Sesso, potere e violenza: una triade infernale

Il caso  Weinstein è ormai passato alla storia e per questo diventa un esempio, un insegnamento per le giovani donne e non solo.

Siamo nel 2017 e un’inchiesta del New York Times ha fatto esplodere lo scandalo hollywoodiano più altisonante di tutti i tempi: il produttore statunitense Harvey Weinstein, fondatore di Miramax, è accusato di molestie e abusi sessuali non solo su diverse attrici ma anche su alcune sue collaboratrici. Il produttore smentisce e ciò che accaduto dopo lo conosciamo tutti.


Questo episodio di cronaca è sempre utile per riflettere sul fatto che ci sono tre parole fondamentali su cui soffermarci: sesso, potere e violenza.


Termini che dobbiamo considerare, a partire dal loro significato, nella loro stretta relazione. Il sesso, o meglio la sessualità, è l’insieme dei comportamenti che conducono al piacere fisico e psicologico attraverso la stimolazione degli organi genitali. Il potere è la volontà di compiere e imporre qualcosa, mentre la violenza è un comportamento che fa uso della forza fisica o mentale per ottenere un risultato.

Se si abusa del proprio potere per ottenere un rapporto sessuale si commette uno stupro che è un atto di congiungimento carnale imposto con la violenza: il potere della violenza si esercita anche senza toccare il corpo dell’altra e se una donna è costretta ad un rapporto sessuale per non perdere il posto di lavoro subisce una terribile forma di brutalità. Allo stesso tempo chi per fare carriera accetta consapevolmente il ricatto sessuale dà spazio di esistenza alla violenza del potere. Accetta una sorta di “rito di iniziazione” alla prevaricazione, cede ad una pressione da sempre presente nelle relazioni maschio-femmina dove il sesso diventa un mezzo per esercitare il controllo sulla donna.

Dopo il “rito”, superato il dolore, diventa paradossalmente una consuetudine dare il proprio corpo in cambio della parte in un film. Si dice sia da sempre così e lo era ancor prima di Weinstein, quindi è bene che qualcuno abbia rotto la “tradizione” con una denuncia. Secondo il rapporto ISTAT del 2016 circa un milione di donne ha subito nell’arco della loro vita ricatti sessuali sul lavoro o molestie per non perdere il posto, che per molte non è far carriera ma necessità di sopravvivere.


Ciò muove l’uomo di “potere” a predare, conscio di avere la possibilità di portare un’attrice al successo o di lasciarla in eterno dietro le quinte di un set.


Questo caso di cronaca ha la grande utilità di mettere in rilievo la squallida abitudine dei ricatti sessuali e, al medesimo tempo, diventa esempio importante per le giovanissime: lasciare che il ricatto sessuale entri nella propria vita è far vincere la violenza. Significa disconoscere l’amore come motore della relazione, mentre l’amore che coesiste felicemente con il sesso non può mai convivere con il potere; l’amore è libertà, il potere è sottomissione. All’epoca mi sono chiesta se questo scandalo fosse in grado di creare una nuova organizzazione sociale, se la sua enorme portata potesse diventare un vortice devastante e se davvero, come ha affermato la nota presentatrice televisiva americana Oprah Winfrey, “una svolta è vicina”. Cosa sia cambiato davvero è difficile dirlo, ma il fatto che il ricatto sessuale sia sempre accaduto non significa rassegnarsi all’idea che debba continuare ad esistere.




Immagine di copertina: acquerello di Daniela Lorusso.