I martiri di Haymarket

La sanguinosa origine del primo maggio

«Il primo maggio è come parola magica che corre di bocca in bocca, che rallegra gli animi di tutti i lavoratori del mondo, è parola d’ordine che si scambia fra quanti si interessano al proprio miglioramento.» (1)

Chicago, Illinois, fine del XIX secolo.

Siamo nel bel mezzo della grande depressione: l’estenuante ciclo produttivo imposto dalla seconda rivoluzione industriale ha finito per portare in soli trent’anni a quello che Engels e Marx avevano definito pochi anni prima (2) un vero e proprio controsenso economico.

La sovrapproduzione industriale, infatti, ha creato un divario ormai incolmabile tra domanda e offerta nei mercati implicando una generale deflazione (3), la riduzione dei profitti e, di conseguenza, licenziamenti di massa e riduzione esponenziale dei salari.

Fenomeni, questi, che causano un notevole abbassamento della qualità della vita della popolazione lavoratrice dando origine a una tensione sociale senza precedenti, che mette sempre più in evidenza il contrasto tra il bistrattato universo operaio e il ben più agiato mondo borghese.

Le condizioni dei lavoratori sono ormai insostenibili: la crisi agraria spinge masse di contadini verso sobborghi urbani sempre più fatiscenti e degradati; i piccoli artigiani rischiano di ritrovarsi costantemente sul lastrico, costretti a competere con opifici attrezzati di macchinari automatizzati che hanno a disposizione una quantità ipoteticamente infinita di capitale umano da utilizzare nei processi produttivi grazie all’altissimo tasso di disoccupazione; lo sfruttamento del minorile, così come aveva ben illustrato Dickens – padre del romanzo sociale – è un fatto all’ordine del giorno; le patologie legate all’insalubrità dei luoghi di lavoro e delle abitazioni delle masse lavoratrici sono tra le cause di morte più frequenti nella popolazione.

L’essere umano viene degradato e considerato al pari di una macchina, quale semplice strumento (più o meno animato) della produzione capitalista, tenuto sempre e comunque sotto la minaccia più o meno diretta di poter essere rimpiazzato da questa o da un suo simile, altrettanto disperato e altrettanto bisognoso di occupazione per sostentare sé stesso e la sua famiglia.


La maggioranza degli individui vive quindi, in una costante precarietà ontologica, dove la posta in gioco è la sopravvivenza stessa.


In questo contesto si sviluppano i sanguinosi eventi di Haymarket.


Il 1 maggio 1886 i sindacati di Chicago organizzano uno sciopero massiccio, riuscendo a ottenere l’adesione di più di 50.000 lavoratori, per rivendicare il diritto a una giornata lavorativa di otto ore.

Due giorni dopo il folto gruppo di operai decide di riunirsi davanti ai cancelli della McCormik (4), trovando ad aspettarli un folto gruppo di agenti chiamati per reprimere l’assembramento fino a quel momento del tutto pacifico.


La polizia decide di sparare senza motivo e senza preavviso sulla folla, uccidendo quattro lavoratori e ferendone in modo grave, diverse centinaia.


Nonostante lo sgomento generale, il 4 maggio circa 2000 (5) persone si mobilitano ancora una volta in Haymarket Square, (piazza normalmente utilizzata per ospitare l’esposizione delle macchine agricole) per reclamare i propri diritti di lavoratori ed esseri umani contro la brutalità repressiva delle forze dell’ordine.

Spies, Parsons e Fielden, i tre leader del movimento sindacale, parlano alla folla. Ancora una volta due capitani della polizia, Bonfield e Ward, ordinano ai loro uomini di avanzare verso il comizio con i manganelli alzati. Il clima è carico di tensione.


Poi all’improvviso un lampo. Un boato tremendo.


Qualcuno lancia una bomba, che finisce a pochi centimetri dagli oratori, sulla prima linea di poliziotti, uccidendo sul colpo uno di questi, Mathias J. Degan: la polizia apre il fuoco all’istante.


È il primo attentato dinamitardo della storia statunitense.


È l’ennesima strage.

Il 5 maggio 1886 vengono arrestate con accusa di omicidio otto persone. Sono cinque immigrati tedeschi, un immigrato inglese, un americano e il figlio di due tedeschi residenti in America.

