La visione olistica di Ildegarda Di Bingen

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Filosofa, monaca, scrittrice, proto-erborista, drammaturga, visionaria, compositrice, poeta, consigliera politica: stiamo parlando di Ildegarda di Bingen, vissuta nel XII secolo, una delle figure più eclettiche non solo all’interno della Chiesa, ma anche della storia.

A lei sono attribuite «circa quattrocento lettere, una dozzina di libri, settanta poemi e più di settanta opere musicali» (1). Una donna colta, che fonda – da qui il suo nome – il monastero femminile di Bingen, che codifica un proprio alfabeto e vocabolario nella prima lingua pianificata conosciuta (la cosiddetta “Lingua ignota”) e che ha visioni per tutta la vita (tanto da essere chiamata la “Sibilla del Reno”).

Non da meno è la sua impavidità negli incontri con le autorità civili o ecclesiastiche, fino all’imperatore Federico Barbarossa (2), a cui non risparmia lettere piccate e ferventi quando non si trova d’accordo con alcune ingerenze nel mondo ecclesiastico. 

Tutto questo, ricordiamolo, nel Medioevo, non certo un periodo storico idilliaco per le donne, soggette a forti discriminazioni culturali e sessuali.

Tra esse il divieto alla predicazione, cui la futura badessa presta relativa attenzione, dando vita ad affollate riunioni in cui predica a clerici e laici. 

Ildegarda nasce nel 1098 a Bermersheim, nell’Alta Renania, in una famiglia appartenente alla piccola nobiltà che decide di donarla al monastero benedettino di Disibodenberg, dove viene affidata alla Contessa Jutta di Sponheim, che la educa allo studio dei testi sacri e della musica. Nel 1136, in seguito alla morte di Jutta, viene eletta magistra sponsarum Christi (3), badessa del convento.

Qualche anno dopo la “Luce vivente” (4) che le parlava nelle sue visioni le ordina di mettere per iscritto quanto le veniva trasmesso. Quindi nel 1141 inizia a scrivere il suo primo libro: Scivias, titolo derivante dall’espressione latina sci vias Domini, in italiano “conosci le vie del Signore”. 

Sarà il primo di una vastissima produzione letteraria che indagherà i più diversi ambiti dell’esistenza umana come la fisica, la medicina, la sessualità, la procreazione, l’alimentazione, il digiuno controllato, i ritmi circadiani, le piante, i cristalli, ma anche la meditazione, la musica e la preghiera. 

In particolar modo, dai suoi testi emerge chiaramente una visione spirituale e olistica in cui si fondono l’anima mistica e l’impronta scientifica, entrambe sfaccettature, per quanto apparentemente contrastanti, che convivono nel suo approccio alla vita.

Infatti, le sue opere riflettono la sua osservazione diretta della natura e la sua pratica nell’uso di erbe curative, contribuendo alla sua longevità in un’epoca dove la vita media era breve (a tal proposito, si ricordi che, mentre l’aspettativa di vita era circa 40 anni, lei visse 81 anni). 

Guarda alle problematiche che il corpo presenta da un punto di vista letteralmente globale, essendo persuasa da un profondo e reciproco vicolo tra il mondo e la dimensione umana:

Ildegarda attribuisce grande importanza alla connessione tra l’umanità e l’universo, che è frutto divino.

In tal modo, la malattia si configura come risultato di uno squilibrio tra essi e come allontanamento da Dio. Come fossero l’una lo specchio dell’altro, la sofferenza presente nell’ambiente può rivelare sintomi nel corpo umano, sintomi che trovano la loro causa, in un circolo, nella perdita del rapporto armonioso tra persone e natura, che sono un tutt’uno.

Ecco che si spiega come trovi proprio nei prodotti della natura (e in un’alimentazione sana) le fonti della guarigione (5).

Nel suo pensiero, la centralità dell’essere umano viene messa così in risalto come microcosmo che rispecchia il macrocosmo, «perché la badessa, riprendendo la visione tradizionale greca e latina, credeva che fosse, in scala, la rappresentazione stessa dell’universo […]» (6).

