Cybersessismo: il prezzo da pagare per essere visibili online?

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Cybersessismo
[online] You can be treated just like a regular normal person and not like a woman at all, as long as we don’t know you’re a woman. / [Online] Puoi essere trattatə come una persona normale e non come una donna, a patto che non scopriamo che sei una donna.

Clay Shirky

In principio Internet sarebbe dovuto essere socialmente, economicamente e politicamente libero. Chiunque, ovunque si trovasse, avrebbe potuto accedervi per costruire nuove piattaforme interattive, espandere le frontiere della conoscenza umana oppure navigare in forum di incontri online alla ricerca del match perfetto (1).

Internet avrebbe potuto essere anarchicamente accessibile a chiunque e c’è stato un tempo in cui i primi esploratori del cyberspazio credevano che ci avrebbe liberato dal genere e dal sesso. E perché mai, in questo nuovo mondo sconfinato, il tuo corpo o il tuo genere avrebbero dovuto avere una qualche rilevanza? Fatto sta che è innegabile che, con il passare del tempo e con una sempre maggiore migrazione online delle nostre vite quotidiane, il fatto che tu fossi un uomo, una donna, non-binary o altro su Internet importava e non poco (2).

«Gli spazi online pullulano di abusi nei confronti delle donne. Gli anni passati si sono registrate un alto numero di violenze che, una dopo l’altra, hanno inondato i titoli dei notiziari. Con i raccapriccianti [e privati] dettagli delle donne forzate ad andare via di casa sbattuti in prima pagina, le loro vite, online e offline, sono state violate e travolte da una marea di abusi sessisti, razzisti e transfobici.» (3) [Trad. mia] 


Se riuscissimo ad accantonare una visione dualistica del mondo, potremmo accorgerci che non v’è separazione schietta tra “reale” e “virtuale”.


Online possiamo pagare le bollette, fare sesso, chattare con gli amici su Facebook o leggere un libro e lo stesso vale se ci rechiamo fisicamente alle Poste, ci infiliamo in camera da letto con uno o più partner, incontriamo le amiche al bar oppure se andiamo in biblioteca. Non c’è una divisione netta tra ciò che è “reale” e ciò che è “virtuale” (possiamo pensare allo smartphone o al PC come un prolungamento del nostro corpo ad esempio) e questo vale anche per tutti quei dualismi problematici imposti e tramandati dal Canone Occidentale:

«[…] sé/altro, mente/corpo, cultura/natura, maschio/femmina, civilizzato/primitivo, realtà/apparenza, intero/parte, agente/espediente, artefice/prodotto, attivo/passivo, giusto/sbagliato, verità/illusione, totale/parziale, Dio/uomo.» (4)


Donna Haraway (1991), filosofa statunitense e punto di riferimento della teoria cyberfemminista, spiega in modo molto chiaro come, oggigiorno, questi dualismi vengono messi in discussione:

«La cultura alto-tecnologica sfida questi dualismi in modo intrigante. Nella relazione tra macchina e umano, non è ben chiaro chi sia l’artefice e chi il prodotto. Non è chiaro che cosa sia mente e che cosa corpo in macchine che si risolvono in protocolli di codifica. […] non c’è nessuna separazione fondamentale, antologica, nella nostra conoscenza formale di macchina e organismo, tecnico e organico. […] Di conseguenza si intensifica il legame che sentiamo con i nostri strumenti.» (5)

A causa di questa intrinseca connessione tra esseri umani e strumenti, tra artefici e prodotto, risulta abbastanza chiaro come il sociale (inteso come quotidiana esperienza) viene riprodotto all’interno del cyberspazio (e viceversa) e di come non ci sia una netta separazione tra questi. Quello che accade nella Rete influenza il mondo e ciò che accade nel mondo influenza la Rete (anche perché questa è costruita e plagiata da persone che vivono concretamente in una realtà spazialmente e temporalmente situata). Questa mutua interdipendenza potrebbe essere la ragione per la quale vediamo ripresentarsi online determinati script o comportamenti tipici dell’ambiente che abitiamo “fisicamente”.