Di questi, tre erano proprio gli oratori del comizio, tre avevano lasciato il luogo prima dello scoppio dell’ordigno, mentre due non erano neppure presenti alla manifestazione.

L’assurdo processo si concluse l’11 novembre 1887 con la condanna a morte per impiccagione di cinque uomini (Spies, Parsons, Fischer, Engel, Lingg), l’ergastolo per due (Schwab e Fielden) (6) e la reclusione a 15 anni di uno (Neebe).

Questa è la sanguinosa origine della ricorrenza del primo maggio.

Una storia in cui, purtroppo, non possiamo non riconoscere tematiche estremamente scottanti e attuali, ma che troppo spesso viene dimenticata a favore di concertoni, cortei simil-carnevaleschi e comizi dalla retorica puerile.

Ancora oggi sono pressoché incalcolabili le morti bianche dei caduti sul lavoro, le disparità salariali (di genere e non) e lo sfruttamento minorile; tutti fenomeni riscontrabili in forme più o meno sotterranee, più o meno tollerate o subdolamente sostenute nel nostro caro Bel Paese, in tutto il democratico e civilissimo Occidente e nel resto del mondo.

Basterebbe dare anche solo una rapida occhiata ai dati statistici pubblici per rendersi conto della gravità e dell’urgenza del problema.


Cosa, dunque, ci differenzia da un’epoca solo apparentemente remota, di profonda e irriducibile ingiustizia sociale?


Probabilmente il coraggio. Il coraggio che, inevitabilmente, a questa nostra generazione viene a mancare.

Nonostante i suoi martiri, nonostante la sua storia, nonostante l’evidenza dei fatti, il cittadino medio tende a chiudere gli occhi. Preferisce cadere in uno stato di inebetimento totale piuttosto che agire, sotto la trance ipnotica della lagnanza continua.

Parcellizzati, divisi e isolati come monadi immerse nella più totale incomunicabilità, sappiamo solo ignorare la realtà o guardare all’erba del vicino. Sempre, inevitabilmente, più verde.

Forse perché l’epoca delle grandi ideologie è giunta al tramonto. Forse perché si è perso lo spirito critico. O forse, più semplicemente, perché ci fa comodo.

Ci scrolliamo di dosso ogni responsabilità dietro al mantra del “tanto non serve a niente”.


E invece serve.


Serve capire che ogni individuo è responsabile di sé e del proprio prossimo. Serve capire che ogni singola persona non solo può, ma deve fare qualcosa. Serve capire che è la goccia a scavare la roccia.
Serve a capire, infine, che in ogni momento un diritto considerato acquisito da tutti può, per lassismo e mancanza di coraggio, diventare un privilegio di pochi.

Oggi non si ricordano solo otto martiri che hanno messo in gioco la loro vita per un valore: oggi si festeggia la possibilità di rivendicare i propri sacrosanti diritti di lavoratori e lavoratrici, esseri umani e menti pensanti, perfettamente in grado se uniti insieme di rendere il mondo un posto migliore.



  1. Incipit dell’articolo “Pel primo maggio”, La rivendicazione. Giornale settimanale economico-politico-sociale, 26 Aprile 1890, Forlì.
  2. Marx K., Engels F., Manifesto del partito comunista, Bur Rizzoli, Milano, 2009.
  3. Per deflazione si intende, in macroeconomia, la riduzione dei prezzi e l’aumento del potere d’acquisto della moneta in corrispondenza di una più generale recessione economica. Secondo economisti, come Keynes, la deflazione sarebbe totalmente distruttiva in un sistema economico, implicando, alla lunga, diminuzione della ricchezza e aumento della disoccupazione. Cfr. Keynes J. M., Esortazioni e profezie, Il Saggiatore, Milano, 1968.
  4. Nota azienda produttrice di strumenti agricoli automatizzati.
  5. Per approfondire si veda: Fireside, Bryna J, Haymarket Square Riot Trial: A Headline Court Case Enslow Publishers, Inc., Berkeley Heights 2002.
  6. La pena, inizialmente capitale anche per loro, venne commutata in ergastolo solo in un secondo momento a causa di forti pressioni internazionali.

Foto di copertina: Source https://web.archive.org/web/20170111011653/http://darrow.law.umn.edu/photos/Explosion.jpgAnarchy and Anarchists by Michael J. Schaack