Che cos’è l’eco-femminismo? Una prospettiva filosofica

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Eco-femminismo

Nature is a feminist issue è il titolo del primo capitolo del libro Ecofeminist Philosophy – A Western Perspective on What It Is and Why It Matters di Karen J. Warren, ma potrebbe anche essergli informalmente attribuito il titolo di “slogan del movimento eco-femminista” (1). A questo punto, la domanda che sorge spontanea è: per quali ragioni il femminismo e l’ambientalismo dovrebbero essere movimenti correlati? 


Per provare a addentrarci più approfonditamente in tale argomento, sarebbe opportuno chiarire che cosa s’intende per eco-femminismo.


Il termine “ecological feminisme” è stato coniato nel 1974 da Françoise d’Eaubonne (2), ma solo a cavallo degli anni Ottanta e Novanta viene distinto come una vera e propria posizione filosofica. Se inizialmente questo vocabolo faceva riferimento a una generica relazione “donne-natura”, con il passare degli anni diventarono tre i principali assi portanti attorno ai quali si sviluppò questa posizione: a) l’esplorazione delle correlazioni tra l’ingiustificata dominazione della natura e l’oppressione delle donne; b) la critica delle teorie su donne e natura elaborate all’interno della filosofia occidentale classica; c) la creazione di alternative al punto precedente (3).

Lo slogan inizialmente citato “Nature is a feminist issue” (che in italiano può essere tradotto: “La natura – intesa come ambiente – è una problematica femminista”), indica appunto il legame che intercorre tra il femminismo e l’ambientalismo, in quanto la comprensione dei problemi collegati all’ambiente (del suo sfruttamento e della sua dominazione ingiustificata), può in parte aiutarci a fare chiarezza sui modi in cui avviene l’oppressione delle donne e sul perché le vite di queste sono connesse alle problematiche ambientali (lo stesso discorso vale ovviamente anche per le questioni legate al razzismo, al classismo, all’abilismo, allo specismo, all’ageismo, all’eterosessismo, al colonialismo e così via).


Per chi non è nuovo ai temi intersezionali, questo concetto potrebbe risultare scontato.


D’altronde sappiamo che avere uno sguardo che non si fermi ai singoli aspetti delle nostre vite (come il genere, la razza, l’orientamento sessuale, ecc.), ma che si protragga a come il potere e l’oppressione interagiscano con questi, ci permette di comprendere meglio la realtà che ci circonda.


Per provare ad approfondire questo lato “intersezionale” dell’eco-femminismo, vorrei riprendere il lavoro di Shiva in Staying Alive.

In quest’opera, Shiva parla di “mal sviluppo” (in inglese “maldevelopment”) una parola da lei usata per indicare un tipo di sviluppo “sbagliato, cattivo”, perché si alimenta grazie alla dominazione interconnessa di donne e natura. A parere dell’autrice, l’unico modo per comprendere questo tipo di sviluppo, è fare riferimento alle condizioni socioeconomiche dei soggetti coinvolti.

Secondo l’attivista indiana, il “mal sviluppo” inizia con la colonizzazione di Asia e Africa da parte dei paesi europei, che contribuiscono alla creazione di economie fondate sul denaro modellate su base europea. Oltre a introdurre monocolture estranee e non native di quelle terre (il cui poi raccolto viene esportato per profitto), viene anche introdotta una marcata divisione del lavoro sulla base del genere, andando così a contribuire alla “femminilizzazione della povertà”. Secondo Shiva, distruggendo le economie di sussistenza dei paesi asiatici e africani, il “mal sviluppo” ha contribuito a creare povertà laddove, in precedenza, non ve ne era traccia (4).


Un esempio interessante, spesso oggetto di dibattito e ripreso anche da Shiva, è quello del movimento Chipko in India.


Nel 1974, sono ventisette le donne del villaggio Reni (vicino al confine tibetano) che decidono di stringersi attorno ad alberi prossimi all’abbattimento riuscendo così a salvare 12.000 chilometri quadrati di foresta indigena. Grazie a questa presa di posizione, si riuscì a dare maggiore visibilità alle lamentele delle popolazioni locali le quali denunciavano la distruzione di foreste native.

