Fat shaming

Mi sono chiesta a lungo come approcciarmi al tema della fat shaming, una particolare forma di body shaming che colpisce chi è percepito come grasso, sovrappeso o obeso.

Esistono molti libri, TEDx Talk, podcast, blog e videoblog che si occupano, in modi diversi, di cosa comporti vivere nella società odierna osando portare in giro un corpo obeso o sovrappeso. Tuttavia, se in questo articolo mi limitassi a fare un riassunto di cosa ho appreso da altri e altre, temo che starei scrivendo un pezzo piuttosto inutile. Perciò, ho pensato di fare qualcosa di diverso.


Anziché citare altri, ho pensato di partire dalla mia esperienza e provare a usarla per rappresentare a te, lettore immaginario, cosa si prova a subire o agire fat shaming.


Una settimana fa mi trovavo alla cassa di un negozio di abbigliamento molto mainstream (ometto il nome, perché è irrilevante) non pensato appositamente per “taglie comode” o “taglie forti” (eufemismi e giri di parole per significare: persone troppo grasse per entrare in abiti normali, e che tuttavia hanno questo fastidioso vizio di volersi vestire). Ero molto soddisfatta perché avevo trovato una felpa bellissima taglia XL che misteriosamente mi conteneva, e mi apprestavo a pagarla.

La commessa, una ragazza poco più giovane di me, ha commentato il mio acquisto dicendo che quel capo in particolare piaceva molto anche a lei e che lo avrebbe comprato per sé. Io ho sorriso e ho replicato che anche a me piaceva molto, ed ero soddisfatta di essere riuscita a entrarci, ragione per la quale non me lo sarei certo fatta scappare. Fin qui vi sto annoiando con un episodio non molto originale della mia vita, ma tenetevi pronti, il fat shaming sta per fare la sua apparizione in scena in una delle sue declinazioni che a me paiono più pericolose: l’idea che il grasso e tutto ciò che lo circonda siano un tabù

La gentile commessa (non è sarcasmo, era davvero una ragazza gentile e molto ben intenzionata) mi ha sorriso con un certo imbarazzo, e ha cominciato a farfugliare qualcosa del genere di «No, vabbè, ma tu non sei… Voglio dire, non hai…». Quello che tentava di dire era «Tu non sei così grassa da doverti preoccupare di non entrare in questa felpa». Il punto sorprendente è che io, al contrario, sono esattamente così grassa da dovermi preoccupare di questo genere di cose.

Voi non mi conoscete, ma io vesto una taglia 56, e ciò significa che in un negozio di abbigliamento normale (dove di solito la taglia più grande è una 48) non esiste niente che possa anche lontanamente sperare di contenermi. Lei, che mi aveva davanti agli occhi, non poteva in alcun modo vederci così male da pensare che io fossi il tipo di persona che trova con facilità qualcosa da mettersi in un negozio qualsiasi. Lei mi vedeva, eppure qualcosa le diceva che, di fronte a una persona che si auto-definisce grassa, la risposta appropriata è negare l’evidenza, a qualsiasi costo

La conversazione ha assunto toni ancora più surreali quando io le ho detto che di solito vesto solo in negozi taglie forti, e mi sono quasi sentita in colpa nel vederla dibattersi nel tentativo di negare il mio grasso, che io stessa non stavo in alcun modo nascondendo, né fisicamente (e come potrei?) né come argomento della discussione. Per un po’ ha tentato di dire qualcosa sull’arbitrarietà della distinzione taglie normale/taglie forti, con scarso successo. Alla fine mi ha dato una risposta molto classica, che ho già sentito spesso:

«Piuttosto che essere solo pelle e ossa, io preferirei essere come te».

A parte il fatto che è una risposta molto comoda da dare, specie se, come in questo caso, la persona in questione non è affatto come me (lei sarà stata una M/L), se avete letto l’articolo sul thin shaming (e se non l’avete fatto, correte a recuperarlo), sapete che è un po’ come cadere dalla padella alla brace


L’episodio che vi ho appena raccontato è un caso involontario di fat shaming.


