Simone Weil, la persona e il sacro

La riflessione di Simone Weil, filosofa e mistica francese, in La persona e il sacro, si origina da una concezione: che il sacro, l’essenziale, il profondo, abiti tutta l’umanità.

Composto poco prima della sua prematura scomparsa nel 1943, questo saggio ci offre una intensa riflessione e una pungente critica sulla società di massa che già aveva affondato radici nell’Europa tra le due grandi guerre.


A muovere il pensiero di Weil c’è una forte critica ai processi di de-umanizzazione e alla perdita di sacralità della vita che prende avvio già dalle prime righe.


Si era fatta strada, agli inizi del Novecento, una nuova tendenza, prettamente individualistica, che pensava il singolo come unico nucleo fondamentale, portatore di un valore inestimabile.

Questa concezione, che aveva condotto a circoscrivere il sacro nella sfera dell’individuale, aveva allo stesso tempo portato a una chiusura del soggetto verso l’interno, nel proprio centro di valore. In questo serrarsi nell’io, nel proprio sacro, l’altro ricadeva nel nulla, condannato a scomparire nel vuoto, fuori dalla sfera del soggetto.

La radicalità con la quale l’altro sparisce dietro la falsa credenza di una sacralità del singolo aveva prodotto una perdita del valore di umanità, rendendo l’altro, colui che mi sta di fronte, una mera parvenza di persona.


Il forte individualismo è, agli occhi di Weil, terreno fertile per un altro fenomeno: quello della società di massa, che porta sempre di più all’introvabilità delle persone, trasformandole in “vuote marionette”, in corpi che vagano privi di esistenza.


Proprio contro questa tendenza de-umanizzante la filosofia di Weil si pone come un antidoto, come una ricerca verso ciò che c’è di profondamente “umano” nell’individuo.

Già l’esperienza da operaia, vissuta in prima persona nella fabbrica Renault, aveva portato Weil a interrogarsi circa le sorti dell’umanità del suo secolo. 

Ciò che si delineava, a partire dalla massa di lavoratori, erano individui spersonalizzati, ridotti a un  numero che pure la povertà del primo dopoguerra aveva contribuito a trasformare in una sorta di subumano, in esseri che Weil definisce invisibili, ridotti a parvenza e nient’altro.


Proprio contro questa perdita di umanità della persona Weil problematizza, cercando la radice della sacralità dell’individuo. 


Qual è il nucleo sacro della persona, quella condizione che contraddistingue l’umano opponendosi a un’esistenza di sola parvenza, a una “mera scorza” di uomo? 

«Ciò che è sacro, lungi dall’essere la persona, è quello che in un essere umano è impersonale» (1).


La radice prima dell’individuo, ciò che segna il limite tra l’umano e il non umano, tra la persona e la semplice sagoma di qualcuno che è ormai invisibile, risiede in una forza impersonale.

È qualcosa di nascosto, di profondo, di visibile solo nel celato: «è un grido silenzioso, che risuona soltanto nel segreto del cuore» (2).

Dietro ogni individuo c’è un’unica forza sacra che corrisponde al grido invisibile dell’animo umano che chiede la vita.

«Dalla prima infanzia sino alla tomba qualcosa in fondo al cuore di ogni essere umano, […] si aspetta invincibilmente che gli venga fatto del bene e non del male. È questo, anzitutto, che è sacro in ogni essere umano. Il bene è l’unica fonte del sacro» (3).


Proprio il bene, la verità assoluta che si cela dentro ogni individuo, è la fonte prima che discrimina tra umano e non umano. Ed è una verità che rimane celata, che si svela solo in «un’atmosfera di silenzio e di attenzione ove questo grido fievole e maldestro possa farsi udire» (4).


La sacralità del bene, della vita: ecco dove risiede il valore della persona, un valore che si ritrova in ogni essere umano e che va oltre il singolo individuo.


Non ciò che ci caratterizza come unici ci rende persone, ma l’impersonale che si cela dentro di noi. 

«Tutto ciò che nell’uomo è impersonale è sacro, e nient’altro lo è» (5).

(1) Simone Weil, La persona e il sacro, Adelphi, Milano, 2012, p. 17.

(2) Ivi, p. 14.

(3) Ivi, p. 13.

(4) Ivi, p. 15.

(5) Ivi, p. 17.

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