Non scivolare!

“Scivola!” diceva il pinguino nella caverna di ghiaccio in Fight Club.


Ma qui, nella filosofia, è il caso di non scivolare e per non farlo meglio non avventurarsi su una china.


Il pendìo scivoloso è, a mio avviso, una delle figure della retorica e della dialettica che più rispecchia l’immagine contenuta nel suo nome – non ci sono trucchi in questo senso.

Molto utilizzato oggi, esso sembra non lasciare scampo all’interlocutore e funziona semplicemente così:

Immaginiamo un piano inclinato. Il punto più alto è A, il punto più basso è Z. Dal punto A al punto Z supponiamo di non trovare intralci: niente punti B, D, L, Y. Arriveremo all’estremità probabilmente appoggiate e appoggiati sul nostro sederone. Ma come abbiamo fatto a finire nel punto più basso di questo pendìo?

Semplice, ci hanno dato una spintarella.


E il punto Z è un inferno.


Tutto il focus si riduce inesorabilmente sull’ultima, unica, gigante conseguenza finale, come se fosse un mostro da sconfiggere, un boss finale di un videogioco a livelli. E tutto questo parte dall’idea che sta al principio della discesa.

L’uso principale che ne viene fatto è in politica e nel campo bioetico. Spoiler: le due cose non sono sempre scisse.

Per capirci meglio, un esempio italiano noto alla maggioranza sono quei cartelloni pubblicitari di un’associazione contro l’eutanasia. Gli slogan recitavano frasi (che ora cambierò per non citarle direttamente) del tipo: “Gianna ha perso il lavoro. Potrà farsi uccidere” – sottotitolo: se si legalizza l’eutanasia (A) chiunque potrà porre fine alla sua vita (Z).


Si passa da un’azione a una conseguenza catastrofica senza prendere in considerazione tutte le variabili e gli step che necessariamente completano il quadro.


Si parla alla pancia delle persone, alla prima impressione: da un dato di fatto vero o probabilmente non così lontano dal suo compimento (“l’eutanasia potrebbe diventare legale in Italia”) a conclusioni del tutto sconnesse dalla premessa che però colpiscono, indignano, fanno drizzare le antenne.

Di esempi ne possiamo trovare a iosa e probabilmente ora, dopo aver realizzato bene cos’è questa strana figura del linguaggio e del pensiero, ce ne verranno in mente tantissime sentite nel dibattito politico del momento, in campagna elettorale, dai giornali o dal vicino di casa.

Ovunque si trovi, utilizzare la “tecnica” (fallace) del pendìo scivoloso è estremamente pericoloso e la sua diffusione sempre maggiore, in quest’epoca dove sotto moltissimi aspetti soprattutto riguardanti lo studio del linguaggio ci si interfaccia costantemente con un inquietante pressapochismo e tifo da stadio, non fa che peggiorare le cose.

Quello dello slippery slope è argomento che destabilizza, che confonde, che parla alla parte di noi che ha paura di ciò che non conosce, di un futuro sempre più buio, di essere fregati.


È quindi scorretto utilizzarlo in un dibattito, pubblico o privato che sia? Sì.


Poiché non solo fa leva moralmente su un futuro catastrofista ma lo fa pure in maniera scorretta a livello logico, in quanto non è supportato da conseguenze coerenti e/o prevedibili. Insomma, arrivate e arrivati a questo punto della contemporaneità e, nel piccolo di questo articolo, è importante riconoscere il pendìo scivoloso come tale per poterlo confutare e portare un po’ di logica dove il luogo comune la fa da padrone.

“Scivola!” – Fight Club
ma meglio non farlo



Lisa Pareschi

Author: Lisa Pareschi

Fondatrice di Filosofemme, si laurea all’Università di Bologna in Filosofia con una tesi in Bioetica e poi in Scienze Filosofiche con una tesi in Filosofia del Diritto. Scrive di diritto animale e di medicina; collabora con Luciana Tufani Editrice e scrive per Leggere Donna.