Freaks out: la rivincita dei mostri

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Freaks Out

Il profilo del supereroe è definito ormai da una serie di caratteristiche che soliamo attribuirgli: fuori dall’ordinario, distinto dalla maggioranza e capace di imprese straordinarie per cui ammirarlo. Captain America è il soldato integerrimo bio potenziato che sacrifica se stesso per la patria, Peter Parker è il ragazzino schivo che con il costume si trasforma nell’ “amichevole Spiderman di quartiere”.

Ma l’identikit dell’eroe non è così monolitico e standardizzato come si pensa, se si scandagliano i vari personaggi della cultura fumettistica e cinematografica. Ad esempio, il Batman di Nolan diverge da questo paradigma presentandosi come un individuo umano, troppo umano, vinto da rabbia, paura e desiderio di vendetta. Sale sull’Olimpo della DC, paradossalmente, fingendo di essere il cattivo e addossandosi la responsabilità degli omicidi di Harvey Dent:

Batman:  «O muori da eroe o vivi tanto a lungo da diventare il cattivo. Io posso fare queste cose perché non sono un eroe, non come Dent.. […] Io sono quello di cui Gotham ha bisogno» (1)

L’oscurità di Batman rappresenta un mezzo per tenere Gotham al sicuro e restituirle un barlume di speranza nel baratro della corruzione. Per farlo, l’eroe deve diventare il villain


Non sempre, insomma, ciò che si manifesta apertamente corrisponde alla verità.


Questo vale anche nei casi contrari: The Patriot o Stormfront di The Boys sono paladini della giustizia solo sotto i riflettori, perché in realtà usano i loro poteri per guadagnare soldi e consenso su Instagram, compiendo di nascosto le peggiori atrocità. Il bello è brutto, il buono è cattivo e quelli che sembrano cattivi, in realtà, sono i veri eroi

Gabriele Mainetti rende l’Italia partecipe di questo progressivo ampliamento dell’immaginario collettivo attraverso i suoi due lungometraggi. In Lo chiamavano Jeeg Robot (2015) il protagonista è Enzo Ceccotti, ladruncolo romano che, pur avendo acquisito una forza incredibile, inizialmente non ha intenzione di mettere il suo dono a servizio degli altri. Freaks out, presentato all’ultima Mostra del Cinema di Venezia (8 settembre 2021), riprende questo topic inserendolo in una cornice assolutamente originale, nata dalla mescolanza di generi diversi: quattro circensi con poteri straordinari sono in fuga da una Roma distrutta dai bombardamenti della guerra. E c’è pure un assalto al treno stile western. Questa eterogeneità di elementi cinematografici non stona, anzi è l’elaborato presupposto di una storia che si prefigge di dare positivamente rilievo a una precisa categoria umana: i mostri, i devianti, emblematicamente identificati con i circensi.


Al di fuori di un contesto illusorio come quello dello spettacolo queste persone non potrebbero sopravvivere (Fulvio: «Per te è facile, eh?! Perché sei normale! Noi senza circo semo solo ‘na banda de mostri» (2).


Infatti, non appena lo show termina non sono più applauditi per le loro doti, ma derisi e ridicolizzati per il loro aspetto stravagante. Di conseguenza, la Seconda Guerra Mondiale diventa una cornice non casuale per affrontare questo tema, in quanto gli antagonisti di Freaks out sono i nazisti, la cui propaganda si basa sulla superiorità di un’unica razza e la conseguente condanna di coloro che non sono conformi a certi criteri: gli omosessuali e i malati mentali vengono eliminati nei campi e i deformi fisicamente vanno bene al massimo per vendere biglietti di uno spettacolo. Il circo diventa allora uno spazio sicuro in cui la stranezza non solo viene accettata, ma addirittura celebrata.

