La danza macabra del Joker

«God gave you style and gave you grace
And put a smile upon your face
»

Coldplay – God put a smile upon your face

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Tutti ne parlano, in pochi lo hanno reputato un ennesimo film sull’arci-nemesi di Batman. Ancora meno sono gli spettatori che sono usciti a cuor leggero dalle sale cinematografiche dopo l’immane interpretazione di Joaquin Phoenix: ma perché questo nuovo Joker ci dà così tanto a cui pensare? Qual è il motivo scatenante di cotanto cruccio post quella che dovrebbe essere un’allegra serata cinema e popcorn?
Ve lo dico io, o perlomeno ci provo: l’empatia verso il protagonista-antagonista Arthur Fleck.

Sebbene numerose siano le facce di questo personaggio sul piccolo schermo, a partire dai cartoni animati sino alla pluri-acclamata interpretazione di Heath Ledger ne Il Cavaliere Oscuro (2008), questo nuovo Joker ci mostra la genesi della sua follia, le motivazioni che stanno dietro alla sua sete di sangue e soprattutto come dietro alla sua maschera da pagliaccio potremmo ritrovarci noi stessi


Senza dilungarmi nel racconto di tutto il film, la pellicola ci mostra il repentino declino di Arthur Fleck, un clown di strada deriso e bullizzato sia dai ragazzini che dagli stessi colleghi di lavoro.


Arthur ha a carico la madre, una ex-addetta all’entourage dell’ora aspirante sindaco di Gotham Thomas Wayne – nonché padre del futuro Batman. Arthur è inoltre soprannominato Happy dalla sua mamma perché, come dice quest’ultima: «Non ha mai pianto ma è sempre stato un bimbo felice».

Questa è la motivazione che a metà film ci svelerà le oscure origini della sua risata.


Sì, perché Arthur ha anche un problema psicologico che lo porta a ridere anche quando non vorrebbe in maniera del tutto incontrollata e scatenando ulteriore astio nei suoi confronti dai presenti.


L’aspirazione di Fleck, come a giustificare la sua malattia e a conferirgliene una sorta di vocazione, è quella di fare il comico, sebbene questo desiderio si scontri quotidianamente con il fatto che lui stesso non sappia cosa faccia ridere e cosa no: sua madre stessa lo rimbecca chiedendogli se lui faccia ridere.

Emblematica è la scena al cabaret dove l’ingenuo Fleck ride copiando le emozioni degli altri e non perché provi effettivamente lui stesso divertimento, senza contare che le sue battute sono tutte scritte in un quaderno.

Il film gioca infatti sulla sottile linea che separa Arthur tra l’essere divertente (cosa in cui lui crede fermamente, portandolo ad avere anche allucinazioni circa la riuscita del suo intento) e l’essere invece ridicolo, cosa che emerge grazie al personaggio di Murray, comico sulla scia del David Letterman Show, e che non tarda a invitare Fleck presso i suoi studi proprio come fenomeno da baraccone

Joker non è soltanto un richiamo all’ambiguo oscillamento tra la comicità e il ridicolo, ma soprattutto una pellicola esistenzialista, argomento a più riprese portato alla luce dallo stesso Arthur: un uomo depresso, ignorato dai suoi affetti più vicini e dalle stesse istituzioni che si dovrebbero occupare di lui, sino a domandarsi se davvero la sua vita abbia un senso, se la sua morte non possa giovargli di più e vedendo nella violenza e nella rivolta la sola arma per farsi notare, per esistere.


Ed è allora che la metamorfosi di Arthur ha inizio, con la bellissima immagine delle scale: dapprima rappresentate con la salita di queste da parte dello stanco Fleck, una salita verso la sua reale esistenza; sino alla discesa, ora da Joker, ballando e fumando come una dannata rockstar.


