Sul concetto di destino

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pallina da golf accanto a buca

Quante volte, davanti a eventi sfavorevoli, abbiamo pensato: “Beh, non è mia sorte!”?

E quante volte, invece, davanti a eventi favorevoli, abbiamo percepito la forza di un potere a noi autonomo, molto più grande, come se una porta, così, dal nulla e indipendentemente da noi si fosse spalancata, offrendoci un’opportunità che mai ci saremmo aspettati? 

Quante volte, in definitiva, ci è capitato di pensare che un incontro fortuito, un’opportunità, una svolta, venisse sempre da altrove, o che un’improvvisa sfortuna, un’inaspettata e spiacevole sorpresa, fosse in qualche modo scritta per le nostre vite, come se qualcuno avesse già deciso per noi il nostro futuro?

“Era destino che due come noi si incontrassero”, “Senz’altro era scritto nel futuro che capitasse a te!”, “La sorte non ha voluto che ottenessi io quella parte”, “Era scritto nelle stelle”.


Che faccia parte di una visione romantica o che sia l’ultima risposta a domande insolubili, il concetto di destino accompagna la narrazione delle nostre vite da sempre.


Esso è spesso richiamato per consolare dinanzi a situazioni avvertite come ineluttabili, oppure per far fronte al problema del significato di alcuni accadimenti.

Si chiama in causa il fato, in generale, ogni qual volta ci si trova dinanzi a degli eventi e non si sa bene come spiegarli. Una volta varate tutte le ipotesi e fatto i conti con tutte le possibili spiegazioni, istintivamente si giunge a questa conclusione: “È stato il caso.”


Ma cosa rappresenta davvero questo concetto?


Nel saggio Intuizione della vita, Simmel apre una piccola parentesi sull’idea di destino, cercando di analizzarlo dal punto di vista filosofico, comprendendone la portata e i punti critici.

Innanzitutto, spiega Simmel, per comprendere bene questo concetto, bisogna partire da un soggetto, che è autonomo e ha un proprio significato, un soggetto che è già definito, che ha dei desideri, degli obiettivi, degli scopi. (1)

Accanto a questo soggetto, e indipendenti da esso, bisogna immaginare degli eventi, che non hanno alcun significato e che sono generati in maniera casuale, senza alcuno scopo o alcuna relazione tra loro.

Immaginiamo, quindi, un soggetto e accanto a esso una serie non definita di eventi totalmente casuali.


Quando uno degli eventi entra nella sfera del soggetto, e quindi da evento casuale acquista improvvisamente un significato, ecco che nasce il concetto di destino.


Così se per caso io mi trovo a passeggiare in un certo punto e, immersa nei pensieri, inciampo e urto un passante che casualmente si trovava al mio fianco, e se da questo incontro poi nascerà una profonda amicizia, ecco che io inizierei a trovare una spiegazione di questa fortuita coincidenza, pensando che sia un segno del fato, mandato dal cielo per comunicarmi qualcosa.

Oppure ancora, immaginiamo che un ragazzo passeggi tutti i giorni alla stessa ora sotto una determinata finestra e che, un giorno, avendo fatto tardi, abbia deciso di cambiare percorso e che, per puro caso, su quella strada abbia subito un incidente. Si darà colpa alla sorte certamente. Ma se si guarda bene non si trova altro che eventi del tutto scollegati tra loro: il fare tardi, il cambiare percorso, un incidente; tutti eventi indipendenti che acquistano significato solo qualora entrano a far parte della vita di un soggetto, che posto dinanzi all’inspiegabile, non trova altra risposta che affidarsi alla sorte.


È solo per la vita dell’uomo che è possibile un destino: solo l’uomo è puramente esposto al caso e solo l’uomo è capace di stabilire un significato agli eventi che gli accadono.


Ma non tutto ciò che entra per caso nella vita dell’uomo diviene fatalità: incontrare un conoscente per strada, il guardare l’orologio sempre quando le cifre sono dispari o multipli di cinque. Questi eventi non hanno niente a che fare con il destino, ma sono percepiti come puramente casuali, semplici coincidenze. 

Allora da dove nasce quest’idea?

Scrive Simmel: «Vi sono infiniti accadimenti che sfiorano soltanto gli strati esteriori della nostra vita, senza coglierla in quel centro individuale significativo che è il nostro vero Io. Si può parlare di una “soglia” del destino, di una quantità di significato che gli eventi devono avere per essere destino. […] È dunque il flusso interiore della nostra vita, che decide cosa sia per noi il destino e cosa no; esso opera, in un certo qual senso, una selezione tra gli accadimenti che ci toccano, e considera destino soltanto quelli che riescono a intrecciarsi con il suo proprio ritmo» (2).

Se quindi non tutto ciò che ci accade, che interferisce in maniera casuale con le nostre vite, è destino, ma siamo piuttosto noi a dare un profondo valore agli eventi che quotidianamente ci accompagnano, allora il fato non sta tanto nelle accadimenti esterni, ma in noi.


È il nostro modo di percepire e di reagire agli eventi che crea la fatalità. 


Così, anche il più funesto degli accidenti, come il tragico destino di Amleto, diviene tale solo nel momento in cui egli stesso ha già scelto, con la sua vita, con quello che egli è, con i sui progetti e i suoi obiettivi, con le sue emozioni e le sue inquietudini, a quale evento assegnare il carattere ineluttabile di destino e a cosa no.





(1) G. Simmel, Intuizione della vita (Quattro capitoli metafisici), Bompiani, Milano, 1938,  p. 137.

(2) G. Simmel, Intuizione della vita (Quattro capitoli metafisici), Bompiani, Milano, 1938, p.  139.