Isabella d’Este e Peggy Guggenheim: quando il collezionismo è donna

Collezionare un oggetto d’arte significa attribuire a questo un significato simbolico, che va ben oltre la semplice presenza. Nella collezione l’oggetto perde la sua utilità e valore di scambio per diventare portatore di senso: si tratta di un oggetto che potremmo definire semioforo, portatore di significato (1).


Il collezionismo affonda le radici nell’antichità ma si fa consapevole con la civiltà romana.


I romani, infatti, erano soliti saccheggiare le città conquistate, trafugando oggetti preziosi che li incuriosivano. L’apoteosi si raggiunse in età imperiale, quando, addirittura, irrefrenabile si fa la competizione per la migliore collezione creata. Nel Medioevo, sono le reliquie religiose ad essere al centro dell’attenzione, oggetti che venivano custoditi gelosamente. Curioso ricordare che la Chiesa condannava l’attaccamento materiale ma questo non impedì l’accrescimento dei patrimoni artistici dal potere miracoloso nelle cattedrali. In secondo luogo, assistiamo alla nascita e accrescimento dei tesori principeschi. Tra i grandi collezionisti spiccano nomi di principi valorosi, quali Federico II di Svevia, Ristoro d’Arezzo, Oliviero Forzetta. 

Le donne mantengono ancora un ruolo marginale in quest’ambito, tenute spesso in ombra dai mariti e uomini di corte. In età rinascimentale, però, queste riescono a imporre la loro voce, vantando collezioni uniche e facendo del loro gusto artistico un punto di forza.


Tra le collezioniste del Quattrocento va ricordata Isabella d’Este, una delle donne più influenti del Rinascimento e, soprattutto, unica a possedere uno studiolo.


Lo studiolo è un fenomeno prettamente italiano, nato come naturale sviluppo dello scriptorium: si tratta di uno spazio piccolo e riservato, dove ci si ritirava per leggere, meditare e si posizionavano oggetti per motivi specifici, ad esempio iconografici, mistici. I collezionisti si avvalevano, inoltre, di professionisti per allestire e migliorare il loro posto del cuore (2). 

Sposa di Francesco II Gonzaga, Isabella era una grande amante del bello, di poesia, musica e arte e scelse con cura le collezioni da custodire. Il suo studiolo era situato nel castello di San Giorgio a Mantova e accolse dapprima pezzi di archeologia, per poi essere ampliato con opere contemporanee. Isabella aveva in mente un progetto preciso: commissionare ad artisti noti opere con tematiche allegoriche mirate a celebrare la vittoria delle virtù sui vizi e della castità sull’amore carnale, mitologiche e tutte con la medesima struttura e direzione di luce.

Il primo artista contattato fu Andrea Mantegna, data la comodità che fosse già pittore di corte a Mantova dal 1460, il quale dipinse nel 1497 il Parnaso. Allo stesso artista si deve il Trionfo della Virtù, composto tra il 1499 e il 1502. Isabella si rivolse, poi, ad altri personaggi illustri come l’artista veneziano Giovanni Bellini, che rifiutò la collaborazione, temendo il confronto con il Mantegna e messo in difficoltà dai limiti imposti dalla committente. Perugino, invece, riuscì a essere sedotto dalle richieste della donna e, dopo alcune resistenze, gli fu commissionata la Lotta tra Amore e Castità (4).


Donna altrettanto carismatica, amante dell’arte in senso lato e stimata collezionista è Marguerite Guggenheim, meglio conosciuta come Peggy Guggenheim.


Nipote del fondatore del museo di New York, Solomon R. Guggenheim, Peggy ebbe una vita tormentata, intrecciata con alcuni momenti salienti della storia contemporanea, a cominciare dal naufragio del Titanic nel 1912, dove perse, ancora giovanissima, il padre. Nel 1921 si trasferì da New York a Parigi, ed entrò, così, in contatto con le avanguardie artistiche e i maggiori intellettuali del tempo, come Marcel Duchamp. È a Londra, però, che aprì la galleria Guggenheim Jeune, insieme al poeta francese Jean Cocteau, dedicata ad artisti emergenti.

