Così morivano le donne

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Pena di morte

La pena, nel diritto, è una sanzione giuridica prevista per chi commette un reato. Essa si caratterizza per la sua funzione afflittiva, che consiste nella privazione o diminuzione della libertà personale, della proprietà o addirittura della vita stessa di un individuo.

Costituisce uno strumento di controllo sociale, utile a garantire la convivenza civile e la vita dello stato.

La pena di morte, detta anche pena capitale, consiste nell’uccisione del condannato e rappresenta la sanzione più pesante che può essere applicata a un soggetto per il suo comportamento delinquenziale.

Questa era presente tanto nella società greca che in quella romana. 

Lo stesso Platone nel libro IX delle Leggi parla delle leggi penali, affermando che «I responsabili di omicidi volontari devono necessariamente pagare la pena naturale cioè patire ciò che hanno fatto. La pena deve avere lo scopo di rendere migliore». (1)


Per i Greci ma anche per i Romani, la pena di morte aveva tre funzioni che differivano tra loro sulla basa del tipo di reato e della modalità di esecuzione.


La prima funzione consisteva nell’affermare il ruolo centrale della città Stato. La seconda mirava a soddisfare il desiderio di vendetta delle vittime e delle loro famiglie. Infine, la terza funzione, la più terribile, sosteneva che togliere la vita a un individuo fosse necessario affinchè il suo comportamento deviato non contaminasse l’intera comunità.

La prima fonte dell’antichità, a cui attingere per avere notizie sulla pena di morte, sono i poemi omerici. Le informazioni sul sistema repressivo greco, considerato che la sfera privata e quella pubblica erano due realtà nettamente distinte, testimoniano come le punizioni avvenissero all’interno delle case anziché nelle piazze, e a opera del capofamiglia, titolare di una potestà assoluta. La società greca aveva sicuramente un’organizzazione fatta a misura d’uomo e avendo gli uomini come unico riferimento, ma nonostante ciò, c’erano delle pene precise previste per sole donne.

Una morte tipicamente femminile, in Grecia, era l’impiccagione, spesso scelta dalle donne stesse.

Ci sono parecchi esempi nell’Odissea di Omero: Odisseo che decise di uccidere le ancelle infedeli appendendole al laccio o ancora, fra le tante, Giocasta, la madre di Edipo, la quale distrutta dal dolore e dalla vergogna per la scoperta del suo rapporto incestuoso, volle impiccarsi.

«Ma lei scese nell’Ade gagliardo dalle porte ben chiuse, al letto alto un laccio di morte attaccando, vinta dal suo dolore.» (2)


Un altro genere di supplizio previsto per le donne consisteva nell’essere sepolte vive in luoghi tenebrosi e sotterranei, in completo abbandono.


Questo tipo di morte, tra le viscere della terra, la vivisepoltura, aveva un valore simbolico particolare, in quanto relegava la donna nel ruolo di mera «riproduttrice del corpo cittadino»(3). Ma soprattutto la loro esecuzione non doveva essere pubblica ma privata e tra le mura domestiche.

Dunque nella vita come nella morte la casa era il solo luogo possibile per le donne.

In genere le donne venivano messe a morte per volere dei familiari di sesso maschile. Ma le fonti parlano anche di veri e propri processi a cui facevano seguito provvedimenti pubblici che prevedevano la pena capitale.

Noto è il processo contro Aspasia di Mileto che era stata concubina del politico ateniese Pericle nel V secolo a.C. Viene descritta come una donna avvenente, colta e raffinata.

Nei suoi confronti, però, si levarono tante voci diffamatorie che l’accusarono di “empietà”, con il solo scopo di colpire l’uomo di stato Pericle, follemente innamorato di lei. 

L’amante dello stratega ateniese venne anche accusata di avere trasformato la sua residenza in un bordello all’interno del quale donne libere offrivano piaceri dei sensi e dei cui favori avrebbe approfittato lo stesso Pericle.

Plutarco, invece, nella Vita di Pericle, riferisce che nell’abitazione di Aspasia si riunivano i pensatori più eccelsi dell’epoca, solo per il desiderio di conversare con lei. Il processo pubblico della giovane donna si concluse con la sua assoluzione da parte dei giudici. Fu Pericle stesso a difendere la sua concubina e «perorò la causa con tale passione da giungere a versare in giudizio vere lacrime di dolore»(4).

