Germogli di bio…etica

Innanzitutto: che cos’è la bioetica?

Stando alla definizione della Treccani, la bioetica è la disciplina accademica e ambito di riflessione interdisciplinare che si occupa dell’analisi razionale dei problemi morali emergenti nell’ambito delle scienze biomediche, proponendosi di definire criteri e limiti di liceità alla pratica medica e alla ricerca scientifica, affinché il progresso avvenga nel rispetto di ogni persona umana e della sua dignità.

Quali possano essere questi problemi sarà il tema, step by step, degli articoli futuri.

Possiamo intuire che si tratterà di questioni controverse come l’aborto, la fecondazione assistita, l’eutanasia, le cellule staminali, il rapporto medico-paziente, ma anche altre di cui si sente parlare forse un poco meno: la liceità della diagnosi prenatale, il “danno da procreazione”, la clonazione. Insomma, tutto ciò che coinvolge la vita (bio) e la correla a una scelta morale da applicare sul piano pratico (etica); tutte quelle problematiche legate all’inizio della vita, al suo svolgersi e alla morte, le quali vengono spesso affrontate senza un adeguato background di conoscenze, con toni accusatori più o meno da bar.

Sorge però un problema: se già è difficile stabilire quale sia il confine tra ciò che è lecito e ciò che non lo è nei confronti dell’essere umano, che cosa succede se si contrappongono due insiemi di principi opposti? Fondamentalmente una guerra, le cui battaglie si combattono sul piano etico-morale.

Bioetica cattolica e bioetica laica

A scontrarsi sono la bioetica cattolica, inguaribilmente pro life, e la bioetica laica, fermamente pro choice. Scendono in campo armati fino ai denti i loro principi cardine: la sacralità della vita, in contrapposizione all’autodeterminazione individuale della qualità della vita.

Vediamo di capire meglio.

All’interno del mondo cattolico esistono proposte bioetiche di orientamento più o meno differente, ma la Chiesa di Roma tende a riconoscersi in quella della sacralità della vita, l’unica interamente sviluppata ed elaborata, nonché la più influente. Alcuni studiosi preferiscono chiamarla “bioetica personalista”, perché il termine “cattolica” sembrerebbe ghettizzarla all’interno della Chiesa e faciliterebbe la credenza che essa si fondi su principi indimostrabili, che proponga risoluzioni ai problemi morali con l’argomento dell’autorità divina. Questa obiezione terminologica nasconde, a conti fatti, un fondo di verità. Ad ogni modo, la teoria della sacralità della vita prevede che le questioni morali di cui sopra siano affrontate con lo scopo di garantire la vita a tutti i costi, in quanto si tratta di un bene inviolabile a prescindere da ciò che lo stesso individuo pensa della propria condizione di vita. Questo modello ideologico ha radice nella concezione della vita come dono e divino e proprietà del creatore: si tratta quindi di un modello esterno all’orizzonte dell’uomo, le cui norme non sembrano dipendere dalla sua volontà. Ne consegue che la vita sia sottratta per principio alle scelte individuali: essa è un “compito” e in quanto tale l’uomo è in dovere di accoglierla e salvaguardarla.

La prospettiva bioetica laica parte da presupposti incompatibili con quelli appena spiegati: rigetta l’idea di una fonte di valori esterna all’uomo e sottoscrive un’etica relativa e perfettibile, in cui la vita è un bene che può essere migliorato e non un dono intoccabile in quanto manifestazione della grazia divina. A possedere pregio non è la vita in sé, a prescindere dalle condizioni di salute in cui ci si trova a viverla, ma la qualità della vita: una vita degna di essere vissuta. Ovviamente, non esiste un criterio oggettivo che normatizzi quali siano le caratteristiche di una vita degna e una indegna di essere vissuta: la bioetica laica non si pone l’obiettivo di fissare un discrimine imposto dall’esterno, come a volte viene frainteso. È proprio l’opposto: a stabilire se la vita è una vita di qualità o meno è solo ed esclusivamente la percezione del singolo individuo relativamente a se stesso; è solo l’individuo che ha il diritto di compiere scelte per la propria vita e di autodeterminarsi. Nessuno può imporre a nessun altro di compiere una scelta e non un’altra circa la propria vita.

Come ci si deve comportare a livello normativo?

Porre in vigore leggi che si fondino su una delle due teorie sembrerebbe escludere automaticamente l’altra. In realtà, nei fatti, non sarebbe proprio così: la bioetica cattolica, dato il suo rigore, escluderebbe le scelte permesse da quella laica, ma non sarebbe vero il contrario. In parole molto povere, se la legge si basasse sulla bioetica cattolica, sarebbe il risultato di questo ragionamento: se io, in quanto aderente al principio della sacralità della vita, sono contrario ad aborto, eutanasia e quant’altro, impedisco a te, aderente al principio della qualità della vita, di compiere scelte diverse dalle mie (o quantomeno di compierle legalmente e in sicurezza).
Al contrario, un corpus normativo basato sulla bioetica laica deriva da questo ragionamento: se io sono aderente al principio della qualità della vita e quindi a quello dell’autodeterminazione, non impedisco a te che non lo sei di non compiere le mie stesse scelte. La tua libertà sarebbe garantita tanto quanto la mia, che non posso essere obbligato a concepire la vita nello stesso modo in cui la concepisci tu.
Il criterio normativo deve quindi essere quello che garantisca a tutti di vedere tutelate le proprie scelte: a rigor di logica, è la bioetica laica a non escludere l’applicazione di quella cattolica.
Il grosso limite della bioetica cattolica non sta tanto nel fatto di fondarsi su principi non condivisibili – niente può essere condiviso universalmente – quanto nel fatto che renderli normativi imporrebbe a tutti di condividerli. Ognuno di noi vorrebbe che anche gli altri percepissero allo stesso modo questioni che sentiamo come imprescindibili, viscerali, inopinabili, ma ciò non è possibile. In una società pluralistica in cui convivono individui di fede, individui laici, nonché religiosi promotori di un’idea laica non sarebbe umanamente accettabile imporre un paradigma che limita l’autonomia di coloro che non si riconoscono nei suoi principi, né possono essere costretti a farlo.
Comprenderete ancora meglio la pregnanza del dibattito bioetico man mano che leggerete i prossimi articoli sull’argomento, dove verranno esemplificati alcuni degli ambiti in cui tali teorie diventano pratica.

Martina Sargenti

Author: Martina Sargenti

Redattrice di Filosofemme. Laureata prima in Filosofia con una tesi in Bioetica all’Università di Bologna, si è poi specializzata in Editoria e Giornalismo presso l’Università di Verona.