Antispecismo e liberazione animale secondo Peter Singer

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Sempre più sentita e viva, negli ultimi anni, è la battaglia antispecista.

Con antispecismo, più precisamente, si intende il movimento che si oppone allo specismo, ovvero all’attribuzione di un valore diverso e superiore sia agli esseri umani rispetto alle altre specie animali che ad alcune specie animali non umane rispetto ad altre. Si tratta, dunque, di un pregiudizio favorevole alla propria specie e contro le altre specie.

Questa definizione è quella presente in Animal Liberation (1975), opera di Peter Singer, filosofo e saggista australiano nato a Melbourne nel 1946.

Il suo testo più famoso è proprio quello citato, di cui esistono in realtà due edizioni, in cui l’autore espone le proprie tesi contro la violenza che viene perpetrata dalla specie umana sugli animali.

L’intenzione di Singer è, infatti, come sostiene il sottotitolo dell’opera, quella di porre fine alla «disumanità dell’uomo nei confronti degli animali».

Singer espone nel suo testo una filosofia morale di stampo consequenzialista e utilitarista. Le radici delle sue tesi affondano, infatti, nella tradizione utilitaristica di Bentham, il quale afferma che bisogna evitare di causare sofferenza a tutti gli esseri senzienti.

Così anche Peter Singer, secondo cui l’azione è moralmente giusta se massimizza la soddisfazione delle preferenze del numero maggiore possibile di esseri senzienti, tra cui sono compresi gli animali dotati di capacità di soffrire.

La differenza tra le specie, dunque, non è moralmente rilevante, esattamente come lo sono l’etnia e il genere sessuale quando si parla di contrastare razzismo e sessismo (1).

Quattro sono le premesse che portano alla tesi dell’antispecismo:
  • il dolore è negativo indipendentemente da chi lo prova;
  • tutti gli animali di specie non umana provano dolore e sofferenza e diversi animali sono capaci di provare anche forme di dolore non fisico, bensì psicologico;
  • bisogna prescindere da specie, nazionalità e sesso nel considerare la gravità dell’atto di uccidere e considerare anche fattori come il desiderio di vivere e la qualità della vita;
  • siamo tutt3 responsabili sia di ciò che facciamo che di quello che avremmo potuto impedire.

Per la maggior parte di noi esser3 uman3, soprattutto quelli che vivono nelle moderne comunità urbane e suburbane, la più diretta forma di contatto con gli animali non umani si verifica all’ora dei pasti: li mangiamo.

Questo semplice fatto costituisce la chiave del nostro atteggiamento verso gli altri animali, e anche la chiave di ciò che ciascunə di noi può fare per cambiare tale atteggiamento. L’uso e l’abuso degli animali allevati a scopo alimentare supera di gran lunga, per il numero totale di animali interessati, ogni altro tipo di maltrattamento (2). 

Alla luce di quanto è stato detto fino ad ora, Peter Singer sottolinea che l’unico modo per comportarsi in maniera eticamente corretta è diventare vegetarianə (secondo lui, meglio ancora scegliere il veganismo). Alcuni cercano di trovare un compromesso diventando pescetariani, scelta che, però, secondo Singer è al pari di essere onnivori se non peggio. 

«Diventare vegetariano non è meramente un gesto simbolico. Non è neanche il tentativo di isolarsi dalle sgradevoli realtà del mondo, di mantenersi puro e senza responsabilità per la crudeltà e per la carneficina che ci circondano. Diventare vegetariano è il passo più concreto ed efficace che si può compiere per porre fine tanto all’inflizione di sofferenze agli animali non umani, quanto alla loro uccisione» (3). 

L’intento di questo articolo non è convincere tutt3 a diventare veganə, visto che anche la sottoscritta non sta adottando il veganismo come scelta di vita, nonostante quella sia la scelta di vita più eticamente giusta e sostenibile, anche dal punto di vista dell’impatto ambientale che oggi è più importante che mai, ma fornire uno spunto di riflessione per valutare questa scelta, da parte mia come di chi ci legge.

L’intento è, dunque, comprendere e fare chiarezza sul perché smettere di mangiare animali sia, nella nostra società, importante.

La disinformazione su questo tema è, infatti, molta e soprattutto tra l3 adult3 che sono maggiormente legat3, rispetto ai giovan3, a un’alimentazione che fa grande uso della carne.

Come, invece, Peter Singer spiega e io, in breve, ho spiegato, «la liberazione animale è anche liberazione umana» (4).

  1. P. Singer, Liberazione animale (1975), trad. it., Il saggiatore, Milano 2010, p. 24.
  2. Ivi, p. 108.
  3. Ibidem.
  4. Ivi, p. 15.