Carne da macello

Era il 1989 quando per la prima volta negli Stati Uniti venne pubblicato The Sexual Politics of Meat: A Feminist-Vegetarian Critical Theory, di Carol J. Adams e oggi, grazie a VandA Edizioni, possiamo avere il piacere di leggerlo nella sua più recente traduzione italiana: Carne da macello. La politica sessuale della carne (1). Un testo che ha segnato fortemente lo sviluppo dei movimenti femministi e vegetariani grazie alla sua abilità nello svelare le reciproche dipendenze di queste di forme, teoriche quanto pratiche, di resistenza e lotta politica.

L’attivismo praticato da questa autrice è senza dubbio guidato da una riflessione filosofica orientata alla questione femminista-vegetariana: nella vita di Adams (2) possiamo rinvenire i problemi centrali del secolo scorso e di quello attuale, quali la disparità di genere, la violenza che pervade le nostre società, lo specismo e le lotte politiche. Al fine di raggiungere un’ inclusività tale da poter mettere in questione ogni aspetto della nostra vita – intesa come perenne relazione con altri corpi e con simboli culturali – e con lo scopo di smascherare ogni forma di violenza che la cultura antropocentrica e patriarcale ci ha consegnato in eredità, Adams si è posta in prima linea.


Come Aristotele ci ricorda nella Poetica l’uomo è per natura un essere che imita, e grazie all’imitazione conosce ciò che lo circonda.


Tra i vari strumenti usati dalle arti di mimesi vediamo citata la metafora e spiegato il suo uso: essa consiste nel trasferire il significato di una parola a un’altra, trasformando la cosa che riceve questo nuovo significato in un chè di diverso. La metafora viene così a essere un atto trasformativo che reinterpreta, significando in modo nuovo, le cose su cui poggia.

L’uomo si trova nella difficile situazione di non poter avere un accesso diretto e neutrale verso il mondo circostante, infatti ogni nostro sguardo è sempre una prospettiva specifica e mediata dai valori e dai simboli in cui viviamo, significati che ci formano, determinando il nostro stesso modo di interpretare l’esistente.

Proprio per questa ragione la carne, in quanto oggetto dello sguardo umano, è sempre caricata di significati e allegorie umane. Adams ha svelato i significati simbolici e culturali che la carne ha assunto, e tuttora mantiene, nella prospettiva patriarcale-creofaga. Ogni volta che la carne viene mangiata perché vista come oggetto ci si dimentica della sua condizione iniziale, quella non caricata di significati simbolici: l’essere il corpo qualcuno; ed è proprio questa dimenticanza lo scopo a cui mirano gli smembramenti, i condimenti e le confezioni accattivanti, rendere cioè invisibile il soggetto che quel pezzo di carne era.


Non pensiamo al chi della carne perché in essa il referente è assente: la cultura, con i suoi capovolgimenti di significato, le sue norme, le sue parole ad hoc trasforma il corpo ucciso del cavallo in “bresaola”, taglia e insaporisce i muscoli di quel cavallo che andremo a mangiare al solo fine di impedirci di ricordare chi sta dietro a quello che dobbiamo percepire come semplice boccone di cibo.


Ma la reificazione ci apre le porte al femminismo: come l’animale è il referente assente nell’atto di cibarsi di alimenti di origine animale, così la donna è l’eterno assente nella società patriarcale: è il femminile che viene “mangiato” in quanto oggetto desiderato e passivo.

Storicamente, nelle società basate sul consumo di carne è questa proteina, appannaggio degli uomini, a stratificare il mondo sociale: è un bene con un alto valore economico e culturale, possederla equivale ad avere quindi spazio e rappresentanza politica; in altre parole: potere. Chi ha questa derrata determina chi ne potrà usufruire con il risultato che, investita di valori e significati quali la forza e la mascolinità, essa si ritrova nei piatti dei maschi bianchi adulti e benestanti, segnando così il confine tra soggetti (uomini) e oggetti (donne, persone di colore, animali, ecc.).


Circondato dalla mitologia nutrizionale ed evolutiva, il mangiare carne diviene il simbolo della virilità.