Con la morte dei tre ragazzi di Wall Street nella metropolitana e poi quella della sua stessa madre, in realtà adottiva – o almeno così ci suggerisce lo stesso personaggio (1)-  e causa di tutti i suoi mali, Arthur/Joker affronta i suoi demoni, alza la voce e si fa portavoce del disagio di Gotham, disinteressato delle conseguenze perché dopotutto non ha più nulla da perdere.

Con la scoperta degli abusi, dell’adozione e dell’origine della sua malattia, Arthur non ha più motivo di nascondersi dietro a una risata, paradossalmente capovolge la sua stessa visione della vita: non più una tragedia, bensì una commedia, dove il finto sorriso rosso che si disegna è una protesta contro tutti coloro che sino ad allora hanno cercato di toglierglielo, con la sola giustificazione ora del detto “That’s life”. (2)

Ulteriore leitmotiv all’interno del film e tratto peculiare di questo nuovo Joker è proprio quello della danza: idea frutto dell’improvvisazione del magistrale Joaquin – che oltre ad essere un bravo cantante, come ci ha dato modo di attestarlo con Walk the line (2005), è anche un bravo ballerino – e del regista Todd Phillips. Una danza macabra che vede il suo manifestarsi subito dopo il primo triplice omicidio e che fa da eco alle sue origini tardomedievali: il ballo tra gli uomini e gli scheletri, i quali ci rimembrano che tutti moriremo. D’altronde, la maschera del clown rassomiglia all’immagine del teschio e forse è proprio per questo che la figura del pagliaccio incute inconsciamente paura – tralasciando il successo della miniserie It (1990) e ancor prima il libro di Stephen King (1986).


Quel volto bianco dal grande naso rosso, gli occhi truccati e il tragicomico sorriso rosso: un personaggio che dovrebbe destare riso, ma che in realtà ci spaventa proprio perché non sappiamo cosa si celi dietro quella maschera.


Nel film tutti ne portano una, di maschera, e non ci deve sorprendere che l’assassino della famiglia Wayne non sia il vero Joker, ma un uomo che porta la sua faccia e che segnerà per sempre la mente del piccolo Bruce, portandolo ad essere anch’egli un mostro tra i mostri.

E allora dimentichiamoci per un attimo del Joker e spogliamolo del concetto di finzione, concentrandoci invece semplicemente sulla persona:

Arthur Fleck, l’uomo moderno che vive attorno e dentro di noi. 




(1) Non tutte le interpretazioni del film lo danno per certo: Joker crede a Wayne, ma ci sono le iniziali T.W. dietro la foto della madre. Sì, potrebbe averle scritte lei stessa nella sua follia, ma come sapere se la follia è il risultato dell’internamento da parte di Wayne dopo la raccontata relazione o, al contrario, se proprio da essa nasce la storia mentirosa sulla relazione?C’è chi pensa che Wayne abbia insabbiato la cosa (da qui un’adozione registrata ma senza nome). La regia lascia la suspance. 

(2) Modo di dire ma anche titolo della celebre e omonima canzone di Frank Sinatra, nonché ritornello di gran parte del film.

Filmografia:
Joker, Phillips Todd, Warner Bros. Studios, Stati uniti d’America, 2019.

L’immagine di copertina è un poster ufficiale di Joker. Il copyright del suddetto è pertanto di proprietà del distributore del film, il produttore o l’artista. L’immagine è stata utilizzata per identificare il contesto di commento del lavoro e non esula da tale scopo – nessun provento economico è stato realizzato dall’utilizzo di questa immagine. / This is a poster for Joker.
The poster art copyright is believed to belong to the distributor of the film, the publisher of the film or the graphic artist. The image is used for identification in the context of critical commentary of the work, product or service for which it serves as poster art. It makes a significant contribution to the user’s understanding of the article, which could not practically be conveyed by words alone.

Ilaria Luciano

Author: Ilaria Luciano

Si laurea in Filosofia con una tesi in Storia della Scienza e della Tecnica e poi in Filosofia del Diritto. Scrive di filosofia del linguaggio, diritto dell’individuo e delle donne.