Mentire è lecito?

Ci troviamo nella Repubblica platonica, in particolar modo nel terzo libro, dedicato alla fondazione dello Stato ideale. In questa parte è contenuto un mito poco conosciuto, ossia quello della nobile menzogna. Platone, per bocca di Socrate, ci fa riflettere su una questione ancora molto attuale anche declinata nelle sue diverse sfaccettature:
quanto è lecito mentire se ciò è mirato al bene della città?

Anzitutto, troviamo un’indicazione per cui Socrate pone dei paletti alla legittimità della menzogna: la bugia è come un farmaco, pertanto i medici la possono somministrare agli uomini. Assieme a questi, troviamo però anche una delega di utilizzo ai governanti, i quali possono proporre una menzogna sia ai nemici che ai propri concittadini per salvaguardare la loro patria[1].

È poco più avanti però che Platone entra nel vivo del problema della menzogna e, nel suo dialogo tra Socrate e Glaucone, sostiene che la menzogna dovrebbe consistere nel creare una bugia coinvolgente i vari gradi della città, in particolar modo le fasce più potenti.

Vediamola meglio:

La menzogna consisterebbe nel persuadere governanti e soldati che essi ricevono l’educazione fisica e spirituale come un sogno ma in realtà sono figli della terra. Per questo devono provvedere a essa e difenderla come loro madre[2].

Perché?

La differenza tra i tre “ceti” che compongono la società è declinabile tramite la metallurgia: l’anima dei governanti è naturalmente composta d’oro, l’anima dei guerrieri di argento e quella dei contadini di bronzo e ferro – così ha voluto la terra[3].

La divinità impone alle persone di proteggere il rango da lei attribuitogli. Pertanto essi non devono mescolare il metallo delle loro anime con altri tipi di metallo. Ciò si traduce principalmente nel fatto che tutti debbano attenersi a una metodologia molto ristretta che richiede per il metallo più prezioso dei governanti di ripudiare i figli che abbiano metalli meno puri di quelli dei genitori. Per i guerrieri invece è necessario, affinché poi non si trasformino in «padroni crudeli»[4], un’educazione al possedere nulla di superfluo, una casa e una dispensa che sia accessibile a tutti e avere un compenso che sia «né superiore né inferiore al loro fabbisogno annuale»[5].

Tutto questo viene architettato poiché ognuno mantenga il proprio ordine sociale e non provi a crearsi una scalata verso il successo: vi sono tre gradi dati dalla natura che devono rimanere tali e mai contaminarsi.
Per convincerli a seguire questa menzogna, è necessario che essi si curino di rispettare queste regole, «perché secondo un oracolo la città andrà in rovina quando la custodirà un guardiano di ferro o di bronzo»[6]. Ciò garantisce un ordine e una condizione necessaria affinché essi siano sempre più ligi e corretti nella loro posizione.

Socrate pronuncia questo mito con non poca vergogna («Allora parlerò, per quanto non sappia con che coraggio e con quali parole»[7]) ma Platone pensava realmente a un tipo di struttura sociale predefinito e delineato. Il mito della nobile menzogna si presenta così come funzionale a quello che è il concetto di Stato ideale di Platone, lo stesso per cui Karl Popper lo accuserà di essere un totalitarista.

NOTE

[1] Platone, Repubblica, 389b-389c.
[2] Ivi, 414d-414e.
[3] Ivi, 415a.
[4] Ivi, 416b.
[5] Ivi, 416e.
[6] Ivi, 415c.
[7] Ivi, 414d.

FONTI

Platone, Repubblica, a cura di Maltese V.E., trad. Caccia G., Newton&Compton, Roma 2015.

Ferrari F., I Miti di Platone, BUR, Milano 2013.

Lisa Pareschi

Author: Lisa Pareschi

Fondatrice di Filosofemme, si laurea all’Università di Bologna in Filosofia con una tesi in Bioetica e poi in Scienze Filosofiche con una tesi in Filosofia del Diritto. Scrive di diritto animale e di medicina; collabora con Luciana Tufani Editrice e scrive per Leggere Donna.