Ildegarda usa spesso nei suoi libri e nei suoi discorsi il termine viriditas che, se nel vocabolario latino lo troviamo come elemento cromatico (il colore verde) e, in senso ampio, come freschezza e floridità, nella sua “Lingua ignota” indica l’energia vitale delle creature viventi, ma anche la capacità della ragione, che permette al genere umano di differenziarsi dagli altri animali e di godere del privilegio dell’attenzione divina (7).

Ildegarda scrive anche di cristalloterapia, dedicando alle pietre l’opera De Lapidarum, convinta che pure in esse esistesse le viriditas e che in ognuna si manifestasse con un diverso potere curativo.

Con tale opera si proponeva quindi di dare dei suggerimenti pratici su come indossarle, usarle e beneficiare delle loro proprietà terapeutiche. 

Uno dei meriti di Ildegarda è anche quello di aver affrontato la figura della donna offrendo una descrizione di temi legati alla sfera intima della femminilità, come il ciclo mestruale e il piacere sessuale (nel liber causae et curae).

Pur considerando il corpo espressione del divino – come desumiamo dal legame con il mondo naturale, a sua volta espressione di Dio – si configura come pensatrice libera e, possiamo dire, anacronistica rispetto al contesto socioculturale: sicuramente tematiche davvero sorprendenti e coraggiose per una monaca medioevale.

Convergono aspetti spirituali e terreni tanto nelle sue opere quanto nella gestione pratica del suo monastero:

«suscitano sospetto e meraviglia presso i contemporanei di Ildegarda notizie che descrivono le sue monache abbigliate di bianco e di verde, di fiori e gioielli che decorano i capelli non recisi, che coltivano le arti e la danza parlando tra di loro una lingua segreta» (8).

Tutto questo perché per Ildegarda l’umanità portatrice di bellezza e di luce contiene in sé il mondo, e l’una e l’altro si animano della stessa forza vitale, la viriditas, il soffio che dà la vita.

Personalmente, penso che il più grande merito di Ildegarda sia stato quello di averci permesso di fare esperienza diretta di Dio tramite le sue più grandi creazioni: l’umanità e la natura. Avendo messo nel suo sistema filosofico di pensiero l’esistenza umana al centro dell’universo, ha intenzionalmente messo l’intero creato, l’intera emanazione divina di Dio e quindi tutta la sua potenza al suo servizio, ricordandoci così che anche in essa c’è la stessa scintilla divina che permea l’intero universo e la stessa forza creatrice che l’ha generata. Anche l’umanità può essere fautrice del proprio destino e creatrice consapevole della propria vita. E questa consapevolezza è il più bel dono che potesse farci.

BIBLIOGRAFIA

  1. P. Dumoulin, Ildegarda di Bingen: Profeta e dottore per il Terzo Millennio, San Paolo Edizioni, Cinisello Balsamo, 2013, pp. 35-36.
  2. Cfr. Treccani.it. Federico I (1122-1190), figlio di Federico II di Svevia e di Giuditta di Baviera. Alla morte di suo zio Corrado III, re di Germania, fu eletto suo successore a Francoforte (4 marzo 1152).
  3. L. Tancredi, Ildegarda, la potenza e la grazia, Città Nuova Editrice, Roma, 2009, p. 242.
  4. Fin dalla prima infanzia Ildegarda afferma di aver avuto una voce interiore che chiama «Luce vivente», che la invita a parlare e a scrivere sotto la sua ispirazione e che le dispensa consigli di vita pratica e spirituale.
  5. Cfr. F. Santucci, Virgo virago, Donne fra mito e storia, letteratura e arte, dell’antichità e Beatrice Cenci, Associazione Akkuaria, Catania, 2008.
  6. A. Santiglia, Cura dell’anima e del corpo attraverso la musica secondo Ildegarda di Bingen, tesi per il Corso di Laurea Triennale in Discipline delle arti, della musica e dello spettacolo dell’Università degli studi di Padova, a.a. 2021/2022, p. 31.
  7. Cfr. ivi, p. 32.
  8. L. Tancredi, Ildegarda, la potenza e la grazia, Città Nuova Editrice, Roma, 2009, p. 244.