La scuola che vorrei

Scuola

Uno dei temi più difficili e delicati in questa fase di emergenza sanitaria è sicuramente la riapertura delle scuole e la ripresa delle attività didattiche in sicurezza. La primavera scorsa, a seguito delle restrizioni imposte, le istituzioni scolastiche di tutto il mondo hanno dovuto chiudere i battenti per proteggere la popolazione dalla pandemia. Il prolungarsi della sospensione delle lezioni ha determinato il ricorso alla didattica a distanza con il conseguente mutamento dell’ambiente di apprendimento e lo stravolgimento della relazione educativa.

Adesso che la prima campanella dell’anno scolastico si avvicina, dopo un lungo periodo di lontananza, grande è il bisogno di ripresa e di ritorno alla normalità, necessario e importante per docenti e alunni. Il primo giorno di scuola è sempre il preludio di un nuovo inizio e nel complicato periodo che stiamo attraversando rappresenta il rintocco della speranza in un domani migliore e rinnovato.

Pertanto, in questo particolare momento, è doverosa una riflessione sulla delicatezza del compito dell’educatore e sulla funzione originaria dell’insegnamento che consiste nell’aiutare, sostenere e accompagnare gli studenti nel loro percorso di crescita culturale, ma soprattutto morale.


Educare dal latino educere, “condurre fuori, condurre sulla giusta via” è il processo attraverso il quale si struttura la personalità del singolo.


Dal punto di vista lessicale preferisco l’etimologia che mette in rilievo Riccardo Massa, educere come:

«condurre in disparte, portare altrove, porre di fronte al nuovo, all’inaudito, all’improvviso, all’insolito, al raro, al diverso, al mostruoso, adombrare e illuminare, nascondere e svelare, rapire e salvare, sottrarre e proteggere, fuggire e sostare, ma anche disorientare, spaesare, distogliere, spostare, decentrare, dislocare.» (1)

Secondo questa interpretazione, educare non vuol dire condurre lungo una strada già definita ma significa aprirsi a nuovi mondi, a nuove esperienze e in modo particolare uscire dal proprio Io.

Il termine educazione è presente già nella cultura classica: per Socrate e i sofisti si identifica con la paidéia, letteralmente formazione del fanciullo, cioè formazione dell’uomo nel suo complesso affinché possa realizzarsi come soggetto autonomo e in armonia con il mondo. Nell’Antica Roma si parla di humanitas, nozione che riguarda un tipo di formazione che esalta al massimo grado la natura umana e rende la persona autentica attraverso una preparazione politica e nello stesso tempo interiore.


Alla base di ciascun modello educativo c’è sempre l’educazione come esperienza umana che si attua all’interno e per mezzo di relazioni interpersonali.


Estremamente attuale è la definizione formulata da Martin Buber: «Educare significa fare che una selezione del mondo agisca su di una persona attraverso un’altra persona» (2). Dunque il filosofo austriaco collega l’educatore, l’educando e il mondo in una triade relazionale in continua realizzazione.

Interessante è sicuramente la prospettiva della mutualità educativa propria del pensiero chassidico.

Il chassidismo è una corrente religiosa sviluppatasi in epoche differenti, nasce in Germania nel Medioevo e poi, in una fase successiva, si sviluppa in Polonia e in Ucraina nel XVIII secolo. Oggi è presente in piccole comunità degli Stati Uniti e in Israele.

Il chassidismo, da chassid che significa “essere pio”, non si distingue per una particolare dottrina ma in quanto emblema della mistica ebraica. L’esperienza del chassidismo è molto significativa dal punto di vista pedagogico, poiché sottolinea l’importanza della relazione educativa intesa come scambio e confronto dal momento che l’uomo può essere compreso e realizzarsi solo nell’incontro con l’altro


Per l’ebraismo, infatti, il maestro, e per il chassidismo il profeta detto tsaddiq è colui che educa nel dialogo con l’alunno, in un’esperienza di mutualità.


