Classismo digitale

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«La promessa dei social network è immensa: avere una pagina bianca per scrivere e riscrivere chi siamo. Una promessa disattesa ancora prima di essere formulata del tutto» (1)

Uguaglianza, opportunità, libertà e democraticità.

Queste sono alcune delle parole che ci sentiamo ripetere a proposito di cosa offrono i social network, ma è davvero così?

Può davvero darsi che piattaforme create con il fine di produrre profitto da e per uomini bianchi, occidentali, abili, neurotipici e benestanti, siano scevre da qualsivoglia pregiudizio? Che non abbiano preferenze? Che non agevolino una classe, un razza, un genere e, quindi, anche determinati comportamenti? Che siano completamente avulse dalla politica e da interessi ideologici e personali?

È di questo e molto altro che Martina Miccichè e Saverio Nichetti ci parlano in Classismo digitale.

«Classismo digitale ovvero quella tendenza individuale tanto quanto collettiva, informale e via via più istituzionalizzata, a costruire e favorire classi digitali dominanti, cioè quei gruppi che accumulano potere economico, sociale, politico e mediale per mezzo dei social, a spese delle altre classi digitali, e non, subordinate » (2)

Immaginiamo i social network come un insieme di corti reali nelle quali lə influencer sono sovranə che, forti dei loro followers – quindi, dellə loro sudditə prontə a tutto pur di avanzare nella gerarchia sociale – detengono un potere enorme: quello di aumentare o annientare il riconoscimento che lə altrə utenti ricevono, attraverso azioni mirate a far emergere solo chi può portar loro altra visibilità e profitto.

Ma queste corti digitali sono pur sempre regni creati entro un territorio che le precede e determina.

I veri architetti di questi spazi sono le divinità dell’Olimpo tecnologico: Mark Zuckerberg, Jeff Bezos, Sundar Pichai, Elon Musk, Tim Cook, Sergey Brin, Shou Zi Chew, Larry Page e Sergey Brin, per citarne alcuni.

Costoro posseggono letteralmente le piattaforme dove, ogni giorno, spendiamo ore:

«per essere vist*, per essere riconosciut* in qualche modo, e quindi essere cert*, oltre ogni ragionevole dubbio, che esistiamo. Il nostro animalissimo bisogno di interazioni, assorbito, messo a reddito e restituito con tanto di pagella» (3)

Un bisogno di socialità e riconoscimento che viene sfruttato per generare profitto tramite piattaforme dove l’accesso, l’utilizzo, i benefici o i danni che ne possono derivare non sono distribuiti equamente, in un contesto in cui ogni social network raccoglie dati per classificarci e determinarci sempre più facilmente.

«Il sistema ci cataloga, stigmatizzando e sovrascrivendo le nostre identità, per darci una funzione produttiva e con essa percorsi diversi. Accessibili, incentivati, possibili. Ridotti, recisi o cancellati. Nel mondo digitale l’illusione è che chiunque possa tutto. Bastano la giusta luce, i giusti hashtag, i giusti accorgimenti e un’idea vincente. Il mito della possibilità, il paese dei balocchi, la gloria a portata di schermo. I social hanno reiterato le diseguaglianze e le loro ideologie dentro e fuori dagli schermi e ne hanno persino creato una propria versione coerente con il contesto digitale» (5)

Tutto ciò che non è in linea con l’algoritmo, tutti coloro che non si adeguano, qualsiasi interazione non si pieghi all’imperativo capitalista del profitto e alle ideologie insite in questi sistemi viene silenziato: shitstorm (6), shadowban (7), fake news, sono solo alcuni dei mezzi attraverso le quali sovrani influencer e divinità tech manipolano i nostri comportamenti, le nostre emozioni e le nostre scelte politiche.

Ma Miccichè e Nichetti non ci lasciano senza anticorpi: le resistenze digitali e fisiche, gli hacker culturali e i modelli open source sono infatti l’antidoto allo strapotere tecnocratico, brecce nel sistema capitalista che mostrino alternative e che svincolano la vita – materiale e digitale – dalle dinamiche di mercato.

Combattere la polarizzazione e il conseguente isolamento con reti di supporto e sorellanza dentro e fuori la rete e, soprattutto, imparare ad usare i social come mezzo e non come fine.

Un mezzo per dare visibilità, per creare solidarietà e supporto, legami che spezzino la frammentazione.

«Per costruire una cultura orizzontale, open source e non più canonizzata dall’alto [e] restituita a chi viene usato come recipiente passivo» (8)

Classismo digitale è un libro immediato, di facile lettura, senza tecnicismi e breve, proprio per questo adatto a tuttə. Utile per capire come abitare lo spazio digitale e non.

Grazie Eris Edizioni!

Martina Miccichè, Saverio Nichetti, Classismo digitale. Nella società delle piattaforme, la merce, la fabbrica e il consumo siamo noi, Torino, Eris Edizioni, 2026.

(1) Martina Miccichè, Saverio Nichetti, Classismo digitale. Nella società delle piattaforme, la merce, la fabbrica e il consumo siamo noi, Torino, Eris Edizioni, 2026, p.14;

(2) Ivi, p.14;

(3) Ivi, p. 25;

(4) Ivi, p. 20;

(5) Ivi, p. 6;

(6) Shitstorm: massiccia ondata di rabbia e insulti perpetrata da un gruppo di utenti a danni di qualcun altro online;

(7) Shadowban: modalità di oscuramento del profilo o dei contenuti pubblicati da un utente ad opera della piattaforma sul quale opera al fine di ridurne la visibilità pubblica;

(8) Ivi, p. 72.