Eva e Pandora: alle origini di una narrazione misogina del femminile

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Eva e Pandora

Attraverso l’analisi di quelle che sono forse due delle figure femminili più note in tutta la cultura occidentale, possiamo osservare come spesso, nei più svariati contesti narrativi, ruoli particolarmente scomodi siano stati attribuiti proprio a delle donne.

Ci si trova con molta frequenza a confrontarsi con una narrazione che, oltre a essere senza ombra di dubbio specchio di una cultura maschilista, finisce inevitabilmente anche per convalidare una serie di stereotipi e per legittimare una visione in cui la subordinazione della donna all’uomo è non solo accettata ma anche considerata giusta, fondata e razionale.


Eva e Pandora costituiscono due figure esemplari attraverso le quali poter osservare lo svolgimento di tale dinamica.


La figura di Eva è tratta dalla tradizione biblica. Pandora è invece protagonista del mito raccontato dal poeta greco Esiodo ne Le opere e i giorni. I generi letterari che ospitano le vicende di queste due donne, oltre ad avere carattere prettamente espositivo, si prestano con grande efficacia a esprimere una morale, a fornire, sulla base del singolo aneddoto raccontato, un insegnamento. In questo senso, la storia di Eva e il mito di Pandora rivestono una doppia funzione, descrittiva e prescrittiva. Si tratta di personagge appartenenti ad ambiti diversi, tormentate però dai medesimi fantasmi e dal medesimo ingiusto destino di essere consegnate alla memoria come le artefici della presenza del male nel mondo.


Eva e Pandora rappresentano, l’una secondo la Bibbia e l’altra secondo la mitologia greca, la prima donna e questo dettaglio non è insignificante in quanto sembra suggerire l’idea piuttosto forte che i guai per l’umanità siano iniziati non appena la donna ha fatto la sua comparsa nel mondo.


Eva, sottraendosi al comando divino e mangiando il frutto proibito, colto dall’albero della conoscenza del bene e del male, imprime alle sue carni la macchia indelebile del peccato e, in questo vortice di stolta incoscienza e ingenua sprovvedutezza, trascina anche Adamo e tutta la sua progenie.

Da questo punto di vista, la risonanza della sua colpa si amplifica enormemente con un’eco che continuerà a propagarsi nell’eternità dei tempi. Eva ha condannato, con la propria tracotanza, l’umanità tutta alla cacciata dal paradisiaco giardino dell’ Eden e, se anche Adamo ha una colpa, essa consiste nell’avere ascoltato e imitato la compagna. Lo sguardo inquisitorio rimane quindi fermo su Eva perché intorno a lei resta un alone di pericolosità da cui bisogna avere la prudenza di guardarsi bene. Per il suo errore Adamo sarà condannato a guadagnarsi il pane con il sudore della fronte ma per Eva la punizione è di un altro calibro: Dio moltiplicherà le sue gravidanze, partorirà con dolore i figli e il marito la dominerà.


È evidente che la natura del castigo per lei deciso non è assolutamente neutra, ma è strettamente legata al suo sesso.


Tra le righe del libro della Genesi, in cui la storia di Eva viene raccontata, si trova quindi un’esplicita espressione di maschilismo che ha decisamente proliferato fino ad ammorbare un’intera cultura e ha certamente offerto un notevole contributo alla preparazione di una poltiglia letale di fallocentrismo e misoginia in cui, com’è noto, il mondo continua allegramente a sguazzare. 

Anche nel mito di Pandora l’arrivo della donna sconvolge inesorabilmente l’armonia preesistente dando inizio a una vita, per tutti gli uomini, segnata da sofferenza e disgrazie. In questo caso, anzi, Pandora viene appositamente creata da Zeus, con il contributo delle altre divinità, con lo scopo di punire gli uomini. È una donna dalle belle sembianze a cui Ermes «pose nel cuore menzogne, scaltre lusinghe e indole astuta» (1), è, insomma, una donna il cui unico valore consiste nella grazia del corpo e nel potere della seduzione ma che non ha altre qualità positive. Pandora è colei che, per un banale capriccio e per l’incapacità di contenere la sua curiosità, innesca una catena di sventure senza fine. Da questo punto di vista, in qualche modo ricalca lo stereotipo della donna pettegola, che non è in grado di porre alcun freno all’istinto.


La sua avventatezza rompe un equilibrio e apre una fase della storia dell’umanità in cui di quest’ultima emerge, ora, con chiarezza l’estrema fragilità.

«Prima infatti le stirpi degli uomini abitavano la terra del tutto al riparo dal dolore, lontano dalla dura fatica, lontano dalle crudeli malattie che recano all’uomo la morte; (rapidamente nel dolore gli uomini avvizziscono). Ma la donna di sua mano sollevò il grande coperchio dell’orcio e tutto disperse, procurando agli uomini sciagure luttuose.» (2)

In ultima analisi, un aspetto molto interessante da porre all’attenzione è sicuramente il modo in cui la relazione tra queste due donne e il male si manifesta: non sono banalmente esse stesse il male ma sono l’essere attraverso il quale il male si propaga tra gli uomini, l’anello debole, la via di fuga in cui esso trova lo spazio propizio attraverso il quale potersi intrufolare. È un particolare, questo, che sembra spingere nella direzione di una connotazione negativa dell’essere donna su un piano propriamente ontologico, come a indicare una manchevolezza costitutiva, intrinseca che renderebbe le donne prede facili dell’inganno oppure ottime esche attraverso cui perpetrare orrendi misfatti.


In ogni caso non si fa altro che ribadire una definizione nociva dell’universo femminile che tende a rafforzare quell’equivalenza, pregna di inconsistenti pregiudizi, secondo cui il concetto di donna e quello di danno sarebbero assimilabili.


Di questa retorica, la specifica modalità nella quale i profili di Eva e Pandora sono stati tracciati costituisce una sorta di rito battesimale dal momento che inaugura un approccio problematico al genere femminile in ogni forma di trattazione. Forse a partire da questa consapevolezza possiamo finalmente redimere Eva e Pandora e alleggerirle del carico di cui sono state sobbarcate, cercando di restituirle all’universo letterario non più nelle vesti di scellerate genitrici del male ma, più onestamente, per quello che realmente sono: vittime della violenza subdola che si annida dentro una narrazione tossica.  





(1) Esiodo, Le opere e i giorni, trad. di S. Romani, Mondadori, Milano, 1997.

(2) Ivi.

Bibliografia:

Esiodo, Le opere e i giorni, trad. di S. Romani, Mondadori, Milano, 1997.

La Sacra Bibbia, Cei-Uelci, 2008.