La morte si fa social

È difficile pensare alla morte se si è immersi completamente nella vita.
Lo è ancora di più se si è immersi nella cultura della rimozione.


Rimozione di ciò che è brutto, di ciò che è doloroso, di ciò che fa soffrire. 


I modelli di vite perfette in assenza di dolori e perdite si susseguono prepotenti e ci abituano illusoriamente all’idea che tutto è per sempre e che niente di brutto può accaderci fino a quando il dolore e la sofferenza non sfiorano le nostre vite precarie, modificandole, distruggendole. 

È a quel punto che occorre reagire e prima ancora affrontare e comprendere cosa ci sta attraversando. È un processo complesso, reso ancora più difficile dalla cultura occidentale che ci protegge dall’idea del dolore e della sofferenza e, ancora di più, dall’idea di morte.

È così che le malattie, quelle più brutte e devastanti, diventano innominabili così come lo sono i disturbi che ne conseguono e le trasformazioni dei corpi che da sani e integri diventano sofferti e sofferenti attraversando quel terribile processo di mutazione sociale che conduce la malattia all’identificazione stessa dell’individuo malato che soffre: è un problema aperto nella questione relativa all’individuo, fondamentale nella relazione medico-paziente. È un problema aperto, ed è un problema culturale


Ma si può dire morte perché si può dire vita, ed è nelle sfumature dell’esistenza che sono nascoste le principali chiavi di interpretazione e comprensione di ciò che siamo.


Grazie alle tecnologie virtuali, oggi, siamo costantemente impegnati nella rappresentazione e costruzione della nostra identità virtuale, una identità altra che assume caratteristiche proprie e proprie autonomie. Se la vita virtuale con le proprie dinamiche e identità sia un’altra realtà oppure, invece, si sovrapponga completamente a vite e identità reali è una questione aperta che vede schierati sostenitori opposti dall’una e dall’altra parte.

Ma a prescindere dalle personali posizioni, è innegabile che, oggi, l’uso costante della tecnologia digitale e la presenza prepotente in più social network ha modificato il nostro modo di vivere e organizzare i tempi del quotidiano, di vivere e sentire le relazioni interpersonali, di approcciarci al lavoro e persino al tempo libero ormai costantemente pieno e occupato. I social network hanno addirittura modificato la percezione degli spazi e del tempo, del passato e del futuro, tanto nella vita che nella morte.

Ed è proprio della morte, o del fine vita come si preferisce parlarne in letteratura, ai tempi dei social network e delle sue implicazioni sulla vita che scrive bene Davide Sisto, tanatologo e filosofo, nel suo libro La morte si fa Social edito da Bollati Boringhieri.

Sisto compie un’operazione necessaria che ben incarna l’idea di filosofia pratica di cui abbiamo scritto più volte in questo blog: scrive un testo filosofico non convenzionale ma rigoroso nella ricerca e nella esposizione di studi ed esempi aggiornati di tutto quello che riguarda la Digital Death, e lo fa partendo da una esperienza di vita vissuta e muovendosi pienamente tra la realtà in cui siamo immersi riflettendo sui nuovi riferimenti culturali e sulle nuove manifestazioni di pensiero.

Immortalità, memoria e lutto digitale non si presentano solo come temi centrali all’interno della riflessione sulla morte ai tempi dei social media, ma costituiscono campi di indagine aperti da ri-pensare, portatori di infinite implicazioni che stanno cominciando a emergere e altre che emergeranno in futuro.


La cultura digitale si basa sulla forza e sulla potenza dell’immagine, ma non solo: si basa sulla sua raccolta e catalogazione.


Il concetto stesso di memoria, oggi, è ripensato nella sua costituzione. La memoria virtuale non è arbitraria, né sensoriale o occasionale: pensate per esempio all’applicazione dei ricordi di FB che ogni giorno ci ripropongono persone, luoghi, cose vissute a distanza di un anno. Sono lì che giacciono nei magazzini virtuali fino a quando l’algoritmo decide di riproporceli, un’imposizione che può far sorridere o infastidire e che in caso di perdita delle persone care, può confortarci oppure reiterare il dolore.

