Pornotopia

Cercando sul web immagini di Hugh Hefner, il leggendario fondatore della rivista «Playboy», si nota subito che i risultati sono uniformi: in quasi tutte le foto al centro c’è Hefner stesso – un uomo attempato in indumenti da casa (vestaglia o pigiama, immancabilmente di tessuti ricercati come la seta o il velluto) – circondato da un esercito di bellissime donne, spesso seminude o nella celebre tenuta da “coniglietta” resa iconica proprio dal marchio Playboy. Per molte persone l’esistenza di questo brand, di questa iconografia, di questo mondo è semplicemente un dato di fatto, ma a ben pensarci ciò che Hefner è riuscito a costruire ha dell’incredibile

Nell’America degli anni Cinquanta, il periodo in cui Hefner ha fondato «Playboy» e in cui la rivista è subito diventata una pubblicazione di enorme successo, l’archetipo dell’uomo eterosessuale è quello del breadwinner, buon padre di famiglia, con un lavoro rispettabile e una casa suburbana recintata da una staccionata bianca. Completano il quadro la moglie e i figli, che attendono il suo ritorno dal lavoro per accoglierlo con un sorriso e il profumo del tacchino nel forno. In questo quadretto idilliaco da cartolina, in cui il sesso è per molti versi ancora un tabù, la pornografia ovviamente esiste già e vende molto, ma viene consultata o fruita di nascosto, non è certo un fenomeno alla moda o di massa. 

Ed ecco la genialità di Hefner: prendere il vizio nascosto di milioni di americani e renderlo un fenomeno mainstream, creando quella che Preciado definisce “pornotopia”, un’utopia porno in cui ciò che era segreto è ora sotto gli occhi di tutti, ciò che era privato e indicibile diventa pubblico e ripetuto in serie dai mass media, diventa prodotto di massa.


Si tratta di una liberazione sessuale? Preciado ritiene di no.


Ciò che Hefner ha fatto non è stato offrire alle persone la possibilità di vivere più liberamente e coerentemente la loro sessualità e le loro fantasie, ma creare a tavolino una nuova narrazione, un gioco con le proprie regole e personaggi, un gioco che ha saputo capitalizzare in miliardi di dollari. 

Quali sono i caratteri di questa pornotopia? Innanzitutto un nuovo spazio architettonico, l’attico da scapolo in città, uno spazio ludico che si contrappone alla casa familiare suburbana e che diventa il campo del gioco dello scapolo che ogni lettore di «Playboy» sogna o deve sognare di essere: un professionista di successo, libero dai vincoli e dalle responsabilità del breadwinner con famiglia a carico, accessoriato e moderno come James Bond, e proprio come lui seduttore (1). Il gioco infatti è quello del sesso, in cui il protagonista è immancabilmente un maschio eterosessuale americano, incarnato dallo stesso Hefner, che ha a sua disposizione una riserva infinita di bellissime donne sempre disponibili.


La pornotopia di Hefner è costruita interamente sul male gaze, lo sguardo maschile, che improvvisamente non ha più limiti: si insinua negli appartamenti della coniglietta per eccellenza, la vicina della porta accanto, per spiarla mentre si prepara ad uscire con le amiche o compie altri gesti quotidiani.


L’aspetto pornografico non risiede infatti tanto nel nudo femminile, che spesso non è neppure completo, ma nella fantasia di avere accesso a momenti privati, scene che si svolgono dietro una porta chiusa e che invece diventano magicamente accessibili allo sguardo dello scapolo di Hefner, in primis attraverso le fotografie pubblicate sulla rivista, e in secundis attraverso ogni mass media disponibile, come mostrato chiaramente dalla Playboy Mansion, la “casa” di Hefner dove i muri sono dotati di telecamere per perpetrare all’infinito questa spettacolarizzazione del privato, questo svelamento costante dell’intimo.

Attraverso la creazione di questa narrazione di successo, e passando perfino attraverso l’iconica immagine del coniglietto (non a caso un animale inoffensivo e giocoso), Hefner inzucchera e addolcisce la pornografia, ne smussa gli spigoli di scandalo rendendola a sua volta scandalosamente mainstream, non solo accettabile e non più fonte di vergogna, ma glamourous, un fenomeno alla moda perfettamente integrato con i nuovi valori del consumismo capitalista e con il sogno americano del self-made man, l’uomo che è artefice della propria fortuna e in virtù di ciò si merita fama, successo e belle donne.

Paul B. Preciado, Pornotopia, Playboy: architettura e sessualità, trad. it. Elena Rafanelli, Fandango Libri, Roma, 2020.

Grazie a Fandango Libri!





(1) La maggior parte dei lettori di «Playboy» non corrispondono in realtà a questo profilo, ma è proprio questo il punto: Hefner non celebra ciò che loro già sono, ma li accompagna nel sognare ciò che vorrebbero essere, nell’immaginare per sé una vita alternativa a quella che hanno, dove il successo sul lavoro e il denaro si intrecciano con una dimensione ludica del piacere, dove il sesso è solo divertimento e gioco e non un dovere coniugale o il preludio della vita da padre.

Cecilia Bucci

Author: Cecilia Bucci

Laureata in Scienze Filosofiche presso l’Università di Ferrara con una tesi sulla Teoria istituzionale dell’Arte di George Dickie, si occupa di attivismo femminista ed LGBTQ+. È insegnante di Storia e Filosofia alla Smiling International School di Ferrara.