Non tutte le donne potevano però contare su difensori alla stregua di Pericle e pertanto accadeva che venissero condannate a morte pubblicamente


Come nelle poleis greche, anche a Roma i comportamenti delle donne ritenuti illeciti, venivano puniti con un’esecuzione familiare.


Che l’adulterio femminile fosse condannato con la morte è un fatto noto ma un altro comportamento proibito per le donne e che le vedeva destinate alla pena capitale era quello di bere del vino.

Quale logica soggiace a una tale crudeltà?

Diverse sono le possibili spiegazioni. Il vino era per i Romani forza generatrice alla stregua del seme maschile, pertanto la donna bevendo del vino ingeriva un principio di vita estraneo che avrebbe, al pari di un atto di adulterio, contaminato la propria purezza (5). Inoltre c’era una credenza popolare che riteneva che il vino fosse una bevanda abortiva.

Qualsiasi spiegazione era però riconducibile a una concezione fondamentale per i Romani: «il vino era proibito perché facendo perdere il controllo, poteva indurre le donne a venir meno ai loro doveri» (6).

In altre parole il comportamento femminile andava rigorosamente controllato per monitorare la riproduzione dei cittadini.

Dunque la donna colpevole di adulterio o sorpresa a bere del vino veniva condannata, dalla famiglia, a morire per inedia, in quanto era considerata una morte per loro appropriata perché meno violenta rispetto ad altre modalità.

Così il castigo previsto per le donne era questo: «venivano fatte scendere in una camera sotterranea dove erano stati messi un letto, del pane, dell’acqua, del latte, dell’olio e una fiaccola. E quindi venivano murate vive» (7).


Appare evidente come nella società antica si facesse spesso ricorso alla pena capitale, sia per gli uomini e con modalità diverse anche per le donne. Vendetta, espiazione e purificazione erano gli elementi centrali che determinavano la condanna a morte.


Come sempre ripercorrere la storia serve a riflettere su un problema con il quale è doveroso confrontarsi anche per noi che viviamo in uno Stato dell’Europa occidentale.

In Europa, infatti, l’abolizione della pena di morte è scaturita da un percorso lungo e fortemente dibattuto e purtroppo non molto lontano nel tempo

Lo scontro sulla pena di morte è destinato a continuare ma una lezione certa possiamo apprenderla dal passato, ed è che la violenza genera violenza in una catena senza fine e con al seguito tutta una serie di giustificazioni giuridiche ed etiche.





(1) Platone, Le Leggi, trad. A. Cassarà , CEDAM, Padova, 1947, 854e.

(2) Omero, Odissea, Rusconi Libri, Santarcangelo di Romagna, 2005, XI, 271-280.

(3) E. Cantarella, I supplizi capitali. Origine e funzioni delle pene di morte in Grecia e a Roma, Feltrinelli, Milano, 2018, p.64.

(4) Ivi, p. 85.

(5) P. Noailles, Les Tabous du marriage dans le droit primitif des Romains, in Fas et Ius. Études de droit romain, Paris 1984, p.8.

(6) E. Cantarella, I supplizi capitali. Origine e funzioni delle pene di morte in Grecia e a Roma, Feltrinelli, Milano, 2018, p. 155.

(7) Ivi, p. 158.


BIBLIOGRAFIA


N. Bobbio, L’età dei diritti. Contro la pena di morte, Einaudi editore, Torino 2014,

E. Cantarella, I supplizi capitali. Origine e funzioni delle pene di morte in Grecia e a Roma, Feltrinelli, Milano, 2018

E. Cantarella, Itaca. Eroi, donne, potere tra vendetta e diritto, Feltrinelli, Milano, 2002 

P. Noailles, Les Tabous du marriage dans le droit primitif des Romains, in Fas et Ius. Études de droit romain, Paris 1984

Omero, Odissea, Rusconi Libri, Santarcangelo di Romagna, 2005.

Platone, Le Leggi, trad. A. Cassarà, CEDAM, Padova, 1947.

Immagine di copertina: La Vestale Velata di Raffaele Monti
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