
In queste ultime settimane, è uscito un dato che ha attirato la mia attenzione: l’Italia sarebbe il Paese al mondo con più persone tatuate.
Circa il 48% delle persone italiane avrebbe almeno un tatuaggio. Questo dato è, in realtà, tutt’altro che nuovo, si basa su un sondaggio di Dalia Research del 2018, ripreso da molte testate: l’Italia sarebbe seguita dalla Svezia (47%) e dagli Stati Uniti (46%) (1).
Un ulteriore numero, sempre relativo alla diffusione dei tattoo, ci dovrebbe far riflettere occupandoci noi anche di corpi, donne e libertà: in Italia le donne risultano più tatuate degli uomini, in controtendenza rispetto a quanto accade in molti altri Paesi. È vero però che questi numeri vanno letti con prudenza in quanto si basano su un’indagine online e non sono frutto di un vero e proprio censimento. Una fonte più autorevole, l’Istituto Superiore di Sanità, ridimensiona i dati, ma conferma comunque una prevalenza femminile (2).
Pur mantenendo prudenza, possiamo dire che il tatuaggio è diventato oramai una pratica trasversale e le donne ne sono divenute protagoniste. Anzi, per meglio dire, sono ritornate a esserlo.
Per molto tempo, in Occidente, il corpo tatuato è stato letto con sospetto, essendo solitamente legato al mondo del carcere e della criminalità. Lo era ancora di più se presente in un corpo femminile: diventava una “stranezza”, simbolo di una probabile vita ai margini.
Eppure la storia ci dimostra che il legame tra donne e tatuaggio è molto antico.
Lo testimonia la mummia femminile tatuata ritrovata a Deir el-Medina appartenente all’Antico Egitto, ma circolavano disegni sulla pelle anche nel mondo greco e romano (3).
Rimanendo in Nord Africa non dimentichiamoci delle popolazioni amazigh (chiamate più comunemente berbere), di Marocco, Algeria, Tunisia e Libia. Per esse, il tatuaggio è una tradizione antichissima, che precede addirittura l’Islam, atto a comunicare con il mondo. Eseguiti da donne su donne, rappresentava un sapere tramandato tra generazioni, fino al giorno d’oggi (4).
Vedere la pelle delle donne berbere tatuate è un’esperienza estremamente affascinante.
Tra le loro mani, le braccia e i visi che portano i segni degli anni che passano, si intravedono linee, semplici disegni, che hanno, però, una potenza enorme. Mi è capitato proprio ultimamente di vedere sui social il video di un’anziana donna con il viso tatuato ammirare le braccia di una giovane piene di tatuaggi rappresentanti dei bellissimi fiori e accarezzarle con entusiasmo e sorellanza.
Il significato dei tatuaggi della giovane con le braccia piene di fiori è differente da quello che rappresentava per le donne berbere. Per loro determinati simboli accompagnavano le tappe della vita e cambiavano con lo status sociale di chi li indossava: una linea verticale sul mento poteva indicare il fidanzamento, un segno sul naso un matrimonio o un lutto. Linee, punti, losanghe, il sole, l’occhio di pernice, la palma: i disegni, di ispirazione spesso naturale, servivano a chiedere protezione, a invocare la fertilità, a tenere lontani eventuali spiriti maligni.
In alcune zone del Mediterraneo, il tatuaggio sul viso identificava la tribù e/o la famiglia di appartenenza. Il corpo, insomma, era una pagina di scrittura, e a scriverla erano, appunto, solitamente le donne (5).
Si racconta, inoltre, anche se non ci sono prove documentate, che durante la colonizzazione francese alcune donne nordafricane si sarebbero tatuate in maniera massiccia per scoraggiare le attenzioni dei soldati e le violenze sessuali.
Nonostante sia una storia da prendere con le pinze, è interessante il fatto stesso che si sia diffusa, poiché ci permette di comprendere come il tatuaggio fosse percepito, ossia anche come uno strumento utile per riprendere possesso del proprio corpo (6).
Che cosa lega una donna amazigh a una ragazza italiana che oggi si tatua una frase, una pianta, un quadro o una data?
Apparentemente poco, ma in realtà – secondo me – molto.
Prima di tutto perché spesso tendiamo a dimenticarci del nostro legame con il bacino del Mediterraneo. Io lo vedo tutti i giorni, allo specchio, vedendo i miei occhi onice e la mia carnagione olivastra. Anche chi non lo vede su di sé non può non sentirlo in alcune tradizioni, in alcuni piatti e nella nostra cultura. Tornando ai tatuaggi, è vero: le donne berbere utilizzavano il disegno sulla pelle come una specie di codice collettivo, mentre al giorno d’oggi è una scelta completamente personale ed estetica. In entrambi i casi, tuttavia, il tatuaggio è un modo di affermare l’appartenenza del proprio corpo solo a se stesse, di raccontare la propria storia con un linguaggio tutto individuale.
È una specie di “lingua nativa”, è un modo di esprimersi quando farlo non è sempre semplice.
Parlare di tatuaggi come scelta autonoma e libertà di espressione significa parlare, in fondo, di chi ha il diritto di decidere sul corpo delle donne.
Al giorno d’oggi vediamo una tendenza verso il controllo del corpo delle donne con strumenti politici e fortemente antidemocratici. Lo vediamo nei discorsi a tema “famiglia tradizionale”, sul ruolo della madre, persino rimettendo in discussione diritti acquisiti e combattuti tanti anni fa.
Insomma, la questione sulla libertà delle donne è tutt’altro che chiusa.
Tatuarsi, allora, può essere un modo – per noi donne – non solo per adornare la nostra pelle, ma anche per esprimerci, affermando la nostra autorità su un corpo di cui tutt* parlano, su cui tutt* si esprimono continuamente e che pare essere sempre al centro della vita altrui.
Ecco che quel corpo ritorna ad appartenerci, facendo – volontariamente – parlare di sé e parlando a sua volta.
FONTI:
(1) https://www.statista.com/statistics/941731/share-of-people-with-tattoos-in-selected-countries/?srsltid=AU7gw4VngSNioAaPCXkhz6jqabpNp1GKNQ-_pp8RbguefPWGwg3_lWR7 ripreso da https://www.geopop.it/davvero-in-italia-ci-sono-piu-persone-tatuate-rispetto-al-resto-del-mondo-sembra-di-si-il-48-ne-ha/
(2) https://www.epicentro.iss.it/tatuaggi/epidemiologia-italia
(3) A riguardo e alla storia del tatuaggio mediterraneo in generale, il Mudec di Milano ha dedicato la mostra Tatuaggio. Storie dal Mediterraneo, che ha ricordato quanto questa pratica abbia attraversato le civiltà.
(4) Anche se in minor misura tra le più giovani. Interessante l’articolo di Medio Oriente e dintornihttps://mediorientedintorni.com/index.php/2019/10/01/la-storia-dei-tatuaggi-amazigh/
(5) https://bedouinsilver.com/amazigh-tattoos/
(6) https://www.invictapalestina.org/archives/45291 e https://apifuribonde.com/il-tatuaggio-berbero-tradizione-arte-e-storia-sulla-pelle-delle-donne/
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