Gli spiriti dell’isola – fin dove arriva la cattiveria umana?

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Gli spiriti dell'isola

Gli spiriti dell’isola (The Banshees of Inisherin) è un film uscito a ottobre 2022, e ha ricevuto nove candidature agli Oscar e otto ai Golden Globe. 

Ha avuto un grande successo e un’ottima accoglienza sia da parte del pubblico che dalla parte della critica. Tutto meritatissimo, per una volta, perché è evidente l’alta qualità generale di questa pellicola: attori pazzeschi (non solo i più noti Colin Farrell e Brendan Gleeson), una sceneggiatura sublime e una regia eccellente. 

The Banshees of Inisherin è la storia della fine di un’amicizia, quella tra Pádraic e Colm. In un’isola irlandese, un giorno come un altro, casualmente il primo aprile, Pádraic va dall’amico per recarsi insieme al pub. Lui non gli apre e lo ignora. Tutti si chiedono il motivo di questo allontanamento tra due persone che sembravano “migliori amici”. Colm dice che semplicemente Pádraic non gli va più a genio. Non hanno litigato, non è successo nulla. L’amico non se ne fa una ragione e insiste con Colm fino ad arrivare alle minacce: quest’ultimo risponde che ogni volta che Pádraic continuerà a scocciarlo, si taglierà un dito. Da qui, nasce un escalation di pazzia e violenza.


Perché parlare de “Gli spiriti dell’isola” proprio qui, su Filosofemme?


È vero, chi scrive ha una passione profonda per la terra in cui è ambientato, l’Irlanda, e l’anima di questa nazione è ovunque nel film, anche nelle cose più banali: l’onnipresente pinta di Guinness, il pub visto come luogo d’incontro fondamentale per la comunità, così come la chiesa, la malinconicamente allegra musica irish, l’abbigliamento dei personaggi, lo spirito ribelle, nel film avvertito solo in lontananza come spari e rumori di bombe. Là, lontano, sulla terraferma, si sta combattendo la guerra civile tra il governo provvisorio d’Irlanda e l’IRA (Irish Republican Army). 


Il vero motivo per cui è opportuno parlare de Gli spiriti dell’isola in questa sede, però, non è l’Irlanda (a malincuore?), ma l’universalità e il simbolismo dello scontro tra Pádraic e Colm, che ci rimandano all’indagine filosofica sull’animo umano.


I due personaggi rappresentano due “filosofie” di vita opposte e apparentemente inconciliabili. Pádraic è un uomo semplice, descritto da tutti come gentile e buono, vive la sua vita alla giornata e senza grandi pretese. Si prende cura dei suoi animali e li ama, tanto che tratta la sua asina come un animale domestico. Colm, al contrario, è un uomo dalla personalità più complessa. Soffre di “disperazione”, non si accontenta di vivere e basta, ma vuole dare un senso alla sua vita, vuole essere ricordato per la composizione al violino a cui dedica tutto se stesso. In un dialogo tra un Pádraic ubriaco e Colm emerge tutta la problematicità di queste visioni contrapposte. Mentre il primo continua a sostenere l’importanza di essere buoni e gentili come lui, affermando l’insensatezza della nuova “missione” del secondo, quest’ultimo risponde:

«- Sai chi viene ricordato del XVII secolo per la sua gentilezza?
– Chi?
– Assolutamente nessuno. Eppure ricordiamo tutti la musica dell’epoca. Chiunque senza dubbio conosce Mozart».


È come se i due avessero diverse modalità esistenziali di kierkegaardiana memoria (1). Secondo il filosofo danese per conoscere davvero se stessi, infatti, dobbiamo scegliere chi essere e come.


In Aut-aut, Kierkegaard presenta due diverse modalità esistenziali: la vita estetica e la vita etica. L’esteta è dedito a una vita edonistica, si dedica all’arte e fugge tutti i legami con il passato. Vive nel qui ed ora. La vita etica, invece, è una vita caratterizzata da un forte senso della morale e della responsabilità (2). 