All’interno e al di fuori del variopinto tendone i mostri sono sempre elementi atipici, ma se durante l’esibizione la loro alterità è fonte di divertimento, quando si ripiomba nella realtà ordinaria il loro aspetto incute timore o morbosa curiosità, con conseguente attribuzione di uno status di subumanità. Si pensi ad uno dei primi lungometraggi di Lynch in cui è narrata la tragica vita di Joseph Merrick che, a causa di una rara malattia, diventa la succulenta attrazione di uno spettacolo di strada. La rivendicazione di Merrick alla fine del film, «No! Non sono un elefante! Non sono un animale! Sono un essere umano» (3), rappresenta la situazione di un individuo che è sempre stato trattato come un oggetto: prima un fenomeno da baraccone e poi un elemento di intrattenimento per le classi altolocate, alla ricerca di un antidoto alla noia. 


Ma quella di Mainetti è una storia di eroi.


In Freaks out i mostri si ribellano al trattamento disumano a cui sono sottoposti e diventano protagonisti di un violento atto di resistenza. La loro forza non deriva solo dal possedere un dono speciale, ma dall’essere circondati da persone che possono capire quale condanna rappresenti qualcosa che non si ha cercato, non si ha voluto, ma con cui ci si ritrova a convivere.

Non a caso le scene in cui i protagonisti corrono maggior pericolo sono quelle in cui sono da soli; lo stesso Franz, il loro folle antagonista nazista con dodici dita, è sconfitto perché abbandonato a se stesso, relegato nel circo per un’anomalia fisica che lo rende un ottimo pianista, benché inutile allo sforzo bellico del suo Paese. Vittima di un sistema che non tutela la diversità, ma la condanna, Franz illustra perfettamente la propria condizione suonando Creep dei Radiohead, la perfetta colonna sonora per chi si è sempre sentito un reietto: 

I wish I was special
But I’m a creep
I’m a weirdo
What the hell am I doing here?
I don’t belong here (4)  

Oggi questo tipo di disagio non è scomparso: il body shaming, il cyberbullismo e i vari meccanismi di normalizzazione che, nell’ottica foucaultiana, sono più pervasivi dell’imposizione della legge (5), impediscono di accettarsi per quello che si è realmente.


In quest’ottica, Freaks Out insegna l’importanza delle relazioni affettive, in grado non solo di risollevare dall’abisso della solitudine e del malessere, ma capaci di infondere il coraggio necessario per diventare dei veri eroi, anche senza il mantello.





(1) «You either die a hero, or you live long enough to see yourself become the villain. I can do those things because I’m not a hero, not like Dent. […] I’m whatever Gotham needs me to be» tr. it. Il cavaliere oscuro (2008), regia di Christopher Nolan.

(2) Freaks out (2021), regia di Gabriele Mainetti.

(3) «No! I am not an elephant! I am not an animal! I am a human being» tr. it. L’uomo elefante (1980), regia di David Lynch.

(4) Creep, brano dei Radiohead dall’album Pablo Honey (1993).

(5) Secondo Foucault, il potere ha assunto storicamente due forme differenti. La prima è la sovranità che si esercita pubblicamente, castigando il corpo dell’individuo con la legge (ad esempio, tramite i supplizi). La seconda è la moderna biopolitica in cui il controllo passa attraverso la sorveglianza e la norma. Questi due strumenti sono più pervasivi della legge in quanto non sono un’imposizione verticale discendente dall’autorità politica, ma meccanismi orizzontali che, tramite i dispositivi, plasmano gli individui sulla base delle esigenze della Volontà di Potere.

La foto di copertina è un’immagine ufficiale di Freaks Out. Il copyright della suddetta è pertanto di proprietà del distributore del film, il produttore o l’artista. L’immagine è stata utilizzata per identificare il contesto di commento del lavoro e non esula da tale scopo – nessun provento economico è stato realizzato dall’utilizzo di questa immagine. / This is an official image for Freaks Out. The image copyright is believed to belong to the distributor of the film, the publisher of the film or the graphic artist. The image is used for identification in the context of critical commentary of the work, product or service. It makes a significant contribution to the user’s understanding of the article, which could not practically be conveyed by words alone.