Chi sono le “svergognate”?

Negli anni Sessanta la divisione tra Italia settentrionale e meridionale è profonda sia in ambito socio-economico, che per quanto riguarda la mentalità, le abitudini e la quotidianità familiare. L’opinione della collettività affonda le radici nella società patriarcale e nei tabù legati a una concezione sessuale tradizionale. Nonostante l’analogia dei pregiudizi che caratterizzano l’opinione popolare del nord e del sud-Italia, si riscontrano anche notevoli differenze: la più evidente è che mentre nel Mezzogiorno la mentalità patriarcale sembra essere molto più esplicita, nel nord i preconcetti riguardanti la sessualità sono mascherati, a volte anche inconsapevoli.

In questo scenario Lieta Harrison inizia, nel 1961, una ricerca sui pregiudizi che regolano e condizionano i rapporti intersessuali della popolazione siciliana. Dal materiale raccolto in due anni di indagine e dalle esperienze umane scaturite dai racconti delle persone intervistate, nasce il suo primo libro Le svergognate. Le protagoniste di questa inchiesta sono quelle ragazze che, per il loro comportamento, suscitano il giudizio negativo dell’opinione popolare. La società siciliana è caratterizzata in questo periodo da una visione tradizionale della sessualità, del contesto familiare e del comportamento individuale nel pubblico e nel privato.

La famiglia è considerata il mattone sociale fondamentale e al suo interno il fulcro è il pater familias: egli ha facoltà di realizzarsi in tutti i campi, su di lui cade la responsabilità di tutti i componenti e ha il diritto e il dovere di lavorare per mantenerli. La donna è in tutto dipendente dal capofamiglia, non le è permesso lavorare o avere un’occupazione sociale che non sia legata alla procreazione, alla crescita dei figli e alla cura della casa. L’unico modo in cui una donna si può realizzare è quello di sposarsi e dare origine ad un nuovo nucleo familiare.

La società siciliana considera come valore portante “l’onore femminile” inteso principalmente come l’essere vergini e per questo “pure”. Il concetto d’onore è come un codice morale ed è fortemente condizionato dal giudizio altrui. È una mentalità che si basa sul pregiudizio della naturale inferiorità della donna e della sua necessaria subordinazione. Lei è vittima in quanto subisce il sistema patriarcale, ma allo stesso tempo sostenitrice del valore in quanto lo accetta come se fosse un principio naturale. Vengono perciò condannate, e talvolta isolate, coloro che non rispettano questo principio cardine, anche nel caso in cui il rapporto sessuale sia frutto di una violenza o molestia. Una ragazza non vergine prima del matrimonio è una donna che ha perso il suo onore e per questo rappresenta un pericolo per l’intera struttura sociale e morale siciliana [1].

Lieta Harrison si pone come obiettivo quello di trovare quali siano le cause del disonore in cui una donna può incorrere e mostrare le reazioni dell’opinione popolare davanti alla violazione delle norme sessuali tradizionali. L’autrice analizza il fenomeno intervistando ragazze-madri, donne vittime di violenza sessuale e fautori del cosiddetto “delitto d’onore”. Conduce la sua inchiesta principalmente nella provincia di Palermo e intervista 646 persone: 169 uomini sposati, 131 donne sposate, 167 celibi, 179 ragazze. Si confronta inoltre con giudici e avvocati penalisti, con istituti di rieducazione, con membri di enti assistenziali e sacerdoti. Il materiale raccolto dimostra che l’opinione pubblica è fortemente ancorata a determinati pregiudizi, legata a un conformismo e ad una omologazione sociale e morale che non ammette possibilità di rivoluzioni e cambiamenti.

Ed ecco […] il giudizio di un noto professionista messinese: “[…] La donna in Sicilia ha minori libertà, ma viene rispettata di più. L’uomo siciliano considera, e di conseguenza tratta, la donna come una regina. D’altra parte la condizione migliore per una donna è l’harem. La vita dell’harem è una vita perfettamente felice. In Sicilia, l’uomo cerca di togliere ogni responsabilità alla donna chiedendole solo di essere donna [2].

