La giornata degli insegnanti

Dal 1994 ogni 5 ottobre si celebra la Giornata mondiale degli insegnanti, con lo scopo di portare l’attenzione sul ruolo centrale dei docenti di ogni genere e tipo nel soddisfare i bisogni educativi delle nuove generazioni.


La giornata si pone anche l’obiettivo di celebrare l’importanza degli insegnanti e di mobilitare il sostegno della società nei loro confronti. 

Si sente spesso dire che i docenti non sono più apprezzati e rispettati come un tempo, e chi svolge questo lavoro giorno dopo giorno è ben consapevole di doversi scontrare non solo con una macchina burocratica capace di affossare ogni entusiasmo, ma anche con la percezione sociale che l’insegnante sia in sostanza un incompetente fannullone che ruba lo stipendio tutto l’anno, lavorando soltanto diciotto ore settimanali e godendosi i famigerati tre mesi di ferie estive (che in realtà si riducono a poco più di un mese, se si considerano riunioni di fine e inizio anno, corsi di recupero ed esami vari).

Ovviamente non tutti la pensano così, e d’altra parte non tutti gli insegnanti svolgono il proprio lavoro con serietà e dedizione, ma che ci sia una percezione diffusa in questo senso è un dato di fatto che chiunque può constatare.

Di fronte a questo quadro scoraggiante, è forte la tentazione di scrivere un articolo elogiando la professionalità, la passione e il genuino impegno che tanti insegnanti nel mondo dedicano alla loro professione, facendo le ore piccole per preparare lezioni nuove ed interessanti per i loro alunni, prendendosi a cuore anche i casi che sembrano più disperati e facendo i salti mortali per mantenersi in bilico tra corsi di aggiornamento, riunioni, colloqui con i genitori e le effettive ore di didattica in classe.


Tuttavia, vorrei tentare qualcosa di diverso.


Se da un lato è vero che l’insegnante è una figura che oggi viene in gran parte svilita e sottovalutata, è vero anche che fare bene questo lavoro comporta assumere su di sé l’onore e l’onere di una missione: non è per la gloria e nemmeno per la ricchezza che si intraprende questa carriera, ma piuttosto per passione e per la speranza di fare la differenza, se non per tutti gli studenti, almeno per alcuni di loro. 


Se noi insegnanti (chi scrive appartiene infatti a questa categoria) vogliamo sperare di riguadagnare il rispetto e il supporto che sentiamo di meritare, dobbiamo innanzitutto assicurarci di meritarlo.


È facile, di fronte ad una società che ci percepisce come pigri e ruba-stipendio, abbandonarsi allo sconforto e diventare proprio ciò che ci accusano di essere. Tuttavia, non dobbiamo cedere. Tutti i giorni abbiamo la fortuna di entrare in classe e di trovarci di fronte a una platea di giovani menti che, se non sempre sono ben disposte ad ascoltare e imparare, quasi sempre non sono totalmente restie a stabilire un contatto con noi, se riusciamo a scoprire con quale chiave garantirci l’accesso.

Certo, non tutti gli studenti sono nati per studiare, e molti non si interesseranno mai alle nostre materie, ma se mettiamo piede in classe partendo dal presupposto che niente in loro potrà sorprenderci o colpirci, che ciò che stiamo per dire non verrà ascoltato, che chi abbiamo davanti non capisce e non capirà mai nulla, abbiamo già rinunciato ad ogni possibilità di incidere in qualche modo sulle loro vite. 

Vorrei evitare di essere retorica, ma è vero che ogni alunno nasconde una sua verità, e che scegliendo questo lavoro abbiamo assunto sulle nostre spalle la responsabilità di provare a scoprirla, di tentare di lanciare un ponte verso chi abbiamo di fronte.

È altrettanto vero che gli studenti devono fare la loro parte, poiché è impossibile insegnare qualcosa a chi non vuole imparare, e anche l’argomento o il dibattito più accattivante possono cadere nel vuoto di una classe disinteressata.


Tuttavia, loro non hanno scelto di essere studenti, mentre noi in qualche modo ci siamo assunti la responsabilità di essere i loro insegnanti.


Anche se fossero stati soltanto il caso o l’opportunità improvvisa a farci giungere in classe davanti a loro, dal momento che siamo lì dobbiamo ai nostri studenti la massima attenzione, la massima dedizione, la massima passione e fiducia che possiamo dare loro.

L’attenzione per i loro bisogni e per ciò che hanno da dire (che non significa necessariamente assecondarli o soddisfarli in tutto, perché l’educazione è fatta anche di rifiuti, specialmente se ben argomentati), la dedizione nei confronti del loro apprendimento, la passione per la nostra materia e l’insegnamento, e la fiducia che queste persone davanti a noi sono esseri pensanti, capaci di apprendere quanto abbiamo da insegnare, capaci di spirito critico se viene loro dato il modo e il tempo di esercitarlo, capaci di sorprenderci se ci avviciniamo a loro con la predisposizione a farci sorprendere. 

La società e la scuola possono indubbiamente fare molto di più per supportare gli insegnanti nella loro lotta quotidiana per il sapere, ma non dobbiamo mai dimenticare cosa noi insegnanti possiamo e dobbiamo fare per la scuola, per la società e soprattutto per i nostri alunni. 

Cecilia Bucci

Author: Cecilia Bucci

Laureata in Scienze Filosofiche presso l’Università di Ferrara con una tesi sulla Teoria istituzionale dell’Arte di George Dickie, si occupa di attivismo femminista ed LGBTQ+. È insegnante di Storia e Filosofia alla Smiling International School di Ferrara.