Breve storia di come l’assolutezza della scienza sia stata messa in dubbio

0
124

Se ci si chiedesse di fare una classifica delle discipline più certe, la Scienza guadagnerebbe senza riluttanza il primo posto. Come scardinare, d’altronde, una porta così solida, un accesso alla realtà tanto controllabile, che si serve di calcoli, di osservazione, di esperimenti e che in virtù del suo metodo sembra godere di una certezza quasi assoluta? Filosofia, Poesia e Letteratura non godono di questa certezza: dal fondo dell’aula, timide, alzano la mano per opporre all’“è così” della Scienza, rigorosamente seduta in primo banco, un flebile “secondo me”. Ma è proprio vero che la Scienza è tanto sicura di sé? Con buona pace degli anti-vaccinisti – che non hanno intaccato la sua sicurezza in modo sostanziale, ma l’hanno piuttosto coperta di ingiurie nello stesso modo in cui dei bulli potrebbero vessare il bambino di turno ‒ nelle prossime righe si cercherà di tracciare una breve storia di come lo statuto di assolutezza della Scienza abbia subìto una reale battuta d’arresto a partire dal XIX secolo, non per dicerie o per ignoranza, ma per cause interne.

Uno dei protagonisti, non unico ma esemplare, della crisi è il quinto postulato di Euclide, sul quale già da secoli pendeva la spada di Damocle del sospetto per certe questioni legate al concetto di evidenza. Per i profani, una debita spiegazione: la geometria euclidea è quella con cui comunemente descriviamo il nostro spazio e prevede, per l’appunto, cinque postulati – ovvero dei principi indimostrati, a partire dai quali si sviluppa tutta la geometria, la cui validità si ammette a priori per evidenza. Molti matematici, indagando la natura del quinto postulato, si resero conto che non sembrava essere né un postulato, né un teorema. Capiamo bene che se di cinque postulati, uno risulta problematico, tutta la struttura della geometria euclidea subirà un forte scossone. Ecco allora la nascita delle geometrie non euclidee: tentativi di costruire una nuova geometria in cui, in un modo o nell’altro, il quinto postulato non valga.

La nascita delle geometrie non euclidee obbliga a riconsiderare i rapporti tra matematica e mondo fisico: se le geometrie non euclidee godono della stessa coerenza della geometria euclidea, attraverso la quale comunemente descriviamo la nostra realtà, secondo quali criteri dobbiamo ritenere quest’ultima privilegiata? La geometria euclidea ci dice qualcosa sul mondo così com’è o è solo un modello di descrizione tra i tanti possibili?

Con Einstein la ferita si fa addirittura più profonda: la relatività generale sfrutta una delle geometrie non euclidee per descrivere un mondo fisico, attestato da risultati sperimentali, molto diverso da quello newtoniano, che per secoli era stato ritenuto descrizione vera del mondo. Parallelamente, i tentativi di dare fondazione alla matematica e alla meccanica quantistica contribuiscono a mettere in dubbio l’intero edificio della conoscenza scientifica.

Il modello forte di conoscenza, ovvero l’idea che la scienza offra una descrizione vera e giustificata del mondo, a questo punto, deve essere rivisto. L’epistemologia del XX secolo lascia quindi spazio alla proliferazione dei cosiddetti modelli deboli. Per Popper le teorie sono ipotesi, congetture da mettere alla prova; per Kuhn la scienza opera sempre all’interno di un paradigma, ovvero di un modello fatto di regole, procedure e idee di fondo che nell’operare lavora su se stesso, piuttosto che sul mondo così com’è; per Feyerabend la scienza è addirittura anarchica: i suoi metodi non sono codificati, ma dipendono dalla contingenza – per cui “anything goes”, qualsiasi cosa può contribuire allo sviluppo della scienza, che non è necessariamente progresso perché l’ideale di avvicinamento alla realtà è venuto meno. Vero non è corrispondenza con il mondo, non è rappresentazione del mondo. I fatti sono sempre interpretati alla luce di modelli, di ipotesi, ma anche di valori, speranze e attese, motivo per cui quel mondo-così-com’è, proprio del modello forte, sembra sfuggire sempre di più alla nostra conoscenza.

È bene, però, dare a Cesare quel che è di Cesare. Per quanto la sua assolutezza sia stata messa in questione, la scienza prevede in primo luogo metodi di lavoro e procedure di controllo che devono passare il vaglio della comunità scientifica e quindi non sono arbitrari; in secondo luogo, per quanto operi su teorie e non tanto sulla realtà così come si presenta, questa realtà, in qualche modo, oppone resistenza: è fonte di dati, di suggestioni e di domande. Insomma, la Scienza continua a essere il compagno di classe seduto in primo banco: forse solo un po’ meno arrogante. Chissà allora che Filosofia, Poesia e Letteratura si facciano un po’ meno timide nel ritagliarsi il proprio spazio di descrizione del mondo.