La commessa non voleva offendermi, anzi, ha cercato in tutti i modi di farmi un complimento. Purtroppo, essendo io colpevole di essere obesa, l’unico complimento possibile passava attraverso la negazione di ciò che sono. In sostanza, ciò che lei intendeva dirmi era: non sei così grassa. Un po’ come chi ti dice che sei bella lo stesso, altra cosa che mi accade con una certa frequenza.

A volte mi è stato detto che nonostante tutto la mia personalità mi rende bella.

Queste situazioni sono molto difficili da gestire perché la persona che hai davanti sta cercando, spesso disperatamente, di farti un complimento. In molti casi è qualcuno che ti vuole bene, o che ha stima di te, e non è lì per farti sentire inadeguata o offenderti.

Tuttavia, l’equazione “grasso = male” è così radicata nella mente di tutti noi che appare impossibile accettare l’idea che una persona obesa sia bella. Se lo è, deve esserlo nonostante l’obesità. 

Il risultato di questi maldestri complimenti è l’essenza stessa del fat shaming: il sentimento di vergogna e di inadeguatezza che viene suscitato dal fatto di essere grassi. Sto evitando di parlare di insulti e prese in giro, perché mi pare evidente che essere insultati per il proprio peso non produca in nessuno un sentimento positivo. Quello che vorrei far capire a chi mi legge è che non basta che l’altro non desideri insultare per eliminare il rischio di star facendo del fat shaming. Se dico qualcosa che provoca negli altri vergogna per quanto è alto il numerino che vedono salendo su una bilancia, è molto probabile che io stia facendo del fat shaming, anche se inconsapevolmente e senza volerlo fare. 


Il punto è che se diventassimo tutti più consapevoli di queste tematiche forse non ci capiterebbe così spesso. Ed ecco perché siamo qui. 


Ho parlato di tabù del grasso, oserei quasi dire di rimozione: il grasso non deve esistere, non è ammesso, e perciò anche parlarne è sconveniente. Non saprei numerare le volte in cui ho parlato del mio grasso o delle dimensioni del mio corpo con qualcuno (dicendo cose come «in questo spazio io non ci passo» o «che bello quel vestito, vorrei poterlo mettere anch’io») provocando nelle persone attorno a me l’urgenza di negare oltre ogni evidenza la verità del mio corpo.

Ci si sente quasi in colpa a mettere gli altri in questa situazione, e anche questa a ben pensarci è una forma di violenza: possibile che debba addirittura sentirmi in colpa perché il grasso del mio corpo mette altre persone a disagio?

Tuttavia, c’è sicuramente almeno un tipo di discorsi (a parte gli insulti) in cui il tema smette di essere un tabù e compare invece in tutta la sua dirompente aggressività: quando si parla dei pericoli medici dell’obesità e della necessità di perdere peso per il proprio bene

Si direbbe che in ambito medico ci sia poco da discutere, ma è proprio in questa sede che i discorsi sull’obesità acquistano un’interessante ambivalenza: se da un lato si parla (anche a sproposito) di obesità come patologia, e perciò si invocano soluzioni mediche, vere e proprie cure (non a caso parliamo di “cure dimagranti” o di “dieta della salute”), dall’altro si incolpa il paziente della patologia di cui si dichiara che questi soffra, e si gioca la carta del senso di colpa appena possibile. 

Fateci caso: una persona affetta da anoressia è malata, e perciò viene considerata alla stregua di un invalido, cioè con compassione (un fatto a dire poco odioso, leggete l’articolo sull’abilismo per un approfondimento a riguardo).

Al contrario, chi è obeso è sì considerato spesso malato, ma al tempo stesso viene ritenuto causa del suo male, e perciò deve vergognarsi, darsi una mossa, smetterla una buona volta con qualsiasi stile di vita stia conducendo e darsi finalmente una regolata, come tutte le persone normali.


L’aspetto che trovo interessante è che questo atteggiamento, che si potrebbe imputare all’ignoranza e al pregiudizio, si può riscontrare anche negli esperti del settore, in quei medici ai quali noi persone obese dovremmo rivolgerci per curare il nostro male.