Esiste un’ontologia, una gerarchia, che struttura gli esseri in base alla loro condizione rispetto all’uomo, dal più al meno evoluto, in modo non solo arbitrario ma anche antropocentrico e sessista;. Essa ci svela il parallelismo esistente tra l’uomo (maschio umano), considerato l’essere più evoluto e bisognoso di alimenti che gli garantiscano maggiore forza e il consumo di carne, dove questa viene raffigurata come il cibo virile per eccellenza. Viceversa ci mostra anche come le verdure, alimento considerato meno attraente, meno evoluto e poco energetico, sia invece riservato ai piatti femminili.


Come la carne denota il potere maschile in quanto appannaggio degli uomini e alimento recante forza di per sé, le verdure (dove per verdure si deve intendere tutto ciò che è diverso dalla carne) ritraggono quelli che sono i connotati femminili: la passività, la sottomissione alla forza, il dipendere dalle attività maschili e l’inferiore livello biologico.


Nel discorso patriarcale il mangiare alimenti ritenuti evolutivamente meno sviluppati equivale ad essere di fatto inferiori, e così coloro che non possono per povertà o norme sociali, o non vogliono per ragioni etiche mangiare carne sono visti come deboli ed effeminati.

Ma cos’è la carne? Secondo la Adams, potremmo azzardare a dire che la carne è il riflesso di un’assenza; quando c’è l’oggetto carne c’è la forclusione del soggetto animale. Essa, che non è altro che un corpo morto e smembrato, si fa oggetto sostituendo quello che un tempo era un individuo autonomo. Quando vi è carne, l’animale non c’è più, è letteralmente assente. Le parole che significano il corpo dell’individuo con termini culinari (per esempio quando il corpo della mucca, nel linguaggio, diventa “hamburger”) rendono l’animale assente in senso letterale, ci invitano cioè, forzatamente, a pensare alla carne come cibo piuttosto che come cadavere; esse mascherano il referente per mezzo di nuove definizioni.

Gli animali possono essere, e di fatto lo sono, anche i referenti assenti delle nostre metafore; quando diciamo “lento come una tartaruga” non parliamo letteralmente della tartaruga, parliamo metaforicamente di noi. Il significato dell’animale nella posizione di soggetto all’interno del predicato non è da intendersi in senso stretto, ma piuttosto in chiave culturale e simbolica: nessun essere umano può, a rigor di logica, sentirsi come altro da sé e proprio per questo ogni animale descrive metaforicamente il sentire umano.


Il meccanismo del referente assente, come Adams ci spiega in modo chiaro ed esaustivo, nelle società carnivore e patriarcali non si limita a nascondere i soggetti animali, tutt’altro: esso è attivo anche nel celare le donne (e le altre categorie ritenute inferiori) oggettivandole quali meri oggetti di desiderio e consumo maschile.


Nelle parole usate dalle donne violentate si trovano spesso metafore riguardanti la carne, così come nelle violenze perpetrate sulle donne, nelle attività erotiche, e nelle immagini, che spesso le coinvolgono vediamo comparire chiare metafore animali; questo doppio filo che lega donne e animali ad una comune oppressione è ciò che anima lo svolgersi della narrazione dell’intero libro.

Il sistema che permette il referente assente è rintracciato in quel modo di pensare e vivere entro il quale vige una gerarchia al cui vertice si trova l’uomo divoratore di proteine animali che domina dall’alto, secondo ogni suo desiderio, tutto ciò che reputa diverso e per questo inferiore: donne, animali, persone di colore, omosessuali, ecc.


Il mangiare carne, allora, al pari delle altre forme di oppressione sociale e culturale, reifica i soggetti al fine di poterli consumare.


Tutte le forme di oppressione fisica vengono perciò a dipendere dalle metafore, dai racconti e dai simboli che attribuiamo alle alterità con cui entriamo in relazione: una volta ritenuti meno che soggetti gli individui, animali umani e animali non-umani, si vedono costretti nello stato di oggetti e trattati, o meglio consumati, come tali.

È qui, nell’intersezione tra femminismo e vegetarianesimo, che Adams fonda la sua proposta pratica e teorica: abbandonare la dieta carnea a favore del vegetarismo per ribellarsi al patriarcato, riconoscendo in esso la comune fonte di violenza che pone donne e animali non umani nella condizione di oggetti impersonali.

