’identità del creatore si aggiunge anche un altro elemento. Malcom sembra accennare al fatto che qualsiasi interpretazione del film che cerchi di andare a fondo del suo messaggio, sarà sempre sbagliata perché non è la sua. In realtà, un’altra componente fondamentale nell’analisi di una qualsiasi opera è proprio l’interprete, con la sua identità. Come ci dice Ricoeur (1), ogni opera lascia un’apertura di senso, che deve essere riempita proprio da chi ne fruisce. In questo senso, è impossibile che chi guardi un film non trasferisca sullo stesso il proprio vissuto e le proprie prospettive, e qualsiasi creatore ne dovrebbe essere consapevole. 


Dunque, un’opera d’arte da un lato non può essere veicolata in maniera oggettiva e impersonale, perché è sempre, consciamente o meno, il riflesso del suo creatore, e dall’altro non può neanche essere interpretata in questo modo, perché ognuno la renderà propria filtrandola attraverso la propria esperienza. 


Quindi, la migliore prova contro le idee che Levinson presenta in questo film è il film stesso. L’identità del regista oscura tutto il resto e permette a noi spettatori di riconoscere che è il suo privilegio, in quanto uomo e in quanto bianco, a parlare. Solo grazie a questo, infatti, Levinson può affermare che l’identità non conta, in quanto la sua non è mai stata un ostacolo.





(1) P. Ricoeur, Dal testo all’azione. Saggi di ermeneutica, Jaca Book, Milano, 2016, pp. 147-154.

Bibliografia

C.A. Gallagher, Color-Blind Privilege: The Social and Political Functions of Erasing the Color Line in Post Race America, Race, Gender & Class, vol. 10, no. 4, 2003, pp. 22–37.

J. Smith, Between Colorblind and Colorconscious: Contemporary Hollywood Films and Struggles Over Racial Representation, Journal of Black Studies, vol. 44, no. 8, 2013, pp. 779–797. 

Sitografia

https://www.theguardian.com/film/2021/feb/05/malcolm-and-marie-sam-levinson-netflix-john-david-washington-zendaya

La foto di copertina è un’immagine ufficiale di Malcolm & Marie. Il copyright della suddetta è pertanto di proprietà del distributore del film, il produttore o l’artista. L’immagine è stata utilizzata per identificare il contesto di commento del lavoro e non esula da tale scopo – nessun provento economico è stato realizzato dall’utilizzo di questa immagine. / This is an official image for Malcolm & Marie The image copyright is believed to belong to the distributor of the film, the publisher of the film or the graphic artist. The image is used for identification in the context of critical commentary of the work, product or service. It makes a significant contribution to the user’s understanding of the article, which could not practically be conveyed by words alone.