Nella pedagogia dell’incontro del chassidismo il rapporto maestro/allievo è formazione culturale e morale reciproca, è relazione tra un Io e un Tu che nel ritrovarsi si arricchiscono a vicenda (3).

Dunque è proprio nella pratica relazionale con l’allievo e nel porsi di fronte a lui che l’educatore fa esperienza di sé e dell’unione con l’altro, in questo modo riesce a comprendere quelle che sono le necessità autentiche dell’alunno, ciò di cui ha realmente bisogno per la sua crescita. Emblematico in questo senso un episodio riportato da Buber all’interno della sua raccolta dal titolo I racconti dei Chassidim:

«Un giorno che Rabbi Banam insegnava alla sua tavola, tutti si spinsero tanto avanti che il servitore li rimproverò ad alta voce. “Lascia” gli disse lo Zaddik “credimi; come essi prestano orecchio per sentire ciò che io dico, così presto anch’io orecchio per sentire ciò che la mia bocca dice”.» (4)

In tal senso anche nella cultura italiana, e più precisamente nel pensiero di Aldo Capitini, l’educazione è da intendersi come pratica dell’educarsi insieme, in questo modo il processo educativo si trasforma in un sistema aperto in quanto strumento di cambiamento sociale. Per Capitini l’educatore deve essere un “profeta” il quale, non deve solo trasmettere il sapere della tradizione, ma deve esprimere una realtà rinnovata e rigenerata, lasciando intravedere scenari futuri (5).


In questi ultimi mesi cosa ne è stato dell’educazione così intesa?


Nella scuola del Covid-19 che docenti e alunni hanno vissuto, in cui le attività didattiche, per una questione emergenziale, erano costituite da video-lezioni e da classi virtuali, gli studenti hanno perso i punti di riferimento e di sostegno emotivo che da sempre hanno ritrovato nell’istituzione scolastica, quella reale, intrisa di relazioni e di incontri. Ed è proprio questo modello di Scuola, una sorta di «trauma che segna l’uscita del soggetto dalla famiglia e il suo possibile incontro con altri mondi» (6), il modello che agli alunni è mancato. La Scuola Autentica, quella che si nutre della presenza del corpo del docente fra i corpi degli alunni e della loro relazione.


Solo in una classe reale e con la didattica in presenza, il processo di insegnamento si fa relazione educativa fra soggetti e il maestro è degno di questo nome, solo se riesce, nell’incontro con gli allievi, a tenere sveglio il loro desiderio di conoscere.





(1) R. Massa, Educazione e seduzione, in J. Orsenigo, ( a cura di), Lavorare di cuore. Il desiderio nelle professioni educative, Franco angeli, Milano, 2010, pag. 54

(2) G. Milan, Educare all’incontro. La pedagogia di Martin Buber; Citta Nuova, Roma, 2008, pag. 31

(3) S. Salmeri, Il maestro e la Bildung chassidica:ebraismo ed educazione, Euno Edizioni, Leonforte, 2012, pag. 26-27

(4) M. Buber, I racconti dei Chassidim, trad. it. di G. Bemporad, Milano, Guanda, 1992, pag. 521

(5) S. Salmeri, Il maestro e la Bildung chassidica:ebraismo ed educazione, Euno Edizioni, Leonforte, 2012, pag. 74

(6) M. Recalcati, L’ora di lezione, Per un’erotica dell’insegnamento, Einaudi, Torino, 2014, pag. 67

Simona Parisi

Author: Simona Parisi

Laureata in Filosofia presso l’Università di Palermo con una tesi sulla teoria critica di Horkheimer, ha poi conseguito un master in management e comunicazione. Abilitata all’insegnamento secondario della filosofia e delle scienze umane. Attualmente sta conseguendo un dottorato di ricerca sulle filosofie di genere. Ama curare le piante per coltivare se stessa, innaffia i suoi sogni e colleziona libri e sorrisi.