Ed è dal linguaggio che bisogna partire per sovvertire l’ordine patriarcale; rinominare in senso letterale i termini impiegati nel linguaggio “maschio-centrato” e “umano-centrato” permette di svelare le affinità tra animali e donne. Laddove si sente dire “macellazione compassionevole” bisogna resistere al meccanismo del referente assente riportando l’attenzione sul concetto di macellazione senza lasciarsi sviare dall’aggettivo; quando leggiamo “montone” dobbiamo risignificare la parola in senso reale, con la definizione di “cadavere di pecora”, quando qualcuno dice “stupro contro volontà” dobbiamo ricordargli che lo stupro è per definizione contro volontà.


Per sfidare le legittimazioni alla violenza nascoste nel nostro modo di parlare bisogna sfidare le regole del pensiero simbolico e fare luce sui soggetti obliati.


Proprio per questo il testo è anche un viaggio attraverso la storia femminista vegetariana, storia come continuum cronologico e come narrazione singolare che ogni autrice citata nel libro racconta nei suoi romanzi (3). Quello che però Adams scopre è come, nella storia, la carica sovversiva del vegetarianesimo sia stata oscurata: i romanzi femministi carichi di riguardi per la condizione animale vengono accolti dalla critica letteraria e dagli storici semplicemente come forme narrative vertenti sulla condizione femminile, senza mai fare cenno al loro stretto ed esplicito legame con l’animale.

Storicamente il rifiuto femminile di mangiare carne assomiglia, per certi versi, a ciò che accade quando si è a tavola come unici vegetariani-vegani tra commensali onnivori: il significato etico e politico dell’alimentazione vegetale viene deriso, preso per strampalato, malato e alla fine ignorato. Allora, la vicenda del corpo letterario, inteso come insieme di libri femministi-vegetariani, diventa la storia del referente assente all’interno della narrazione femminista raccontata dal discorso dominante, così come il corpo animale è il referente assente nell’atto di mangiare carne.

La proposta femminista-vegetariana di Adams è quella in cui teoria e prassi si fondono: non mangiare carne equivale ad agire con il proprio corpo, a fare del proprio corpo, del proprio essere soggetto di un corpo, il campo entro cui si giocano i significati e le vite di tutti, non solo quelle singolari. Proprio per questa coscienza del destino che accomuna tutte le vite, del peso che ogni significazione ha su ogni vita umana e non umana, la scelta di non cibarsi di carne è da intendersi come la conseguenza naturale del rifiuto della struttura del referente assente: la critica all’alimentazione carnea è la stessa critica al patriarcato.


Quello che Adams ci esorta a capire è che la teoria femminista-vegetariana è rivendicazione politica ed etica di soggettività, per sé e per chiunque altro; è il tentativo di non escludere nessuno per far sì che nessuno possa più essere escluso. La teoria si fa prassi e in quanto tale politica e pubblica.




Grazie VandA edizioni!

Carol J. Adams, Carne da macello, Milano, VandA Edizioni, 2020.





(1) C. J. Adams, Carne da macello., Trad. Ita M. Andreozzi, Zabonati, VandA Edizioni, Milano, 2020; (trovate lo shop on-line della versione cartacea ed E-book qui: https://www.vandaepublishing.com/book-author/carolj-adams/ pp.360, euro 18,00 – ma è ora in offerta!)

(2) Come si può leggere dal sito personale dell’autrice (Vi consiglio di visitare la biografia a questo indirizzo: https://caroljadams.com/) la Adams è un attivista e accademica femminista-vegana; ha un master in Teologia conseguito a Yale e dagli anni ’70 insieme a suo marito, il Rev. Bruce Buchanan, ha avviato una rete di supporto per donne maltrattate nello stato di New York; è autrice di innumerevoli pubblicazioni che vertono, spaziando entro ogni aspetto della nostra storia, dal femminismo al veganismo, dalle donne agli animali, disegnando un cerchio attorno ai suoi soggetti che li accomuna e li stringe in un incessante scambio reciproco.

(3) Ma, nonostante questa ombra storica, l’autrice ricuce insieme femminismo e vegetarianismo proprio attraverso i romanzi  che storicamente vennero privati del loro riguardo verso i non-umani; romanzi come – solo per citarne alcuni – Frankenstein di Mary Wollstonecraft Shelley, The Ice Age di Margaret Drabble, The Saviors di Helen Yglesias e Battuta di Caccia di Isabel Colegate.