Into the wild: quando il viaggio è disobbedienza

«Volevo il movimento, non un’esistenza quieta. Volevo l’emozione, il pericolo, la possibilità di sacrificare qualcosa al mio amore. Avvertivo dentro di me una sovrabbondanza di energia che non trovava sfogo in una vita tranquilla» (Lev Tolstoj, La felicità familiare).

Il mondo occidentale è per eccellenza il mondo dei diritti, della democrazia e del trionfo del liberalismo. Per questo motivo una persona cresciuta in un contesto di benessere che rinuncia a tutti i suoi averi per fare il vagabondo può, agli occhi dei più, sembrare un pazzo. Ebbene, quello che sembra il mondo ideale, della ricchezza e del benessere, quel mondo sognato da molti che sperano, una volta arrivati, in una possibilità di riscatto sociale, in realtà è molto problematico e non sempre attento agli ultimi.


Into the wild diretto da Sean Penn e uscito in Italia ormai nel 2007, non smette di esercitare fascino e attrattiva.


Questo film, tratto dall’omonimo libro di Jon Krakauer, racconta della ribellione esistenziale di Christopher McCandless, un giovane proveniente da una famiglia agiata che, una volta laureatosi all’Università Emory, decide di donare i suoi soldi in beneficenza, bruciare tutti i suoi documenti e sparire dalla circolazione per mettersi sulla strada e viaggiare come vagabondo nell’America dell’ovest per giungere verso la sua destinazione finale: l’Alaska.

La straziante bellezza di questo film è dovuta a tante cose: prima di tutto alla vista dei meravigliosi paesaggi selvaggi e incontaminati che ci propone la sceneggiatura, che ci fanno sentire, da una parte, così piccoli e impotenti di fronte a quella semplice ma intensa bellezza, che non possiamo fare altro se non contemplarla e perderci dentro, quasi ne fossimo magneticamente attratti, dall’altra ci infondono un profondo senso di liberazione e tranquillità d’animo; in secondo luogo, questo film tocca delle tematiche molto importanti che non hanno a che fare solo con la storia di un giovanotto ribelle e irrisolto, perché non è solo questo.

Christopher non è solo un ragazzo che ha problemi con i genitori e decide di scappare: infatti è grazie ad autori come Tolstoj, Thoreau, London dei quali letteralmente si nutre, che inizia a sviluppare la sua coscienza fortemente critica verso la modernità al punto da incarnare il romantico per eccellenza, che si scaglia violentemente non solo contro la sua famiglia, ma soprattutto contro l’idea che la sua famiglia rappresenta, ovvero quella di una società che Eddie Vedder, che con la sua meravigliosa voce ci accompagna per tutta la durata del film, definisce “crazy breed”, ovvero una razza pazza, ipocrita ed egoista dove ognuno vuole prevaricare sull’altro con la violenza.


Una società fondamentalmente ingiusta che non tende la mano ai più deboli, anzi si accanisce.


Quella società che sta così bene da essersi dimenticata cosa vuol dire vivere, troppo presa dalla routine quotidiana, dall’accumulo di risorse e ricchezze materiali alle quali si attribuisce un gran valore, ma che in realtà sono effimere e futili:

«It’s a mystery to me/We have a greed/With which we have agreed
You think you have to want/More than you need/Until you have it all you won’t be free
Society, you’re a crazy breed/I hope you’re not lonely without me
When you want more than you have/You think you need/And when you think more than you want
Your thoughts begin to bleed
I think I need to find a bigger place/’Cause when you have more than you think/You need more space» (1)

Questo atto estremo di disobbedienza che Chris compie in realtà ha dei precedenti nella storia americana: anche Thoreau, dal 1845 al 1847, si ritirò nei boschi del Massachusetts, dove scrisse Walden, or life in the woods, per protestare contro una società che non incarnava valori da seguire e ricercare un rapporto intimo con la natura che funge quasi da panacea e catarsi dallo sviluppo moderno. 


La disobbedienza, quindi, si carica di una connotazione fortemente socio-politica, perché diventa la chiave per filtrare i rapporti tra i meccanismi di potere, gli individui e la libertà: in una società che diventa opprimente, agire fuori dagli schemi istituzionali diventa essenziale per avere voce e per riacquisire quella libertà tanto agognata.


Così il primo atto della ribellione di Christopher è quello di trovarsi un nuovo nome, Alexander Supertramp (da notare il “cognome” molto evocativo, in quanto vuol dire “grosso barbone”) che, in qualche modo, suggella una rinascita, per l’appunto si chiama My own birth il primo capitolo del film, all’insegna della libertà totale da qualunque cosa materiale e da ogni schema e programma, che avrebbe altrimenti limitato sia l’essenza del viaggio, sia la ricerca della più profonda autenticità dell’essere umano


La grande potenza e complessità di questo film sta nel cercare di comprendere quanto il piano sociale e quello personale del protagonista siano, in realtà, strettamente connessi e difficilmente scindibili.


Il percorso che Alexander Supertramp intraprende, dalla sua own birth, fino al tragico epilogo della sua breve e intensa vita, getting of wisdom, cioè la consapevolezza, sono il segno forte di una maturazione profonda del protagonista, che rinato come Supertramp si riconosce nuovamente come Christopher McCandless, che però ha acquisito un qualcosa in più: egli compie questo viaggio per trovare la verità, l’autenticità perduta dell’essere umano, ma non in un’ottica anti-sociale.

Questo lo possiamo evincere durante il film: il fatto che Alex intraprenda da solo il suo viaggio non fa di lui un eremita, anzi tutto il contrario; i personaggi che incontra durante il suo cammino e il legame che instaura con ognuno di essi indicano la voglia di costruire rapporti umani. Abbiamo l’ultima conferma di questo anche nel messaggio finale che viene mandato happyness only real when shared: l’uomo non è fatto per stare da solo, necessita dei rapporti sociali, tuttavia questi devono spogliarsi del superfluo, devono essere completamente liberi, autentici, disinteressati.


Per questo motivo decide di compiere il viaggio da solo, per arrivare a comprendere questa finale verità, perché per arrivare a capire fino in fondo, anche lui doveva spogliarsi di tutti quegli orpelli superflui di cui la vita agiata lo ricopriva.


Solo alla fine, benché in punto di morte, si rende conto di questo e può finalmente riappropriarsi del suo vero nome. Tutto ciò fa di Christopher McCandless un idealista. Sicuramente ci sono tanti modi per interrogarsi profondamente su qual è la natura più autentica dell’essere umano, non per forza dobbiamo abbandonare tutto e vivere nella natura, tuttavia, al di là del romanticismo della sua avventura il messaggio donato agli spettatori è un messaggio di umanità che fa riflettere: in un mondo pervaso dalla tecnologia, dalla vita frenetica e dagli impegni che a volte non sembrano lasciarci respiro, disobbediamo, trasgrediamo in vista della solidarietà e dell’amore verso i più deboli.





(1) Estratto da “Society“. Testo e musica di Jerry Hannan, eseguita per la colonna sonora del film da Eddie Vedder.

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