Cito di nuovo un episodio che mi è accaduto, non per manie di protagonismo, ma perché penso che possa essere utile capire che questo genere di cose accadono a persone reali. Persone che, ve lo garantisco, hanno dei sentimenti, e quella shame la provano sulla propria pelle e se la portano dentro, a volte così a fondo che non c’è più bisogno di qualcosa detto da altri per sentirla o suscitarla, perché si diventa bravissimi a fare fat shaming a se stessi.

Anni fa mi sono rivolta a una dietologa amica di famiglia, ovviamente con l’intenzione (fallimentare) di risolvere una volta per tutte i miei problemi di peso. La dietologa mi ascoltò parlare del perché volevo dimagrire, mi chiese delle mie abitudini alimentari e sportive, mi prospettò qualche idea per una possibile dieta (da definire meglio in seguito).

Essendo un’amica di famiglia, sapeva tramite mia madre che da anni ero impegnata in una relazione con il mio attuale partner e perciò, prima che il nostro colloquio si concludesse, le venne l’ispirazione di chiedermi di lui. Solite domande, solito copione. Da quanto tempo stavamo assieme? Ah, da così tanto! Mi doveva volere molto bene allora. Ma certo, anch’io ne volevo a lui. Che fortuna trovare una persona con la quale c’era tanta affinità!

Proprio mentre pensavo che stessimo parlando del più e del meno, la conversazione prese una strana piega.

Lui cosa ne pensava del mio aumento di peso? Gli piacevo anche così?

Certo, lui mi amava. Eh, ma bisognava stare attente, ci avevo mai riflettuto? L’attrazione fisica è importante in una relazione, e se avessi continuato a prendere perso

Non so se ci sia davvero il bisogno di chiarire che non sono mai più tornata da quella dietologa. Mi piace pensare che, anche in questo caso, lei non intendesse affatto insultarmi, quanto piuttosto motivarmi ulteriormente nel mio percorso. Peccato che, per farlo, abbia ricorso a una delle più bieche forme di fat shaming di cui ho esperienza: il ricatto del “se sei grassa, gli uomini non ti vorranno”. Da allora mi è capitato, per fortuna non così spesso, che il mio partner sia stato lodato (per lo più in sua assenza) per il fatto di amarmi e desiderarmi nonostante il mio peso


Il fat shaming è questo e molto altro.


Include un’infinità di pregiudizi sul perché una persona è grassa, e l’idea che ci siano certi traumi che rendono il tuo grasso non accettabile ma almeno comprensibile (un po’ come quando si dice che qualcuno abusa di certe sostanze, ma con quel passato terribile come potrebbe essere altrimenti?), come se ci fosse grasso di serie A e di serie B.

Molte ricerche dimostrano che chi è sovrappeso o obeso viene preso meno sul serio dai medici e ha più difficoltà a ottenere un lavoro, perché si assume che sia una persona pigra e perciò poco incline a impegnarsi anche in ambito lavorativo.

Per citare brevemente un episodio attinente a questo aspetto, il mio datore di lavoro una volta mi ha detto che dovrei proprio dimagrire. Così, dal nulla. Perché il mio grasso è un problema di pubblico dominio, gli altri lo possono vedere e quindi pensano che sia accettabile parlarne, dirmi cosa fare della mia vita, darmi consigli non richiesti e fare commenti su qualcosa di molto personale.

Per me, il fat shaming è soprattutto ciò di cui ho cercato di parlare raccontando questi episodi: sapere che il tuo corpo non ha il diritto di esistere così com’è, al punto che si finge che non esista, o se ne parla ossessivamente solo come di un corpo malato, da curare.





L’immagine di copertina ci è gentilmente concessa da Marie Boiseau/ 
pic credits: thanks to Marie Boiseau Instagram – Website

Cecilia Bucci

Author: Cecilia Bucci

Laureata in Scienze Filosofiche presso l’Università di Ferrara con una tesi sulla Teoria e Istituzione dell’Arte di George Dickie, si occupa di attivismo femminista ed LGBTQ+. È insegnante di Storia e Filosofia alla Smiling International School di Ferrara.