Se accettiamo l’idea proposta da Penny (2013) per la quale «Internet è un posto reale» (6) non dovremmo stupirci di incontrare anche qui quei comportamenti discriminatori e quelle narrazioni stereotipate tipiche del mondo “fatto di carne” (7).


Se prendiamo in esame i social network, ma in generale tutte quelle piattaforme online che prevedono l’interazione tra utenti, è facile riscontrare come queste siano uno specchio della realtà.


Come afferma Bailey Poland, a causa del rapido e continuo dissolvimento della linea di demarcazione tra ciò che è online e ciò che è offline, risulta difficilissimo separare completamente le molestie virtuali da quelle ancorate alla carne. Questa difficoltà è strettamente correlata al fatto che la molestia online è legata alle credenze offline e, viceversa, queste credenze sono supportate e rinforzate dalla preponderanza di comportamenti sessisti online (un po’ come un gatto che si morde la coda). Per questo motivo, per comprendere come il cybersessimo opera è necessario comprendere come il sessismo stesso agisce nella società offline (8).

Internet non è un posto per ragazze (data la mole massiccia di utenti sessisti), ma è indubbio che la violenza accresce attorno a tutti quegli assi di identità individuale che sono percepiti come devianti dalla norma socialmente imposta. Di conseguenza, maggiori saranno le intersezioni di determinati fattori, maggiori saranno le violenze nei confronti di quelle identità che ne sono portatrici (ad esempio una donna nera e trans, per il calcolo delle probabilità, sarà più facilmente target di discriminazioni legate alla razza, al genere e al sesso) (9).


Se è vero che Internet può tramandare stereotipi, pregiudizi e agevolare le discriminazioni di genere, è altresì vero che può aiutarci a combatterle, ad esempio con una maggiore possibilità di accesso all’attivismo femminista in Rete. 

«Grazie alla proliferazione di dispositivi mobili [come gli smartphone] piuttosto che di computer statici, Internet è diventato drasticamente accessibile su scala globale. Questo evento ha permesso alle donne in aree altrimenti marginalizzate, di rivendicare le loro richieste al’interno del dibattito femminista.» (10)

Benchè sia innegabile un rapporto tra tecnologia e oppressione, Internet è stato creato ed è usato da individui situati in un contesto socioculturale capitalista, che plasma modelli mentali, interazioni e accesso alla tecnologia in un modo preciso, tralasciando al di fuori della conversazione determinate voci. Ma se accettiamo l’argomento per il quale è carnalmente e visceralmente impossibile esistere come soggettività esterne al sistema, allora una complicità tra questo stesso sistema e i soggetti che lo vogliono criticare è indispensabile (11).


Riprendendo l’introduzione di Rosi Braidotti in Manifesto cyborg (1991), nonostante non si possa rimanere insensibili ai rischi dell’universo tecnologico, è necessario «pensare a forme di resistenza interne al sistema tecnologico, in modo da aprire spazi creativi e forme di intervento specificatamente femministe» (12).






(1) Cfr. L. Penny, Cybersexism, p. 5.

(2) Ivi. pp. 6-7.

(3) «Online spaces are fraught with the abuse of women. The past few years have produced one high-profile case of harassment after another, suffusing news headlines with the lurid details of women forced from their homes, their online and offline lives shattered by a torrent of sexist, racist, and transphobic abuse.»

B. Poland, Haters, pp. 8-9.

(4) D. Haraway, Manifesto cyborg, p. 150.

(5) Ivi. pp. 151-152.

(6) Cfr. L. Penny, Cybersexism, p. 67.

(7) Penny parla di “meatspace” in contrapposizione a “cyberspace”.

Ivi. pp. 66.

(8) Cfr. B. Poland, Haters, p. 16.

(9) Ivi. pp. 25-28.

(10) «As the Internet has become increasingly accessible and available on a global scale due to the proliferation of mobile, rather than desktop, device, it is possible for women in otherwise marginalized areas to stake a claim in the feminist conversation.»
Ivi. p. 366.

(11) Cfr. D. Haraway, Manifesto cyborg, p. 29.

(12) Ivi. p. 32.


Immagine di copertina: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Cyberfeminism.jpg