Queste attività di sfruttamento, arrecavano danno specialmente a quelle donne che basavano le loro entrate su attività in stretta connessione con la foresta circostante. Infatti, a causa della distruzione di queste, sono rintracciabili tutta una serie di conseguenze che ricadono sulle spalle delle donne locali; ad esempio aumenta il tempo speso per cercare legna da ardere, vengono meno le opportunità di guadagno vendendo prodotti ricavati dal legno ai mercati locali e, complessivamente, non si è più in grado di mantenere come prima l’economia domestica (la quale dipendeva da alberi per ricavare cibo, combustibile, mangime per il bestiame e prodotti per la casa) (5). 


Tramite delle lenti eco-femministe, possiamo riuscire a dare una nuova lettura politica all’attuale crisi ecologica, la quale risulta essere un effetto strettamente collegato alla cultura patriarcale, capitalista ed eurocentrica che deve la sua costruzione e il suo sostentamento alla dominazione della natura (in quanto percepita come femminile) e all’oppressione delle donne (in quanto percepite come “natura”) (6).


Grazie all’episodio specifico del movimento Chipko, abbiamo la possibilità di imparare un’importante lezione, legata all’impatto che le organizzazioni femminili e di mutuo aiuto hanno nell’organizzare azioni di protesta a partire da reti e associazioni di solidarietà informali (7). Inoltre, vicende di questo tipo, fanno sorgere maggiore consapevolezza sulle ingiustizie sociali e ambientali che vedono donne e bambini (in particolar modo donne povere, di colore, sole, con figli a carico) come i soggetti maggiormente danneggiati dallo sfruttamento ambientale (8).


Per concludere, la lotta femminista e la lotta ambientale sono strettamente correlate.


Riprendendo le parole di Ruether, «le donne devono rendersi conto che non può esserci per loro né liberazione, né soluzione alla crisi ecologica, all’interno di una società il cui modello di relazione fondamentale continua a essere quello di dominazione. Si rende necessario unire le richieste provenienti dai movimenti delle donne, a quelle dei movimenti ecologici per concepire una riorganizzazione radicale sia delle relazioni socioeconomiche fondamentali, che dei valori alla base di questa società» (9).






(1) Cfr. Warren, Ecofeminist Philosophy, 2000.

(2) Cfr. d’Eaubonne, Le Feminisme ou La Mort, 1974.

(3) Cfr. Warren, Feminist Environmental Philosophy, 2015.

https://plato.stanford.edu/entries/feminism-environmental/ – [10/04/2021]

(4) Cfr. Shiva, Staying Alive, 1988.

(5) Cfr. Fortmann, Rocheleau, Women and Agroforestry, 1985, pp. 253-272.

(6) Cfr. Salleh, Ecofeminism as Politics, 1997, pp. 12-13.

(7) Cfr. Fortmann, Rocheleau, Women and Agroforestry, 1985, pp. 253-272.

(8) Cfr. Gaard, Gruen, Ecofeminism, 1993, pp. 1-35; Cfr. Warren, Ecofeminist Philosophy, 2000.

(9) Cfr. Ruether, New Woman, New Earth, 1975, pp. 204.

Trad. mia. “Women must see that there can be no liberation for them and no solution to the ecological crisis within a society whose fundamental model of relationships continues to be one of domination. They must unite the demands of the women’s movement with those of the ecological movement to envision a radical reshaping of the basic socioeconomic relations and the underlying values of this society.”

Bibliografia

  • F. d’Eaubonne, Le Feminisme ou La Mort, Paris, Pierre Horay, 1974.
  • L. Fortmann, D. Rocheleau, Women and Agroforestry: Four Myths and Three Case-Studies, in Agroforestry Systems, Vol.9, N.2, 1985, pp. 253–272. 
  • G. Gaard, L. Gruen, Ecofeminism: Toward Global Justice and Planetary Health, in Society and Nature, Vol.2, N.1, 1993, pp. 1-35.
  • R. R. Ruether, New Woman, New Earth: Sexist Ideologies and Human Liberation, University of Michigan, Seabury Press, 1975.
  • Salleh, Ecofeminism as Politics: Nature, Marx and the Postmodern, New York, Zed Books, 1997.
  • V. Shiva, Staying Alive: Women, Ecology and Development, London, Zed Books, 1988.
  • K.J. Warren, Ecofeminist Philosophy: A Western Perspective on What It Is and Why It Matters, Lanham, MD, Rowman & Littlefield, 2000.

Sitografia