La democrazia siamo noi

Nel 2007 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha istituito la Giornata internazionale della democrazia, che si celebra ogni anno il 15 di settembre. Scopo di questa ricorrenza è affermare l’importanza della democrazia e offrire un’opportunità per riflettere sulla salute di cui essa gode nel mondo. L’implicito, ma evidente, presupposto è che la democrazia sia di per sé qualcosa da proteggere e far crescere, da nutrire e diffondere ovunque sia possibile. In breve: più ce n’è, meglio è.


Ma è davvero così scontato che la democrazia sia ciò che di meglio si può chiedere nell’ambito dell’organizzazione della vita comune di una società?


Nella Repubblica, lo stato ideale delineato da Platone non è certo democratico: si tratta infatti di un’oligarchia dei sapienti/filosofi, quello che oggi potremmo forse chiamare un “governo dei tecnici”, caratterizzato innanzitutto dal fatto che le decisioni vengono prese da chi è sapiente, e perciò sa cosa è giusto per l’intero stato e tutti i suoi cittadini.

Nella Politica, Aristotele non è meno critico: la democrazia è una forma di governo degenerata, nella quale una maggioranza povera e ignorante prende decisioni in base al criterio dell’interesse personale o di categoria, non in vista del bene dello stato.

Anche senza scomodare i grandi filosofi del passato, che le decisioni prese a maggioranza possano essere insoddisfacenti è esperienza comune di chiunque viva in un regime democratico. La posta in gioco è molto alta, e il prezzo da pagare per essere parte di una minoranza può essere piuttosto caro.


Criticare la democrazia è piuttosto semplice, perché certamente non è un sistema perfetto.


Bisogna inoltre tenere a mente che un conto è la democrazia “ideale”, un altro sono le sue applicazioni storiche in stati particolari, dove i principi chiave della democrazia si mescolano con la prassi politica, le scelte dei cittadini e dei politici, la vita culturale e sociale in generale.

Come ricorda efficacemente Norberto Bobbio:

«Il primo equivoco da cui dobbiamo liberarci è che “democrazia rappresentativa” significhi la stessa cosa che “stato parlamentare”. […] L’espressione “democrazia rappresentativa” significa genericamente che le deliberazioni collettive, cioè le deliberazioni che riguardano l’intera collettività, vengono prese non direttamente da coloro che ne fanno parte ma da persone elette a questo scopo. Punto e basta. Lo stato parlamentare è un’applicazione particolare, anche se dal punto di vista storico rilevante, del principio della rappresentanza.» (1)

Tenere a mente questa differenza è fondamentale sia per comprendere cosa sia la democrazia, sia per muoverle critiche sensate. Spesso ci si lamenta del funzionamento del parlamento o di un certo organo politico, e si pensa così di criticare la democrazia in sé, o che l’inefficienza degli organi di governo di un certo stato sia l’inefficienza stessa della democrazia, ma così non è. 

Ciò detto, lo stesso Bobbio presenta una critica puntuale ed efficace della democrazia in sé, tenendo a mente che a noi interessa dopotutto il funzionamento della democrazia sostanziale, cioè di come essa si dispiega una volta calata nella realtà del nostro contesto storico e sociale.


Nel suo saggio Il futuro della democrazia, Bobbio individua infatti sei aspetti problematici, che egli chiama “promesse non mantenute”.


Queste sono:

  1. la nascita della società pluralistica;
  2. la rivincita degli interessi;
  3. la persistenza delle oligarchie;
  4. lo spazio limitato;
  5. il potere invisibile;
  6. il cittadino non educato.

Vorrei soffermarmi sull’ultimo. Uno degli aspetti centrali della democrazia è rappresentato dal cittadino. Se il cittadino non è interessato alla vita democratica, non è educato a prendervi parte e a farlo in modo consapevole, la democrazia non può funzionare correttamente

La democrazia ha bisogno di cittadini attivi, ed è evidente che uno dei momenti in cui la loro attività è richiesta in modo esplicito (e perciò è anche oggettivamente misurabile) è il momento della chiamata alle urne per il voto. I dati Istat relativi alle ultime elezioni politiche italiane (marzo 2018) sono chiari: solo il 72,9% degli aventi diritto ha votato per la Camera, e il 73% per il Senato. (2)

Quasi un terzo dei cittadini italiani ha disertato le urne, rinunciando alla possibilità di influenzare la vita politica, sociale ed economica della nostra repubblica per la successiva legislatura. La mia intenzione non è entrare nel merito delle ragioni specifiche che si trovano dietro questo dato, poiché sarebbe un discorso troppo complesso da affrontare in poche righe. Mi limito a proporre due riflessioni.

Da un lato, come sostiene Bobbio, se il cittadino non è educato alla vita democratica, ciò è da imputare al mancato mantenimento di una promessa della democrazia stessa. Per funzionare correttamente, una democrazia ha bisogno di suscitare l’interesse, la partecipazione e l’attività dei propri cittadini non solo, ma ovviamente anche in sede di voto.


D’altro canto, i cittadini siamo noi e almeno una porzione di responsabilità del nostro comportamento deve essere attribuita a noi stessi.


Se ci disinteressiamo della democrazia, del suo funzionamento, delle questioni politiche, economiche, sociali e culturali del nostro presente e futuro, facciamo di noi stessi dei sudditi. Può sembrare un discorso retorico, ma si tratta di una semplice constatazione: se non vado a votare, rinuncio alla mia possibilità di scegliere come plasmare il mio paese e la mia vita nelle mani di sconosciuti.

Se le decisioni a maggioranza implicano la possibilità che a vincere sia un indirizzo diverso dal mio, e che io mi trovi nella minoranza, rimuovendo me stesso dal gioco, non faccio altro che aumentare la probabilità di non riuscire a far prevalere la mia visione del mondo. In sostanza, delego la decisione ad altri.

Bisogna chiarire che il voto è un momento fondamentale, ma non è l’unico. Il voto deve essere il risultato di una cittadinanza attiva quotidiana, che non necessariamente implica l’attivismo in un partito politico o in un’associazione, quanto piuttosto un attivo interesse alla vita politica del proprio paese, un interesse non da spettatore di ciò che altri fanno, ma da protagonista. Informarsi, comprendere, discutere, riflettere: queste azioni sono fondamentali per poter svolgere il proprio ruolo in modo consapevole.

Vorrei concludere con una proposta finale.


Si può e si deve continuare a chiedersi se la democrazia sia all’altezza delle nostre aspettative e a criticare i suoi aspetti problematici.


Tuttavia, è necessario ricordare che la democrazia non è solo un concetto astratto, è una prassi quotidiana che dobbiamo fare nostra e della quale dobbiamo renderci responsabili. I difetti e le mancanze che possiamo notare possono essere modificati e corretti soltanto se usciamo dalla miope prospettiva che la democrazia sia altro da noi, e che la soluzione a una vita politica che ci scontenta sia parteciparvi ancor meno.

In caso contrario, nel cercare facili vie di fuga dai difetti della vita democratica, rischiamo di rinunciare senza rendercene conto anche ai suoi molti pregi.


  1. N. Bobbio, Il futuro della democrazia, Einaudi, Torino, 1995, p. 36.
  2. https://www.istat.it/it/files//2018/12/C11.pdf 
Cecilia Bucci

Author: Cecilia Bucci

Laureata in Scienze Filosofiche presso l’Università di Ferrara con una tesi sulla Teoria istituzionale dell’Arte di George Dickie, si occupa di attivismo femminista ed LGBTQ+. È insegnante di Storia e Filosofia alla Smiling International School di Ferrara.