Facebook, diario di pensieri e opinioni e carta d’identità virtuale colleziona, ormai, presenze infinite di assenze. Come riporta lo stesso Sisto, un utente medio di Fb condivide all’incirca 10.000/12.000 contenuti all’anno. Una quantità incredibile di materia e materiale virtuale la cui consegna più o meno autorizzata firma la presenza della nostra identità virtuale anche dopo la nostra scomparsa, una identità che, come mostra Sisto, può essere usata e abusata.

Da qui l’esigenza di ripensare alla morte nella sua possibilità e nella sua presenza virtuale si affianca all’esigenza di codificare un certo tipo di comportamento, legalizzarne le azioni, normalizzare l’educazione. Cambiano i concetti di tempo e spazio, di presenza e di assenza, di realtà e illusione ma non cambia la difficoltà umana di lasciare andare ciò che si è avuto, di non dimenticare chi ci è appartenuto, di fare i conti con il vuoto dell’assenza.

È del 2016 un film del grande Giuseppe Tornatore (La corrispondenza, non il più fortunato probabilmente) in cui un professore di astrofisica malato e prossimo alla morte lascia volontariamente una serie di tracce (si serve di Skype, e-mail programmate, ma richiede anche aiuto agli amici e conoscenti affinché si facciano portatori di regali e messaggi) per rimanere il più possibile insieme alla sua amata anche dopo la sua scomparsa. L’idea era rimanere con lei, nonostante tutto, nonostante la morte.

La stessa idea di fondo, ma a ruoli invertiti, è presente nell’ormai celebre episodio della serie televisiva britannica Black Mirror che si intitola Be right Back (Torna da me) narrato da Sisto: una giovane donna rimasta in vita dopo la perdita improvvisa del suo amato fa ricorso alla tecnologia immaginata di un prossimo futuro per continuare ad averlo sempre con sé. Ma le nuove tecnologie le offrono solo una copia del suo amato, un corpo perfetto e fedele all’originale, nell’aspetto, nella parola, nel carattere ma non nei sentimenti e nelle pulsioni. Nessuna costruzione, riproduzione, illusione può fermare la vita che scorre e continua, nessuna tecnologia può portare il passato nel presente. È per questo che è necessario capire il fenomeno che spesso sfugge alla nostra intenzione e comprendere la materia virtuale passando e recuperando la corporeità.


Ripensare alla materia nel mondo del virtuale è ripensare al tempo e allo spazio perennemente occupati e veloci. 


L’esigenza di “svuotamento”, di rimozione, di negazione dei ricordi come tentativo di riprendersi quel vuoto necessario di cui siamo stati lentamente privati può essere una soluzione, o forse no. Davide Sisto ci suggerisce una via alternativa di ripensare e affrontare la perdita, ma soprattutto di gestire e ripensare le vie del virtuale materialmente, costantemente presenti. Gli spunti di riflessione che ci offre, seppur molteplici, vanno tutti in un’unica direzione: prendere coscienza e individuare una via di educazione.

 
Educare alla vita significa anche educare alla morte.


Davide Sisto, La morte si fa social, immortalità, memoria e lutto nell’epoca della cultura digitale, Bollati Boringhieri, 2018

Per ulteriori approfondimenti sulla Digital Death segnaliamo il blog fondato da Marina Sozzi e Davide Sisto: http://www.sipuodiremorte.it/

Silvia Grasso

Author: Silvia Grasso

Laureata in Scienze Cognitive presso l’Università di Messina con una tesi sull’Esperienza incarnata tra fenomenologia e neuroscienze, è attualmente specializzanda in Filosofia a Pavia dove si occupa di fenomenologia ed estetica. Appassionata di cultural studies, indaga le nuove tendenze sociali della cultura digitale con particolare interesse per la comunicazione politica e dei media digitali.