Fin da quando è bambina la donna è educata ai valori del matrimonio e della famiglia. Essa è debole e irresponsabile e per questo deve essere mantenuta sotto il controllo e la protezione della figura maschile (del padre o del marito). Il suo onore è legato alla verginità, di cui si faceva garante tutta la famiglia. L’ethos del capofamiglia è infatti fondato su tre valori: il suo lavoro e il suo carisma; la fedeltà della moglie e la sua remissività; la verginità delle figlie femmine.

L’onorabilità stessa della donna viene decretata dall’opinione pubblica attraverso regole sociali. Il rapporto di parentela con una figlia disonorata, è considerato disonore: in questo caso, infatti, il capofamiglia è venuto meno a un suo dovere, ovvero di vigilare sulla figlia per garantirne la verginità. La disonorata viene bandita dalla società e perfino dal contesto familiare. Ha soltanto due modi per essere reinserita all’interno dell’ambito sociale: o sposa il suo seduttore o lo uccide in quanto colpevole di non aver mantenuto il suo impegno nel sposarla. Nel caso in cui una donna sia stata violentata, ingannata o abbandonata, l’unico modo che ha per dimostrare la proprio innocenza è compiere il cosiddetto “delitto d’onore”, spesso aiutata e appoggiata da genitori e parenti. Il delitto d’onore è commesso per soddisfare la comunità e quasi mai per vendetta; con questo gesto la donna riacquista la stima e il rispetto da parte dell’opinione popolare. Le protagoniste dei delitti d’onore sanno che la legge le punirebbe, ma moralmente si sentono giustificate.

Onorevole A. B. penalista agrigentino: “È un delitto dettato dal pregiudizio, e come tale un problema più sociologico che etico, quello che spinge la donna ad uccidere, credendo di riscattare, così, la sua colpa. La donna, in questi casi, non ripudia mai il suo gesto, e tende a creare la massima pubblicità” [3].

Nella società siciliana la donna deve ambire ad avere dignità e sentirsi realizzata come buona moglie e madre. Nel momento in cui viene a mancare una di queste due caratteristiche tende a perdere il rispetto da parte della comunità. La donna emancipata e indipendente, che ha un lavoro, una carriera o un’occupazione fuori dal contesto familiare rappresenta un pericolo in quanto sarebbe in costante contatto con l’altro sesso e quindi facile preda del disonore.

La ragazza siciliana vive spesso una situazione di conflittualità, a causa delle antinomie del sistema formativo: da una parte c’è la famiglia che le insegna a rispettare i tabù sessuali e i valori tradizionali, dall’altra la società contemporanea che con la globalizzazione le consente di venire a conoscenza di modelli educativi differenti. Un piccolo rinnovamento interiore parte proprio dalle ragazze intervistate in questa inchiesta. Le donne siciliane mantengono la tendenza ad impostare la propria vita in funzione della sudditanza all’uomo e della accettazione remissiva, ma talvolta dimostrano un desiderio di cambiamento. Questa è la conclusione che trae la stessa autrice, sicura del fatto che prima o poi la donna, anche in Sicilia, si affrancherà dalla sua condizione di vittima, scegliendo la lotta per la propria emancipazione. Si presenta la speranza e la consapevolezza che la società siciliana va evolvendosi verso nuovi valori e modelli di comportamento che possano garantire a qualunque individuo autonomia, libertà di scelta e rispetto per la persona.

NOTE

[1] Cfr. Harrison L., Le svergognate, p. 3.

[2] Harrison L., op. cit., p. 7.

[3] Harrison L., op. cit., p. 154.

Elena Magalotti

Author: Elena Magalotti

Si laurea in Filosofia presso l’Università di Bologna con una tesi in Storia della Psicologia, e poi alla magistrale di Scienze Filosofiche con una tesi in Storia delle Donne e dell’Identità di Genere: "La dignità della donna e la sua violazione. Una riflessione tra la filosofia di genere e il diritto". Scrive soprattutto di storia di genere e del femminismo, storia della sessualità e storia della scienza.