Peggy è considerata una delle figure più influenti del Novecento per la sua opera di salvaguardia del mondo artistico durante la seconda guerra mondiale. In quegli anni, infatti, a Parigi Peggy acquistò una somma consistente di opere a prezzi bassissimi, che formeranno la base della sua collezione. Tra queste, l’Uccello nello spazio di Constantin Brancusi e un dipinto di Salvador Dalì. Riuscite ad arrivare in America, le opere raccolte verranno esposte, insieme ad altre, nella galleria Art of This Century. In questo modo Peggy avvicinò gli artisti americani, come il noto Jackson Pollock, all’arte surrealista proveniente dal continente europeo. La protezione del mondo artistico ad opera di Peggy, dunque, si concretizza nel recupero di opere d’arte preziose e nell’aiuto offerto a quegli artisti perseguitati dalle leggi razziali, pronti ad imbarcarsi per l’America. 

Tornata successivamente in Europa, si stabilì a Venezia, dove aprì un museo di arte contemporanea nelle stanze del Palazzo Venier dei Leoni sul Canal Grande. Qui, dunque, trasferì definitivamente la sua straordinaria collezione di opere d’arte, comprendente capolavori del cubismo, futurismo, pittura metafisica, astrattismo, scultura d’avanguardia, surrealismo ed espressionismo americano, che ancora oggi possiamo ammirare (3).


Isabella d’Este e Peggy Guggenheim sono donne che, nonostante i pregiudizi, hanno trasformato le loro passioni in mezzi di affermazione sociale, tanto da lasciare una traccia indelebile nella storia.


Dotata di una grande intuizione, Peggy è una donna irriverente e fuori dagli schemi, che ha saputo intercettare talentuosi artisti del suo tempo, dando forte impulso all’arte contemporanea. Di spiccata intelligenza e cultura, Isabella è riuscita a dar vita a una collezione invidiata da tutti i principi d’Europa, selezionando con occhio critico pezzi unici e rari. Sono donne che hanno raggiunto il successo in un universo spesso dominato dalla figura maschile e che, facendo leva sulla cultura, hanno saputo affermare la loro personalità, lasciandoci un esempio di inestimabile valore.





(1) La teoria è esposta da Krzysztof Pomian. Un libro interessante che affronta questa tematica è Cacciatori d’arte. I mercanti di ieri e di oggi di Yann Kerlau, Johan and Levi, 2015.
(2) Per approfondimento si veda Il museo nella storia. Dallo studiolo alla raccolta pubblica di Maria Teresa Fiorio, Mondadori, 2011. 
(3) Per dare uno sguardo alla collezione, http://www.guggenheim-venice.it/collections/index.html
(4) Isabella era, in effetti, una donna dal carattere dirompente e questo temperamento è riscontrabile anche nel rapporto intessuto con Leonardo da Vinci. I due si erano conosciuti personalmente perché Leonardo, alla vigilia della resa del ducato di Milano alla Francia nel 1499, aveva lasciato Milano, fermandosi a Mantova, dove fu accolto proprio da Isabella. La donna desiderava un ritratto dall’artista fiorentino, dopo aver ammirato e invidiato quello di Cecilia Gallerani – la celebre Dama con l’ermellino -, amante di Ludovico Sforza detto “Il Moro”. Dal carteggio tra Isabella e Leonardo si evince che durante il suo soggiorno presso i Gonzaga, da Vinci elaborò due schizzi del ritratto di Isabella, ma non realizzò mai un ritratto vero e proprio. La donna, allora, ripiegò sulla richiesta di un quadro rappresentante un Cristo dodicenne.

Foto di Peggy Guggenheim: Jean-Pierre Dalbéra
Photo d’archive présentée dans le cadre de l’oeuvre “The Concession” de Zafos Xagoraris (2019)Courtesy of Solomon R. Guggenheim FoundationArchivio Cameraphoto Epoche
https://www.flickr.com/photos/72746018@N00/48099754877

Ilaria Di Giuseppe

Author: Ilaria Di Giuseppe

Laureata in Filosofia presso l’Università di Bologna con una tesi di Bioetica, incentrata sul multiculturalismo e la diversità dell’altro. Laureata in Scienze Filosofiche sempre presso lo stesso Ateneo in Filosofia del diritto, approfondendo le questioni intorno alla giustizia di riparazione. Scrive nel tempo libero e si forma per diventare insegnante.

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