Bo Burnham: commedia e reality

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Da quando è uscito Inside, lo speciale comedy di Bo Burnham, non ho guardato e ascoltato altro per settimane.


Una stanza, molteplici idee di messa in scena, pezzi orecchiabili, testi brillanti e riflessivi.


Mi ha dato l’impressione di essere un’opera del presente, capace di esprimere lo spirito del nostro tempo, sia a livello formale che contenutistico. E, nonostante sia il prodotto creativo che racconta la pandemia nel modo più soddisfacente tra i vari usciti nell’ultimo anno, la sua capacità di cogliere lo Zeitgeist va oltre questa precisazione. 

Inside, come indica il titolo, si svolge all’interno di un’unica stanza, claustrofobica espressione della routine in lockdown, tra telefonate serali alla mamma, scrolling su Instagram e goffi tentativi di sexting. Nella stanza, cavi, camere e luci sono in bella vista, a suggerire uno spazio di creazione caotica e spontanea che, in realtà, è a sua volta parte integrante del set.

Una rappresentazione meta-teatrale (meta-youtube?), che esibisce i suoi strumenti in un’illusione di completa genuinità.


Ma quale opera artistica o prodotto dell’ingegno personale è davvero reale e genuina? 


Il primo pezzo dello speciale è Content, una dichiarazione di intenti: quello che state per vedere è contenuto, non realtà. Si parla di due piani ontologici diversi, un dualismo di content e reality che si rispecchia nella contrapposizione tra mondo digitale e mondo analogico

«Ho scoperto che il mondo reale […] dovrebbe essere contenuto nello spazio digitale, che è molto più sicuro e molto più reale. Che il mondo esterno, il mondo non digitale, è semplicemente uno spazio teatrale in cui si mettono in scena e si registrano contenuti per lo spazio digitale, molto più reale, molto più vitale. Si dovrebbe interagire con il mondo esterno come si fa con una miniera di carbone. Indossi la tuta, raccogli ciò che ti serve e torni in superficie». (1)


In un ribaltamento che, al tempo presente e forse più che mai durante il lockdown, non ci sembra poi tanto assurdo, il mondo delle cose diventa la mera fonte di approvvigionamento per costruire il mondo dei content. La nostra immagine digitale è più reale di noi stessə: esistiamo nella performatività online.

«Welcome to the internet /
«Benvenuto su Internet
What would you prefer? /
Cosa preferisci?
Would you like to fight for civil rights or tweet a racial slur?» /
Vuoi lottare per i diritti civili o twittare un insulto razziale?» (2)

In questo contesto, le grandi questioni sociali e politiche del nostro tempo si scontrano con la performance, l’awarness viene confusa con self-actualization, in un caos di informazioni e pose da guardare con scetticismo.

La stessa comedy deve porsi delle domande:

«Should I be joking at a time like this?» /
«In tempi come questi, dovrei scherzare?» (3)


Leggere la comicità come uno strumento di impegno e di lotta è problematico, se non addirittura ridicolo («Se ti svegli in una casa in fiamme, chiamami e farò una battuta». (4) ). Tuttavia, è responsabilità del creator vivere nel proprio tempo, individuare gli errori del passato e rendere la propria opera migliore per il futuro.

La responsabilità dell’artista non è altro che lo specchio della nostra responsabilità personale.


Online, ognunə è performer, ognunə ha un’immagine digitale e un audience di riferimento. 

«So long, goodbye /
«Addio, arrivederci
Hey, here’s a fun idea /
Ehi, ecco un’idea divertente
How ’bout I sit on the couch and I watch you next time?» /
Che ne dici se la prossima volta mi siedo io sul divano e ti guardo?» (5)


In Eight Grade, film del 2018 diretto dallo stesso Burnham, Kayla è una ragazzina timida e impacciata che registra video di se stessa e li carica su Youtube. Davanti alla telecamera e a un pubblico quasi inesistente, trova la spinta per migliorare se stessa e uscire dalla sua solitudine: nella sua immagine digitale scopre l’input per rivoluzionare la sua persona reale.


Il dualismo digitale/analogico viene oltrepassato e, alla base di questo andare oltre, c’è il valore generativo della creazione. 


Inside, similmente, è un ritorno alla solitudine davanti alla camera.

Burnham parla delle contraddizioni che attraversano reale e digitale, ma, grazie alla sua opera è capace di ricucire i tagli. Da Inside all’outside world: l’opera stessa è un ritorno sulle scene onesto e sincero, un fuggire dalla solitudine della propria autoreferenzialità, aprendosi al tempo presente nel modo più lucido possibile. 

  1. «I’ve learned that the real-world […] should be contained in the much more safe, much more real interior digital space. That the outside world, the non-digital world, is merely a theatrical space in which one stages and records content for the much more real, much more vital digital space. One should only engage with the outside world as one engages with a coal mine. Suit up, gather what is needed, and return to the surface.» Bo Burnham, Inside, 2021, Netflix
  2. Da Welcome to the Internet. 
  3. Da Comedy. 
  4. «If you wake up in a house that’s full of smoke /Don’t panic, call me and I’ll tell you a joke». ibidem
  5. Da Goodbye. 

immagine di copertina da Rockol
NDR: L’immagine di copertina è un’immagine tratta dalla copertina di Inside. Il copyright della suddetta è pertanto di proprietà del distributore, il produttore o l’artista. L’immagine è stata utilizzata per identificare il contesto di commento del lavoro e non esula da tale scopo – nessun provento economico è stato realizzato dall’utilizzo di questa immagine. / This is an official image for Inside. The image art copyright is believed to belong to the distributor of the film, the publisher of the series or the graphic artist. The image is used for identification in the context of critical commentary of the work, product or service for which it serves as image art. It makes a significant contribution to the user’s understanding of the article, which could not practically be conveyed by words alone – no commercial use has been done.