Se, effettivamente, all’inizio del film si poteva rivedere – semplificando e a grandissime linee – in Pádraic la personificazione della vita etica e in Colm quella della vita estetica (anche se, a differenza dell’esteta kierkegaardiano, tutto rivolto al presente, egli è proiettato e, anzi, ossessionato dal futuro), poi le cose cambiano radicalmente: rimangono solo il caos e la spietatezza

Le cose diventano sempre più grottesche, le linee di demarcazione sempre più sfumate e se, dapprima, la nostra “simpatia” potrebbe propendere più verso Pádraic – perché effettivamente suscita una certa tenerezza e compassione – poi si fa sempre più difficile distinguere il bene dal male. 

È proprio questo indagare sull’amorale moralità umana che rende il film filosofico. Nella lite dei protagonisti vediamo sin dove l’uomo può spingersi. La loro controversia – chiaramente portata agli estremi  – è un caso limite che ci mostra dove può giungere la cattiveria della nostra specie.


I filosofi da sempre indagano la malvagità, perché è una misteriosa caratteristica umana che non può essere ignorata.


Per Socrate, gli umani fanno del male per ignoranza, non perché sono per natura cattivi (3). Anche Epicuro disse la sua, sostenendo che la presenza del male è la prova del disinteresse di Dio verso l’essere umano (4); il suo pensiero fu ripreso e rielaborato da David Hume, filosofo empirista, che suggerisce che forse l’uomo è cattivo per natura: «È disposto a prevenire il male, ma non è in grado? Allora è impotente. È in grado, ma non vuole? Allora è malevolo. È in grado ed è disposto? Da dove viene allora il male?» (5). Ne parlò, in modo diverso ma con conclusioni simili anche Hobbes (6), mentre Rousseau sostenne l’esatto contrario, ossia che l’uomo nasce buono, o per meglio dire, non ancora malvagio, e lo diventa a causa della società (7). 


Kant fu il filosofo che più parlò di moralità e che maggiormente sviluppò un pensiero originale, profondo e sistematico, in grado di meglio rispecchiare proprio la complessità della condotta umana.


Lo studioso tedesco dedicò buona parte dei suoi scritti allo studio dell’etica, intesa in senso laico. In particolare, relativamente al male, Kant pronunciò parole che non è necessario parafrasare: «La frase “l’uomo è cattivo” non può, dopo ciò che precede, voler dire altra cosa che questo: l’uomo è consapevole della legge morale, ed ha tuttavia adottato per massima di allontanarsi (occasionalmente) da questa legge» (8). 

Certo, tutte queste riflessioni, forse, non sono volute da Gli spiriti dell’isola, ma è inevitabile sentirne gli echi. Perché anche nell’Isola più tranquilla, pacifica, dove nemmeno la guerra arriva, in mezzo a paesaggi meravigliosi e incontaminati a perdita d’occhio, arriva la malvagità. Forse, il regista è proprio dalla parte di Hobbes e Hume. Nasce tutto per una banalità, ma cresce, cresce fino a diventare fuori controllo. Laddove pare non succedere mai nulla e dove la noia è imperante, scoppia una guerra. 

In molti hanno visto un parallelo fra lo scontro tra i due amici e il conflitto civile dell’Irlanda di quel tempo, in cui ci si ammazzava letteralmente tra vicini.


Al di là dei significati politici, Gli spiriti dell’isola ci aiuta a riflettere su un qualcosa che spaventa l’essere umano sin dal principio: il nostro lato oscuro, la nostra anima nera.






(1) Per approfondire: S.Kierkegaard, Aut-aut, Mondadori, Milano, 2016.

(2) Cfr.: https://www.treccani.it/magazine/atlante/cultura/Trovare_proprio_posto_mondo.html 

(3) Per approfondire: Platone, Apologia di Socrate, Rizzoli, Milano, 1993.

(4) Per approfondire il cosiddetto Paradosso di Epicuro leggere Lattanzio, De Ira Dei, Bompiani, Milano, 2011.
(5) D.Hume, La religione naturale, PGRECO Edizioni, Milano, 2021, p.127.

(6) Per approfondire: T.Hobbes, Leviatano, Rizzoli, Milano, 2011.

(7) Per approfondire: J.J.Rousseau, Scritti politici. Opera completa 3 , Bari, Editori Laterza 1971.

(8) Per approfondire: I. Kant, La religione entro i limiti della sola ragione, Laterza, Bari, 1980, p. 32.

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