Strappare lungo i bordi

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Strappare lungo i bordi


⚠️⚠️⚠️ se non hai ancora visto la serie, fermati qui! ⚠️⚠️⚠️


L’ho vista e l’ho amata. Ora vi spiego il perché.

Attenzione, contiene spoiler.

La nuova serie tv di Zerocalcare, uscita su Netflix lo scorso 17 Novembre, ha conquistato subito un posto speciale nei cuori degli spettatori. Strappare lungo i bordi parla di noi, delle nostre ansie e delle nostre paure, delle angosce quotidiane, della vita, del dolore, e lo fa in una maniera semplice ma complessa, lasciandoci disarmati dinanzi a una costruzione così efficace, tanto da colpirci e allo stesso tempo sanare le nostre ferite.

Il linguaggio, la trama, la resa del racconto, i tempi, sono tutti perfetti e contribuiscono subito a farci rispecchiare in Zero, il narratore e forse protagonista della storia.

Le puntate hanno come sfondo un viaggio, sia fisico che spirituale, che ci permette di introdurre le vite degli attori attraverso una serie di digressioni che compongono la narrazione.

Zero, Secco e Sarah sono tre amici di lunga data che si incontrano per prendere insieme il treno e andare a Biella. Durante il tragitto in cui i tre si riuniscono per recarsi in stazione, diverse disavventure e flashback favoriscono squarci nella trama, permettendoci di conoscere i protagonisti e di comporre la vicenda.

A raccontare e a fornirci il punto di vista è Zero, uno dei tre amici. È proprio attraverso i suoi ricordi che i personaggi prendono consistenza. Le continue interruzioni che spezzettano la trama ci consentono, infatti, di affondare nei ricordi di Zero, presentandoci Sarah, Secco e Alice attraverso sprazzi di vita che ci proiettano nei momenti salienti della loro esistenza, dall’infanzia al presente.

I diversi personaggi sono presentati attraverso sogni e aspettative, desideri e angosce, che ci permettono di empatizzare con loro, sapendo riconoscere nelle loro vite dei tratti in comune con le nostre.

La voce narrante, che unisce le vicende e che ci rende la prospettiva della storia, è in realtà una doppia voce, quella di Zero e della sua coscienza Armadillo, i quali insieme sviluppano la trama fino al punto saliente della storia.

Sono proprio i ricordi e i dialoghi del narratore con se stesso che ci accompagnano fino all’ultimo episodio, quando i due piani, quello interiore e quello fisico-esterno, si mescolano e si stravolgono a vicenda.

È alla fine del viaggio, quando i tre amici arrivano a Biella e vengono accolti nella casa dei genitori di Alice, che la trama si chiarisce, fornendoci le diverse prospettive.

Al viaggio esterno, infatti, è affiancato un viaggio interno, che solo al culmine della storia svela la sua presenza, quando Zero proietta i pensieri nel reale e così facendo ricuce la storia. 

Alice è morta, ed è solo nel momento del suo funerale che i ricordi esposti negli episodi precedenti si compiono, portandoci dinanzi al dolore che per tutta la trama è nascosto, solo evocato. Alice è infatti presente sin dal primo episodio come figura evanescente: è l’unico personaggio che anche nei ricordi di Zero non ha una voce, i cui dialoghi sono trasmessi attraverso un suono metallico e artificiale. 


L’assenza di voce è anche assenza di prospettiva: è solo nel momento della commemorazione che si svelano i due piani, quello del ricordo, in cui Alice vive attraverso lo sguardo di Zero, e quello del reale, in cui Alice non c’è più e tocca allo spettatore dare “voce” ai ricordi, rianalizzando le vicende da una prospettiva diversa. 


Il piano interiore e il piano reale trovano come punto di appoggio il dolore, le paure e le angosce profonde di Zero, che ci forzano a riavvolgere il nastro e a mettere in ordine la vicenda.

Ed è proprio in questo momento di crisi, in cui Zero cerca di trovare una ragione per la morte di Alice nei suoi ricordi, sentendosi responsabile della sua scomparsa, che inizia il terzo viaggio, ancora più profondo: quello della ricucita e della riparazione.

Questa volta non è Zero a fornirci la prospettiva, ma è Sarah, che risolve la trama fornendoci un punto di vista esterno.

È lei, infatti, che accoglie le paure di Zero e le rende reali, spostandole dal piano del dialogo interiore a quello esterno, della vicenda. Il passaggio dal dentro, dal dolore, al fuori, al discorso, è anche il piano della relativizzazione del punto di vista e della sua risoluzione: la storia appare come una grande risposta alla domanda di Zero del perché della morte a cui solo Sarah permette di porre un punto, ribadendo la consistenza del piano esteriore.

Alice è morta, e il suo gesto è un gesto suo, che ci parla di lei attraverso la sua voce, mettendo in secondo piano quella Zero, che ci ha accompagnato fin ora. Ma è una voce assente, che manifesta la sua presenza attraverso la pausa, il silenzio. È Sarah a permettere di ascoltare Alice, creando una frattura tra i diversi piani e relativizzando la prospettiva: Alice non c’è più, e la sua assenza ha una consistenza fuori dal dolore di Zero, che è ancora aperto ma questa volta chiuso nell’interiorità e quindi pronto per la risoluzione. 


I diversi strati, dell’interiore e dell’esteriore, del dentro e del fuori, del ricordo e del presente, del dolore e della catarsi, vengono finalmente visti dall’alto e accolti nella loro imperfezione e parzialità.


Ma solo in questo punto finale, in questo movimento di camera verso l’alto, la storia riacquista i suoi contorni e assume significato, restituendoci le diverse sfumature che compongono la trama.

È la ricomposizione dello sguardo che ci restituisce la complessità della storia, ne accoglie gli intenti e gli imprevisti, che ricuce le ferite e ci consola, ricordandoci come le nostre voci, quelle delle nostre vite, sono solo una parte dell’intero.

«Sarà pure che me guardo intorno e adesso più che fili d’erba a me me pare che siamo proprio stracci, brandelli sottili e ciancicati uguali alle vite che se ritrovamo in mano. E siamo pure stupidi perché se impuntiamo a fa’ il confronto con le vite dell’altri, che a noi ci sembrano tutte perfettamente ritagliate e impilate e ordinate, e magari so’ così perfette solo perché noi le vediamo da lontano. E invece sotto l’occhi c’abbiamo solo ‘ste cartacce senza senso, che so’ proprio distanti da ‘a forma che avevamo pensato.[…] Io no ‘o so’ se questa è ancora una battaglia oppure se ormai è andata così, che avemo scoperto che se campa pure con ‘ste forme frastagliate […]. Però se potemo comunque stringne attorno ad un fuoco e ricordasse che tanto alla fine tutti i pezzi de carta so’ buoni per scaldarsi. E certe volte quel fuoco te basta. E altre volte no.» (1)




(1) Zero Calcare, Strappare lungo i bordi, episodio 6, stagione 1.

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